Tanto tuonò che piovve, anche al GdV: RiMar di Gianni Marzotto, 40 anni d’inquinamento da Pfoa

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RiMar, oltre 40 anni d’inquinamento da Pfoa. La relazione dell’esperto. L’audizione in novembre di Altissimo. L’azienda fondata da Gianni Marzotto (poi Miteni) iniziò a produrre l’acido dal 1966 E il caso Btf svela particolari“: con questi, rispettivamente, titolo, occhiello e sommario oggi, finalmente, anche Il Giornale di Vicenza scrive dell’azienda dei RiMar (la sigla sta per Ricerche Marzotto) che da lungo tempo (e tante volte) VicenzaPiù ha denunciato come artefice primigenio dell’inquinamento da Pfas e la cui proprietà, Marzotto, ha un cognome dalle nostre parti pronunciabile solo in caso si lodi e inchini (nella foto Gianni Marzotto con un’auto sfasciata, ndr).

 


Tante volte abbiamo scritto di RiMar e una, di recente, il 18 aprile. ne abbiamo chiesto anche al Procuratore capo di Vicenza, Antonino Cappelleri nell’ambito delle indagini sulla Miteni.

Ecco l’estratto relativo alla RiMar dell’intervista sotto il titolo “Antonino Cappelleri, procuratore capo di Vicenza, e le sue dichiarazioni alle Mamme No Pfas su indagini Miteni: non ho parlato di dettagli investigativi e non è stata presentata alcuna istanza di sequestro di Miteni“.

Giovanni Coviello. La prima domanda è se conferma la frase in cui avrebbe affermato che Miteni aveva scelto l’Italia per la vantaggiosa legge esistente in termini di sostanze definite come inquinanti e che l’azienda inquinava sapendo di inquinare…

Antonino Cappelleri. Confermo di aver detto questo e non ci vedo alcun problema nè tanto più reputo “grave” la mia affermazione perchè di certo, nè in quella nè nelle altre frasi da me pronunciate, non rivelo alcun dettaglio investigativo ma riferisco delle ipotesi di accusa della Procura

Giovanni Coviello. Chiaro. Ma se Miteni ha scelto Trissino per i particolari “vantaggi” offerti dalle carenze legislative dell’epoca e se avrebbe inquinato sapendo di inquinare, sono in corso indagini analoghe e con gli stessi presupposti investigativi dell’accusa sulla RiMar (Ricerche Marzotto) e sulla Enichem che nello stesso luogio prima della Miteni producevano e immettevano, presumibilmente, nel suolo sottostante sostanze inquinati analoghe, se non peggiori visto che se all’arrivo della Miteni le norme erano carenti c’è da pensare che prima lo fossero ugualmente se non di più?

Antonino Cappelleri. La procure per procedere ha bisogno di una «notizia di reato» che nel caso Miteni ha avuto mentre non ne ha avuto per altre possibili situazioni. Tra l’altro gli eventuali reati ipotizzabili per gli altri produttori sarebbero ad oggi già prescritti per cui, anche in caso di averne notizia, non sarebbero indagabili.

 

Ricordato questo e sperando che, dopo lo sblocco mediatico del nome Ricerche Marzotto, organi competenti e media si occupino anche delle attività inquinanti del comparto industriale soprattutto della concia nella valle dell’Agno denunciate come preponderanti dal rapporto ECHA, rendiamo onore, pubblicandone il pezzo relativo, a chi, il GdV, oggi ha consentito di pigiare sui tasti il nome “pesante” di Marzotto all’ottimo collega Piero Erle, che ben altro palco meriterebbe e che tra l’altro nelle colonne accanto, che pure riprendiamo, denuncia l’amnesia sui GenX della Commissione regioanel di inchiesta sui Pfas….

 

LA RELAZIONE DELL’ESPERTO. L’audizione in novembre di Altissimo
RiMar, oltre 40 anni d’inquinamento da Pfoa

L’azienda fondata da Gianni Marzotto (poi Miteni) iniziò a produrre l’acido dal 1966 E il caso Btf svela particolari
P.E.

VENEZIA Più di 45 anni di inquinamento da Pfoa, il secondo degli acidi più temuti nella famiglia dei famosi Pfas. È questo il quadro che emerge da una relazione che ha portato alla commissione regionale l’esperto Lorenzo Altissimo, per una vita “autorità vicentina” al Centro idrico Novoledo per le tematiche delle falde acquifere (è anche vicepresidente di “Medio Chiampo”). All’audizione in novembre Altissimo, come risulta dalla relazione finale, porta una preziosa ricostruzione storica di quanto avvenuto in valle dell’Agno. A partire da quando negli anni ’60 emerge la chimica del fluoro per l’impermeabilizzazione di prodotti vari e nel 1964 il conte Giannino Marzotto dà vita a RiMar, Ricerche chimiche Marzotto. Dapprima accanto a villa Marzotto di Trissino, nelle vecchie scuderie dove già dal 1966 si producevano «quantità significative del prodotto base per la sintesi di un anti-macchia, l’acido perfluoro-ottanoico (sigla Apo, che è uguale a Pfoa)». In breve tempo si verifica un grosso incidente di fuga di un acido e poi il parroco va dal sindaco perché, ricostruisce Altissimo, si trova con il giardino tutto “bruciato”. Morale: Marzotto fa trasloco e porta agli inizi del 1967 la Rimar nelle sue proprietà in località Colombara, l’attuale Miteni.Già nel 1970 la Rimar produce 12 tonnellate di Apo-Pfoa l’anno, e nel 1973 avvia altre produzioni come i Btf-benzotrifluoruri. Nel febbraio 1976 il “fattaccio”: l’esercito in località Ghisa a Montecchio fa scoprire l’acqua gialla inquinata da Btf nei suoi pozzi. Segue l’inchiesta della Procura, il lavoro di più periti, le autobotti che portano l’acqua in zona (fino a Creazzo)… l’assoluzione. Ma dalla relazione Altissimo emerge che «sicuramente fino al marzo 1975 e forse anche dopo, i reflui acidi e gli scarti della lavorazione venivano smaltiti direttamente o indirettamente nel torrente Poscola (il depuratore di Trissino arriverà solo nel 1987)», e da qui nella falda acquifera. Con i Pfas dentro di sicuro. E poi, a differenza dei Btf, il Pfoa è “leggero” e segue l’acqua, quindi ha avuto a disposizione decenni (la Miteni l’ha bloccato solo nel 2012) per penetrare nelle falde. Non solo: il depuratore di Trissino non trattava certo Pfas, visto che nessuno ne sapeva nulla, per cui lo scarico si è spostato sul fiume Guà e «si può ritenere che il potenziale rilascio in zona di ricarica della falda di prodotti/sottoprodotti provenienti da RiMar-Miteni sia continuato fino al dicembre 2000» per poi trasferirsi nel tubone a Lonigo dove il rio Acquetta ha «sicuramente trasportato lungo il corso composti perfluorati» (ora il tubone arriva a Cologna Veneta). Più di 40 anni in cui il Pfoa ha potuto raggiungere via via i i pozzi dell’acqua a sud e a est.

 

 

LE CARTE DELL’INCHIESTA PFAS. Nell’enorme mole di documenti e temi emerge un’anomalia
La commissione regionale sapeva del GenX da mesi

L’aveva messo a verbale l’avv. Billot giunto dagli Usa: dato lo stop ai Pfoa DuPont ha tirato fuori l’altra sostanza. Ma nessuno l’ha chiesto a Miteni
PIERO ERLE

Gliel’aveva segnalato proprio lui, il super-avvocato Robert Billot arrivato a Venezia per spiegare alla Commissione regionale d’inchiesta sui Pfas la sua battaglia legale negli Usa contro l’inquinamento causato dal colosso DuPont negli Usa fin dagli anni ’50. È scritto nero su bianco nelle carte della relazione finale della Commissione votata in Consiglio veneto a inizio agosto. Era il 2 ottobre, dieci mesi fa: «Dal 2015 – ha spiegato Billot davanti ai commissari – la DuPont non poteva più produrre i Pfoa e cambiò materiale di utilizzo: il nuovo materiale si chiama GenX, che aveva meno atomi di carbonio nella sua composizione e quindi era il cosiddetto C6 che era appunto a catena corta. Quindi la Dupont ha ricominciato con i test sugli animali di questo nuovo materiale, il C6, e i risultati – affermare Billot davanti alla commissione – furono i medesimi di quelli dell’analisi dei Pfoa, quindi il C6 causava le stesse malattie».IL SILENZIO. Dopo la sua introduzione, riporta il testo della relazione, Billot risponde a una serie di domande. E quando gli viene chiesto sui limiti ai Pfas nelle acque potabili in Ohio e sulle eventuali bonifiche in corso, rilancia il messaggio: «Ora la DuPont sta producendo queste nuove sostanze chimiche nel nord Carolina, quindi la popolazione sta affrontando questo problema di inquinamento delle acque, che sono relative alla nuova sostanza chimica GenX. Stanno ancora studiando un modo per ottenere un sistema di filtraggio che sia idoneo per tutta questa famiglia di sostanze chimiche, e io sono ottimista: riusciranno presto a trovare questo sistema di filtraggio efficace». È il 2 ottobre. La commissione ha già ascoltato in settembre, è vero, sia la Giunta che il commissario-dg di Arpav Nicola Dell’Acqua (il quale tra l’altro nel verbale della sua audizione su Miteni accenna anche ad “altre sostanze”, ma cita solo i noti Btf). Ma 20 giorni dopo, il 24 ottobre, davanti alla commissione si presentano il presidente di Miteni, Martin Leitgeb, e il dirigente Davide Drusian: poteva essere l’occasione per chiedere se anche a Trissino, come per la DuPont, il blocco dei Pfoa aveva portato a scegliere il GenX. Invece niente: la parola “GenX” sparisce da tutte le altre carte della commissione. Salvo veder scoppiare lo scandalo, come noto, nove mesi dopo, con quella che in Regione è stata bollata come una “fuga di notizie” che ha impedito di effettuare i previsti controlli a sorpresa sul GenX dentro la Miteni, e che l’azienda di Trissino ha bollato invece come una mossa studiata per dirottare l’attenzione dalla relazione dell’agenzia europea Echa che parla di decine di tonnellate l’anno di prodotti con Pfas che giungono tutt’oggi in Veneto destinate a centinaia di aziende che li usano.IL CONFRONTO. Sia chiaro: l’inchiesta sui Pfas è enorme, molto complessa e tocca tantissimi aspetti. Non ha senso stracciarsi le vesti perché nessuno ha notato che il super-avvocato giunto dagli Usa aveva aperto un nuovo fronte (che in Veneto resterà nascosto invece per altri mesi). La questione però c’è. E curiosamente proprio la questione del GenX ha poi acceso gli animi e il dibattito della fase finale del lavoro del Consiglio regionale che poi ha approvato la relazione finale sull’inchiesta. Come detto, nei verbali del lungo confronto tra la commissione d’inchiesta e la società Miteni, il 24 ottobre, la questione GenX non compare. Ma è vero che i commissari danno vita a un lungo confronto e incalzano i vertici di Miteni, i quali peraltro citano a verbale ovviamente la Aia-Autorizzazione integrata ambientale ottenuta nel 2014 (a caso Pfas già scoppiato dall’anno prima) senza dire che li autorizza a lavorare il GenX.IL CAMBIO DEL MERCATO. Nei verbali i consiglieri incalzano Miteni su molti temi. La barriera di pozzi per drenare i Pfas contenuti nella falda acquifera sotto Miteni. La sua capacità finanziaria di far fronte ai costi di trattamento e bonifica. La vicenda dei dipendenti. Il confronto è serrato: Miteni si difende. E si fa notare, tra mille aspetti, che Drusian (Miteni) sottolinea una difficoltà economica dell’impresa di Trissino: «Noi stiamo perdendo dei clienti e abbiamo difficoltà a finanziarci con le banche, perché ogni volta che vengono fuori le campagne mediatiche perdiamo linee di finanziamento, linee di credito, ordini, i nostri clienti cercano dei fornitori alternativi e il problema è che quando li hanno trovati si rivolgono a questi». Ma, chiede un consigliere, chi sono i concorrenti? «Sono tutti all’estero. Stiamo parlando della Cina fondamentalmente, che fa prezzi più bassi».

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