Un fil rouge tra Autostrade e Ilva: Lucia Morselli, manager di Atlantia e Arcelor Mittal

Lucia Morselli Atlantia Arcelor Mittal
Lucia Morselli Atlantia Arcelor Mittal foto imille.com
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di Marco Palombi sul Fatto Quotidiano

Per contare i suoi incarichi presenti e passati magari non le servirà l’antica laurea in Matematica, ma un buon pallottoliere aiuterebbe di certo: la fama di tagliatrice di teste o di manager dal pugno di ferro non rende più giustizia a Lucia Morselli, che è ormai un autentico crocevia di potere, confermato ieri dal voto favorevole dell’assemblea dei soci alla sua cooptazione (decisa a fine settembre) nel consiglio d’amministrazione di Atlantia, la holding controllata dai Benetton che a sua volta controlla Autostrade per l’Italia.

Bizzarra scelta tanto della famiglia veneta quanto per lei stessa: Morselli – modenese, classe 1956, in carriera dal 1982, quando debuttò da assistente del direttore finanziario in Olivetti – siede infatti su un’altra poltrona che la mette in rotta di collisione rispetto allo Stato. La telenovela Autostrade su cui acquista un palco in prima fila, per lunghezza è seconda solo a quella dell’Ilva e la nostra eroina lì è assai più che spettatrice: da un anno, infatti, è presidente e amministratore delegato di ArcelorMittal Italia, cioè la società affittuaria dell’ex siderurgico dei Riva la quale, per così dire, non ha brillato per aderenza agli accordi presi in questi ultimi due anni. Proprio in questi giorni, peraltro, lo Stato e il colosso franco-indiano dovranno decidere come e se andare avanti: secondo gli accordi di marzo, Arcelor può uscire dall’Ilva semplicemente pagando 500 milioni entro fine mese e non è ancora chiaro cosa farà.

Conviene a questo punto ricordare l’altrettanto bizzarro arrivo di Morselli a Taranto, che plasticamente racconta la sua elasticità, per così dire, in tema di avventure lavorative. Le sue esperienze nella siderurgia consistevano in due incarichi nel gruppo ThyssenKrupp. Nel 2013 alla Berco, Morselli debuttò annunciando 611 licenziamenti e la chiusura di uno stabilimento nel Canavese: dopo mesi di lotte, si arrivò a cassa integrazione, esodi incentivati e tagli agli stipendi. Come premio, la manager fu portata all’Ast di Terni: propose 550 licenziamenti, ottenne 290 esodi incentivati; nel mezzo ci fu uno dei più lunghi scioperi di fabbrica in Italia, 36 giorni. Successi, diciamo così, che le valsero la guida della cordata “AcciaItalia”, quella messa in piedi dagli indiani di Jindal, Cassa depositi e prestiti, Arvedi e Leonardo Del Vecchio di Luxottica: era la cordata concorrente di Arcelor e, pur avendo tra le sue file Cdp, riuscì incredibilmente a perdere la gara per Ilva. Morselli, ancora nel 2018, su Affari&Finanza demoliva le azioni dei vincitori, l’anno dopo è andata a lavorare per loro.

Cresciuta all’ombra di “Kaiser Franz” Tatò, manager dalle molte vite professionali con cui nel 2003 ha fondato la società di consulenza Franco Tatò & Partners, il primo ruolo da capo, Morselli, lo ha avuto nel 1995 in Telepiù, poi confluita in Sky. Tra le curiosità, nel 2005 è stata per un mese ad della Magiste Sa, la società lussemburghese di Stefano Ricucci, il signor “furbetti del quartierino”.

Una quarantina gli incarichi cessati, una dozzina quelli attivi e le fonti di nomina sono le più disparate: basti dire che persino i grillini, con cui ha intrattenuto rapporti cordiali via la solita Link University dell’ex ministro Vincenzo Scotti, l’hanno “spinta” nel consiglio di supervisione della semi-pubblica STMicroelectronics e la proposero per la presidenza di Tim, società di cui comunque era già consigliere per il fondo Elliott.

Risulta ancora nel cda di Fondazione Snam e fino all’anno scorso era anche in quello del colosso dei tubi su nomina di Cdp. Per capirci sulla vastità degli interessi di Morselli, da qualche anno è anche nel consiglio del colosso dei giochi Sisal (peraltro concessionario pubblico) che fa capo al fondo britannico CVC, quelli che vogliono comprarsi la Serie A di calcio. Siccome non le manca tempo, è pure nel cda di Exilor-Luxottica (e dire che Del Vecchio non era felice di come era finita AcciaItalia) e, tra le altre cose, membro del World economic forum. Si dirà che è se non altro positivo che per una volta sia una donna a occupare posti di potere, ma il punto qui è sempre stato il modello di potere, non il genere di chi lo esercita.

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