Cittadinanza italiana: comune mortale Fernando Lavatelli, pittore italo-argentino residente a Vicenza, vs famoso Suarez

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La moglie di Luis Suarez, attaccante uruguagio del Barcellona, prima dello scandalo dell’università per stranieri di Perugia conosciuto soprattutto per il morso a Chiellini ai Mondiali del 2014 (forse era già un modo di dimostrare che mastica l’italiano?), è di origine italiana: il nonno di Sofia Balbi infatti è friulano e lei, nata in Uruguay, ha il doppio passaporto, questo ha consentito al calciatore di presentare la domanda di cittadinanza e i tempi in questo caso sono più brevi (ma comunque di solito non meno di un anno). In Spagna Suarez è considerato comunitario anche se non ha la cittadinanza spagnola, grazie appunto alla moglie. Ma in Italia le regole sono più rigide e solo con il passaporto italiano lo si poteva considerare comunitario. La Juventus aveva bisogno di tesserare Suarez entro la fine del mercato, cioè i primi di ottobre. Ma la Fifa impone dei limiti nelle rose ai calciatori extracomunitari e la Juve aveva già in squadra l’americano Weston McKennie e il brasiliano Arthur Melo. Così, considerando che la moglie è italiana, si è pensato di tesserarlo come comunitario facendogli chiedere e ottenere la cittadinanza italiana. Ma, oltre ad aver svolto in un mese o anche meno le pratiche burocratiche che normalmente chiedono almeno un anno, c’era l’ostacolo, questo non sormontabile, dell’esame di italiano, tra l’altro voluto dal milanista Salvini. Suarez non ha mai parlato l’italiano e non lo ha nemmeno studiato: sarebbe stato sicuramene bocciato, ma pare che la commissione lo abbia fatto passare lo stesso consegnandogli il B1 per non ostacolare la Juve. Le indagini sono ancora in corso e la vicenda va ancora chiarita completamente, ma il sospetto è che la società stessa abbia fatto pressione e ora rischia una sanzione che va dalla semplice ammenda alla squalifica del campo fino alla penalizzazione in campionato, per un giocatore che probabilmente andrà altrove (la pista più calda infatti ora è l’Atletico Madrid).

Cittadinanza italiana: tempi e requisiti

L’ottenimento della cittadinanza italiana è regolato dalla legge del 1992, poi modificata nel 2018 coi decreti Salvini che hanno allungato i tempi che trascorrono da quando si fa richiesta a quando la si ottiene: da due a quattro anni. Con quella legge è stato anche introdotto l’esame obbligatorio di italiano con un livello che parte dal B1: comprensione di un testo e sostenere una conversazione essenziale. Per poter fare richiesta bisogna risiedere in Italia da almeno 10 anni permanenti e continuativi ed avere un reddito di almeno 8300 euro se single o 11600 se con moglie e figli a carico. I tempi si accorciano se si è sposati con qualcuno che ha il passaporto italiano: in questo caso bastano 2 anni di residenza. Se si nasce in Italia da genitori stranieri bisogna aspettare di aver compiuto i 18 anni. La via più breve è esercitare lo ius sanguinis se uno dei due genitori, anche adottivi, è italiano. La ‘cittadinanza per matrimonio‘ è riconosciuta dal prefetto della provincia di residenza del richiedente. Diverso è parlare di cittadinanza europea che non è uno status che si acquisisce. Ogni cittadino di un Paese membro della Ue, oltre alla cittadinanza del paese di origine, gode della cittadinanza europea.Secondo la testuale dizione del trattato di Maastricht (TUE), è cittadino dell’Unione chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro. La cittadinanza dell’Unione europea comporta una serie di norme e diritti ben definiti, che si possono raggruppare in quattro categorie: la libertà di circolazione e di soggiorno su tutto il territorio dell’Unione; il diritto di votare e di essere eletto alle elezioni comunali e a quelle del Parlamento europeo nello Stato membro di residenza; la tutela da parte delle autorità diplomatiche e consolari di qualsiasi Stato membro in un paese terzo nel quale lo Stato di cui la persona in causa ha la cittadinanza non è rappresentato; il diritto di presentare petizioni al Parlamento europeo e ricorsi al mediatore europeo (fonte ministero dell’Interno).

L’art. 7 della legge 555/1912 consentiva al figlio di italiano nato in uno Stato estero che gli aveva attribuito la propria cittadinanza secondo il principio dello ius soli, di conservare la cittadinanza italiana acquisita alla nascita, anche se il genitore durante la sua minore età ne incorreva nella perdita, riconoscendo quindi all’interessato la rilevante facoltà di rinunciarvi al raggiungimento della maggiore età, se residente all’estero. L’autorità competente ad effettuare l’accertamento è determinata in base al luogo di residenza: per i residenti all’estero è l’Ufficio consolare territorialmente competente.

La procedura per il riconoscimento si sviluppa nei seguenti passaggi: accertare che la discendenza abbia inizio da un avo italiano (non ci sono limiti di generazioni); accertare che l’avo cittadino italiano abbia mantenuto la cittadinanza sino alla nascita del discendente. La mancata naturalizzazione o la data di un’eventuale naturalizzazione dell’avo deve essere comprovata mediante attestazione rilasciata dalla competente Autorità straniera; comprovare la discendenza dall’avo italiano mediante gli atti di stato civile di nascita e di matrimonio; atti che devono essere in regola con la legalizzazione, se richiesta, e muniti di traduzione ufficiale. A tal proposito è opportuno ricordare che la trasmissione della cittadinanza italiana può avvenire anche per via materna solo per i figli nati dopo il 01.01.1948, data di entrata in vigore della Costituzione; attestare che né l’istante né gli ascendenti hanno mai rinunciato alla cittadinanza italiana interrompendo la catena di trasmissione della cittadinanza, mediante appositi certificati rilasciati dalle competenti Autorità diplomatico consolari italiane (fonte ministero degli Esteri).

La testimonianza

Abbiamo raccolto la testimonianza di Fernando Lavatelli, pittore italo-argentino residente a Vicenza. “Io ho ottenuto la cittadinanza italiana per ius sanguinis – racconta – e ci ho messo 2 anni e mezzo, dall’89 al ’92. Una mia cugina negli anni ’80 ci ha messo 6 mesi. A volte cambiano gli accordi tra Stati, oltre che le leggi interne. La mia ex moglie per matrimonio e ci ha messo un anno, dal 2000 al 2001. Ius sanguinis significa avere un avo italiano, una volta non si poteva andare più indietro di due generazioni, ora non c’è limite. Ti chiedono l’atto di nascita dell’avo, certificato di matrimonio e certificato di decesso in caso sia morto. Stessa cosa del padre e di chi chiede la cittadinanza, certificato di nascita e di matrimonio. Radunate tutte queste carte, vanno tradotte in italiano, poi bisognava anche aver fatto il servizio militare, ora no. Poi di solito vanno a controllare che l’avo, mettiamo sia il nonno, sia sempre rimasto italiano e non abbia chiesto la cittadinanza, in questo caso argentina. Poi le carte si portano al consolato italiano del paese di residenza. Nel caso dell’Italia e dell’Argentina fu Mussolini nel ’39 che siglò questo tipo di accodo, perché prevedendo la guerra cercò di riportare in Italia i figli degli italiani emigrati. 6000 argentini sono venuti in Italia per fare la Seconda Guerra Mondiale, poi mandati in Russia, in Grecia, etc. Adesso in Argentina ti danno appuntamento tra 5-6 anni. Nel 2001 in Argentina ci sono state 600 mila domande di cittadinanza italiana. Così hanno cercato di mettere dei paletti”.

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Tommaso De Beni
Giornalista pubblicista dal 2020 nato nel Basso Vicentino nel 1987, laureato in Teoria e critica letteraria. Ex presidente dell'associazione culturale e redattore della rivista "ConAltriMezzi". Ho pubblicato racconti nelle raccolte "Write not die" ed "Escape" e poesie in siti vari e "Pagine". Ospite della trasmissione televisiva "MattinaInFamiglia" nel 2013. Ex collaboratore di PopcornTv, Notizie.it, BlastingNews e Vvox