Sui danni di una DaD priva di sperimentazione. “Agorà. La filosofia in Piazza”: senza alternative a un anno dalla pandemia

Sui danni della DaD
Sui danni della DaD
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di Michele Lucivero e Andrea Petracca

Perché la necessità di attivare la DaD, sulla base dell’aumento dei contagi, sembra non essere messa ancora in discussione? Cosa ci impedisce, con una situazione epidemiologica che resta incerta, e come tale dovremmo considerarla anche per il prossimo anno scolastico, di pensare soluzioni alternative alla DaD?

Nel 1988 Guy Debord integra il suo testo celeberrimo del 1967, La società dello spettacolo, con dei Commentari, in cui sostiene che l’eliminazione dello spirito storico, una sorta di spirito critico storicamente fondato, ma annichilito nell’epoca attuale, consente ad ogni potere di dormire, per così dire, sogni tranquilli: «la storia è la misura di un’autentica novità; e chi vende la novità ha tutto l’interesse a far sparire il modo di misurarla»[1].

Quindi, quando una novità vuole essere imposta, la misura si presenta in primo luogo come stringente, necessaria; poi, soprattutto per coloro i quali continuano a mantenere sulla fronte il cruccio della critica, anche nei confronti della celerità con cui i cambiamenti si realizzano, intervengono schiere di esperti pronti a snocciolare dati e statistiche che confermano la bontà del provvedimento e i benefici che ne verranno, se non per tutti, di certo per la maggioranza delle persone.

Ora, qualsiasi cambiamento nelle abitudini della vita delle persone necessita di essere metabolizzato e di essere sperimentato nell’arco di periodi piuttosto lunghi, al fine di permettere al soggetto di operare i necessari aggiustamenti e rendere il mutamento compatibile nell’interazione con l’ambiente e il contesto specifico in cui ciascuna persona si trova ad agire.  Non è un’astrusità, dunque, se affermiamo che dei cambiamenti repentini, ex abrupto, nell’esistenze delle persone potrebbero dare dei risultati deleteri a lungo andare, soprattutto se non vi è stata un’adeguata sperimentazione.

Sembra, infatti, alquanto paradossale la necessaria e ineludibile attesa da parte dell’OMS, dell’AMA e dell’AIFA dei dati sulla sperimentazione dei vaccini sulle persone, da un lato, e la repentina adozione di qualsiasi modalità di interazione didattica a gamba tesa nelle case delle persone per mezzo della DaD e della DDI, dall’altro, senza aver sperimentato precedentemente la procedura e senza minimamente preoccuparsi delle conseguenze che questa pratica avrebbe generato sulle persone, nella fattispecie i bambini e le bambine, come se i processi educativi fossero tutti leciti e privi di conseguenze e come se gli aspetti psicologici legati alla fragilità dei più piccoli non fosse determinante per il benessere esistenziale.

Ma ormai il danno è fatto! La sperimentazione della DaD, a differenza dei rigorosi controlli dei vaccini, non c’è stata, e dopo che i docenti si sono entusiasticamente, con grande spirito di abnegazione, lanciati alla cieca in qualsiasi forma di interazione digitale, adesso gli psicologi e i reparti di neuropsichiatria infantile registrano i cosiddetti “effetti collaterali”, di cui ci ha già parlato Sabrina Germi e di cui anche Elena Testi ci dà un interessante saggio in un articolo dai risvolti a dir poco raccapriccianti, dal titolo «Questa non è vita, spaccherei tutto»: le angosce dei ragazzi, le nostre colpe, pubblicato il 31 marzo su «La Repubblica».

Certo, c’è stato qualche docente universitario coraggioso, come Francesco Benozzo, che ha dichiarato la propria incompatibilità con le modalità asettiche della docenza a distanza, ma che non ha avuto il coraggio di licenziarsi, e noi siamo con lui: «Sputo nel piatto in cui mangio? Sì. È proprio così, perché non ho avuto la forza di licenziarmi. Ho conosciuto quest’anno la mia vera vigliaccheria».

Il punto cruciale della questione, tuttavia, sta nella mancanza di prospettiva e responsabilità nell’aver frettolosamente accettato, senza previa discussione pedagogica, una modalità didattica inesplorata per i più piccoli, non preoccupandosi delle conseguenze e adesso, senza un’adeguata registrazione dei dati che consenta di stabilire eventuali connessioni tra il prolungarsi della DaD e l’aumento degli accessi di adolescenti in neuropsichiatria, come si fa per i protocolli scientifici, tali conseguenze non hanno alcun significato per la “scienza ufficiale”.

Nel frattempo, però, gli psicoterapeuti ci raccontano di situazioni inedite dal punto di vista clinico e, sebbene alcuni raccontino che la DaD sia anche servita ad allentare l’ansia sociale, in realtà si tratterebbe solo di un rimedio per chi è affetto da disturbi di carattere psicologico, a conferma, quindi, che la DaD amplifica il senso di asocialità a carico della costruzione di un senso di solidarietà comunitaria.

Insomma, restiamo convinti che di questi meccanismi presto ne subiremo le conseguenze, insieme alla fobia dei contatti e della vicinanza alle persone. Siamo confortati dal fatto di non essere una voce nel deserto e finalmente diverse voci autorevoli stanno intervenendo sulla questione. Queste che riportiamo sono le parole del prof. Renato Borgatti, direttore del reparto di neuropsichiatria infantile dell’ospedale Fondazione Mondino di Pavia: «La didattica a distanza è stato un modo di noi adulti per pulirci la coscienza, una scelta classista e antidemocratica. Si salvano e vanno avanti solo quei ragazzi che hanno una solidità e una maturità spiccata, famiglie solide alle spalle che possono seguirli, sostenerli e riconoscere i segni di disagio che a volte resta mascherato. Tutti gli altri invece soccombono. Questa scelta si sta tramutando in una sorta di selezione. E la cosa più assurda è che siamo in pochi a porre il problema. Sembra che gli altri non lo stiano proprio concependo questo dramma, le cui conseguenze saranno evidenti tra qualche anno».

[1] Guy Debord, La società dello spettacolo, BCD editore, Milano 2004, p. 198.


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a cura di Michele Lucivero

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