Tutti i flop di Padoan: Popolari venete “regalate” a Intesa e poi Etruria, Mps e… Unicredit

Carlo Messina e Carlo Padoan
Carlo Messina (Intesa) e Carlo Padoan
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La punta dell’iceberg è il dossier Montepaschi, ma bastano i crac bancari a illuminare il conflitto d’interessi che dovrebbe sbarrare all’ex ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan la presidenza di Unicredit. Il caso più emblematico e, per così dire, più in continuità tra i due ruoli dell’economista prestato alla politica è però rappresentato da un termine tecnico: Dta, cioè Deferred tax asset, in sostanza svalutazioni su crediti che si trasformano in sconti fiscali. Sono una manna per i bilanci bancari e Unicredit è sempre stata la banca che ne ha di più. Sulle Dta Padoan fu al centro di uno scontro che contribuì alla cacciata nel 2016 all’allora ad Federico Ghizzoni.

Andiamo con ordine. Ex ministro del Tesoro dal 2014 a giugno 2018, oggi deputato del Pd, Padoan è stato cooptato nel cda di Unicredit per volere dell’ad Jean Pierre Mustier: ne diverrà presidente ad aprile. La scelta è cruciale per Mustier, che vuole spacchettare in due il colosso bancario e creare una sub-holding delle attività estere quotata in Germania, preludio all’uscita del cuore di Unicredit dall’Italia. Per placare la politica italiana, l’ipotesi è quella di risolvere al Tesoro la grana Monte dei Paschi di Siena. Padoan – manco a dirlo, eletto a Siena – è perfetto: da ministro ha nazionalizzato l’istituto in crisi e ora presiederà la banca che offre al suo ex ministero di prendersi Mps facendosi pagare (si parla di 3-4 miliardi di dote pubblica).

Padoan è però anche il ministro che ha all’attivo più disastri bancari, esito costante di estenuanti e infruttuosi kamasutra diplomatici con le autorità europee. Con lui al ministero a novembre 2015 arrivò la dilettantesca liquidazione delle quattro banchette (Etruria, Chieti, Marche e Ferrara), con annessa tosatura dei risparmiatori, mossa che ha terremotato il settore bancario italiano. Poi nell’estate 2017 è toccato prima alle due Popolari venete – liquidate e regalate con dote pubblica di 5 miliardi a Intesa – e poi al Montepaschi. Sommando tutto, anche il crollo di Borsa del settore, sono andati in fumo circa 70 miliardi di valore.

Il caso Unicredit è il più emblematico. La banca milanese nell’estate 2017 fece infuriare il Padoan ministro perché si rifiutò di accollarsi, insieme ad altri istituti, le Popolari venete traballanti. Ma prima ancora fu protagonista di quello che, a piazza Gae Aulenti, fu vissuto come un ricatto. La vicenda risale al 2014-2015, quando all’ad Federico Ghizzoni arrivarono le gentili richieste di “interessarsi” a Banca Etruria, già nei guai e allora vicepresieduta dal padre di Maria Elena Boschi. Come rivelato da Ferruccio de Bortoli, la ministra incontrò Ghizzoni a dicembre 2014. Come noto, il manager aprì il dossier Etruria per cortesia istituzionale, ma poi non ne fece nulla: a febbraio 2015 la Popolare aretina viene commissariata e a novembre mandata in liquidazione. Da allora inizia uno strano balletto. Magari è un caso, ma nel 2015 e poi nel 2016 la banca di Ghizzoni chiede una norma interpretativa per poter utilizzare più agevolmente le Dta (a bilancio ne aveva per 14 miliardi) e tenta di farla infilare in vari provvedimenti trovando sempre le porte sbarrate da Palazzo Chigi. Comportamento che dentro la banca alcuni imputarono al rifiuto opposto al salvataggio di Etruria.

Alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, pressato dal deputato Andrea Augello, Ghizzoni spiegò di essere rimasto colpito dall’ostruzionismo: “Ero incavolato, tanto che io stesso chiamai il ministero dell’Economia e chiesi spiegazioni per questo cambio di rotta che per Unicredit voleva dire pagare una cifra tra i 250 e i 300 milioni. Mi dissero che era prevalsa un’altra linea e non c’era nulla da fare”. Il ministero, cioè Padoan, non fece nulla. La norma arrivò solo nel 2017. Sempre alla commissione, Padoan spiegò cosa era cambiato nel frattempo: “Era cambiato il governo…”.

Nel luglio 2016 Ghizzoni fu cacciato. Chissà cosa pensa oggi del Padoan presidente di Unicredit, banca che, se inglobasse Mps, potrebbe beneficiare nel suo bilancio dei 3,6 miliardi di Dta in pancia a Siena.

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