Tutti ai piedi delle banche, FQ: dai politici ai boiardi, bisogna affidarsi al salotto di Nonna Speranza…

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di Marco Palombi da Il Fatto Quotidiano

Pier Carlo Padoan, un ministro dell’Economia diciamo non fortunato quanto a vicende bancarie (vedi qui), si accomoda con scelta di dubbio gusto e ancor meno senso dell’opportunità, alla presidenza di Unicredit. La scelta dell’attuale deputato del Pd non è però l’eccezione, ma quasi la regola tanto in Italia quanto all’estero: basti dire, a questo proposito, che ben due Segretari al Tesoro negli Stati Uniti – Robert Rubin con Clinton ed Henry Paulson con Bush jr – erano stati fino a poco prima ai vertici di Goldman Sachs.

I consulenti “vip” Lo scouting di Goldman

A proposito della regina delle banche d’affari e del suo rapporto con la politica, lasciamo parlare un giornalista non certo ostile al mondo degli affari come Ferruccio de Bortoli: raccontando della irrituale e contestatissima scelta dell’ex presidente della Commissione Ue José Manuel Barroso di lavorare per la banca d’affari Usa, scrisse – nel suo Poteri forti (O quasi), La nave di Teseo – di quando dieci anni prima “avevano un contratto con Goldman Sachs sia Mario Monti sia Gianni Letta. Io venni invitato a un lunch in un albergo romano, lo Splendide Royal. Era il 26 settembre 2007. Vederli al tavolo con Blankfein (il gran capo di Goldman, ndr), quasi fossero suoi impiegati, mi fece un certo effetto. Una sensazione di disagio”. Non solo il Gran Visir di Berlusconi, però, fu advisor della banca americana, anche il suo antagonista più famoso: Romano Prodi lo fu all’inizio degli anni Novanta (e dal 2014 presiede, gratis, l’Internationl advisory board proprio di Unicredit, carica precedentemente appannaggio di Giuliano Amato, oggi alla Consulta). Un finanziere vicino all’ex premier dell’Ulivo, Massimo Tononi, fece il percorso inverso, cioè dalla sede di Londra della banca Usa a sottosegretario all’Economia nel 2006 e ritorno in Goldman nel 2008. Per non fare che un altro esempio Augusto Fantozzi, che fu ministro anche col centrosinistra, è stato senior advisor della banca d’affari francese Lazard dal 2008 al 2013.

“Abbiamo una banca?” L’ultimo dei romantici

Il politico o il grand commis che diventa dipendente o consulente di grandi banche private in Italia è una creatura tutto sommato recente. Sia chiaro, la politica si è sempre occupata del mondo del credito, ma col sistema in gran parte pubblico – e spartito quasi in amicizia tra democristiani e partiti laici – fino agli anni Ottanta dava le carte, oggi al massimo raccoglie le briciole. Nel 2005 l’allora segretario Ds, Piero Fassinoche s’informa col numero 1 di Unipol Giovanni Consorte – “Abbiamo una banca?” – della scalata alla Banca nazionale del Lavoro è l’ultimo dei romantici: uno che pensa ancora che le operazioni finanziarie siano un pezzo del lavoro politico e non il contrario. D’altra parte lo stesso Consorte al telefono con Massimo D’Alema la buttava sui sentimenti: “Se ce la facciamo abbiamo recuperato un pezzo di storia: la Bnl era nata come banca per il mondo cooperativo”. E l’altro: “Vai, facci sognare”. Teneri, tanto più che dovevano sognare in compagnia dell’immobiliarista Stefano Ricucci (il signor “furbetti del quartierino”), nel frattempo impegnato pure sul fronte Rcs, che telefonava al dalemiano Nicola Latorre per informarlo dei progressi dell’operazione (“mi dovete dare la tessera”). Sull’estate delle scalate si potrebbe andare avanti per ore, ma il buco nero bancario della sinistra politica – vera parvenu al tavolo della finanza – si chiama Monte dei Paschi, della cui sorte ora si occuperà Padoan, eletto a Siena. Non è peraltro detto che l’ex ministro non torni poi alla cosa pubblica: Sergio Chiamparino fu deputato e sindaco di Torino fino al 2011; poi presidente, grazie al suo successore Fassino, della Compagnia di San Paolo (la fondazione azionista di Banca Intesa) finché, nel 2014, non fu eletto presidente del Piemonte. Nulla comunque rispetto ai grandi burocrati per cui le porte girevoli sono un’abitudine.

Draghi & C. Ovvero porte girevoli al Tesoro

Tornando a Goldman, non si può non citare uno dei suoi dipendenti italiani più famosi. Mario Draghi era stato dal 1991 al 2001 direttore generale del Tesoro, poltrona da cui aveva gestito in prima persona la complessa e non certo felice stagione delle grandi privatizzazioni: nel 2002 diventa vice chairman e managing director della banca Usa a Londra; lascerà quel posto nel 2005 per diventare governatore di Banca d’Italia e poi della Banca centrale europea. Un destino che condivide con tutti gli ultimi direttori generali del Tesoro: Domenico Siniscalco, che fu pure ministro con Berlusconi, andò in Morgan Stanley; Vittorio Grilli – anch’egli dg e poi ministro con Monti – in Jp Morgan; Vincenzo La Via, dg per sei anni coi governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, aveva lavorato in Intesa e dal 2019 anche lui ha imboccato le porte girevoli per entrare in Promontory Financial Group, società del gruppo Ibm.

Regole – et pour cause – non ce ne sono e bisogna affidarsi al senso di opportunità di ognuno: una di quelle buone cose di pessimo gusto rimaste nel salotto di Nonna Speranza.

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