Veneto Banca e il suo crac “anomalo”: i risparmiatori truffati non possono aspirare a risarcimento totale per “condotte commissive” di Banca d’Italia?

Un'assemblea di Veneto Banca
Un'assemblea di Veneto Banca
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Il fallimento di fatto di Veneto Banca (ometto di far riferimento ad altre banche, pur finite in default, più o meno, nello stesso periodo, le cui vicende non conosco sufficientemente) è stato considerato come uno degli eventi finanziari più gravi del dopoguerra italiano, per aver azzerato i risparmi di decine di migliaia di persone e famiglie e per aver creato i presupposti per il dilagare di crisi aziendali, soprattutto di imprese medio piccole. Il Veneto è rimasto privo di un proprio importante polo bancario, in grado di gestire la politica di erogazione creditizia con particolare attenzione alle specifiche esigenze del territorio.

Per questo disastro, si è, finora, percorsa l'unica strada di attribuirne la responsabilità al board amministrativo aziendale, in estrema sintesi, per aver attuato una gestione megalomane e spendacciona; per aver manipolato dati contabili, occultando la realtà deficitaria e negativa agli ispettori di Bankitalia; per aver attuato un’azzardata politica di erogazione del credito, senza pretendere dovute garanzie; per aver spesso consentito ai destinatari del credito bancario di acquistare azioni della stessa banca finanziatrice (le c.d. operazioni baciate) …

Un po’ alla volta, però, la magistratura sta accertando l’inconsistenza degli  addebiti ai singoli dirigenti della banca, talché si sta sempre più assottigliando il drappello dei destinatari delle primitive accuse (dopo le vacanze romane del consistente carteggio) formulate dagli inquirenti. E che senso ha avuto il sistematico invio, da parte della Procura della Repubblica di Treviso a quella di Roma (per competenza !?), di tutti gli atti riguardanti la vicenda, poi restituiti al mittente per una pronuncia del GIP della Capitale ?

Il vero significato di questa, apparentemente anomala parentesi potrebbe anche  individuarsi nel tentativo della Procura di Roma di allontanare il pericolo che, a Treviso, qualche testa calda potesse ipotizzare, nell’immediato e sotto la spinta delle proteste di piazza, una diretta responsabilità anche dei vertici di Bankitalia non solo per omissioni di controllo, ma anche, e soprattutto, per azioni causative, per dolo o per colpa, del disastro.

Come altrimenti si potrebbe spiegare la remissiva accondiscendenza del Procuratore di Treviso, che ha sempre affermato di essere stato richiesto, dal collega di Roma, di inviargli il carteggio riguardante Veneto Banca (ciò che, sorprendentemente, sarebbe avvenuto solo per Treviso e non anche per tutti gli altri Tribunali le cui Procure hanno indagato in occasione di simili crisi bancarie: Vicenza, Ferrara, Siena, Arezzo, Genova …).

Perché solo per Treviso? E perché a Treviso è stata sufficiente una sola richiesta del Procuratore di Roma per acquisire il carteggio dell’inchiesta e derogare alle regole processuali sulla competenza? E, poi, perché quella richiesta? Quale era il reale interesse investigativo di Roma? Non è neppure vero che, alla fine, queste vacanze romane del carteggio abbiano causato solo una innocua (e normale) perdita di tempo nelle indagini; non è vero perché, invece, esse hanno prodotto quantomeno un significativo  allontanamento del possibile pericolo di coinvolgimento, nell’immediato, di rappresentanti di Banca d’Italia, nonché la nomina di un consulente tecnico del P.M. romano, scelto proprio fra la schiera dei dipendenti della stessa Bankitalia e, probabilmente, poco disposto a ricercare anche le colpe attribuibili al suo datore di lavoro.

E non si dimentichi, inoltre, che proprio tale consulente si è, poi, particolarmente impegnato nello svolgimento di indagini di puro gossip e prive di rilevanza penale, che hanno non poco contribuito ad orientare l’opinione pubblica (ovviamente) solo nella direzione di una presunta mala gestio della banca. In questo quadro di riferimento, potrebbe, quindi, non destare, più di tanto, sorpresa la vicenda finale, che ha visto il capo della vigilanza di Bankitalia (quel Carmelo Barbagallo tanto criticato per presunte sue condotte, asseritamente nocive, ai danni del futuro di Veneto Banca) diventare beneficiario di un prestigioso incarico dalla banca vaticana insieme –guarda caso- al neo pensionato Procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone.

Forse sono solo coincidenze, ma la  responsabilità (non già solo per omissione di controllo, ma per concrete e negative azioni poste in essere, proprio ai danni di Veneto Banca) è ancora tutta da chiarire. E vale anche, la pena di ricordare che, dal punto di vista civilistico, la dimostrazione del nesso di causalità tra operato (se illegittimo) di Bankitalia e danni subiti dai risparmiatori truffati è molto meno problematica nel caso in cui si faccia valere una responsabilità per condotte commissive, rispetto al diverso caso di responsabilità per sole omissioni di controllo, come finora è avvenuto.

Ora come ora, l’indagine si è focalizzata esclusivamente nei confronti dell’ex amministratore delegato, Vincenzo Consoli, indicato quale presunto esclusivo colpevole del disastro. Ma, siccome ci deve, pur sempre, essere un limite anche alla pigra accettazione delle “ipotesi di verità” suggerite dai presunti veri colpevoli anche se appaiono, esse stesse, prive di senso, mi domando perché mai qualcuno non tenti un ulteriore sforzo per ripristinare  una più veritiera ricostruzione, troppo spesso osteggiata, della grave vicenda.

Sono troppi gli eventi che non quadrano e che sono rimasti privi di spiegazioni. L’opinione pubblica è sempre più convinta che Banca d’Italia e BCE non siano proprio del tutto estranee alla causazione del fallimento di Veneto Banca (che avrebbe potuto essere evitato)

Giustamente i truffati pretendono il riparo integrale dei danni subiti, che, molto probabilmente, corrispondono proprio agli utili registrati da altro operatore bancario. Essi non sono disponibili ad accettare l’idea che le riforme necessarie al Paese vengano attuate con i loro soldi (il riferimento è anche al c.d. decreto Renzi, di cui si è tanto parlato).

Lo Stato, se davvero ha l’obbligo di tutelare il risparmio, come prevede la Costituzione, abbia il coraggio e l’onestà di intervenire per punire i veri colpevoli e risarcire interamente i danneggiati.

Mi riservo di indicare, in un successivo intervento, quelli che – a mio parere-   sono i tanti dubbi sull’operato di Banca d’Italia, che potrebbe aver contribuito a mettere in ginocchio Veneto Banca e che potrebbe, dunque,  essere meritevole di censura

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Giovanni Schiavon
Nato a Treviso nel 1940 è stato magistrato dal 1967, svolgendo funzioni di giudice presso il Tribunale di Venezia , di consigliere presso la Corte di Appello di Venezia, di presidente di sezione del Tribunale di Treviso, di presidente del Tribunale di Belluno, di Capo dell’Ispettorato del Ministero della Giustizia, di Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, di presidente del Tribunale di Treviso. A partire dall’anno accademico 1989-1990, ha assunto l’incarico di docente presso la Cattedra di Diritto Fallimentare della Facoltà di Scienze Economiche e Bancarie dell’Università di Udine. E’ stato nominato componente della commissione ministeriale per l’elaborazione dei principi di riforma del diritto concorsuale e in seguito, membro della ristrettissima Commissione per la redazione della stessa legge di riforma. E’ stato componente della commissione Disciplinare della Federazione Ciclistica Italiana, componente della Commissione Nazionale Antidoping del CONI, presidente di una società professionistica ciclistica.