Silicon Valley, Il Fatto Quotidiano: addio, tutti pronti per il Texas

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“Credo che vedremo un declino del ruolo di Silicon Valley”: Elon Musk, l’uomo che ha fondato la più famosa società di auto elettriche Tesla, come sempre non usa mezzi termini e questa volta la sua profezia si abbatte sulla culla tecnologica americana per eccellenza. Lo dice e se ne va, Musk: ad Austin, in Texas, fa sorgere un impianto automobilistico Tesla, il primo oltre i confini della California negli Stati Uniti. D’altronde, nello stato ha già una base l’altro suo colosso dell’esplorazione aerospaziale, SpaceX. La notizia arriva alla fine di un anno di cambiamenti nella geografia dell’industria tecnologica. I campus delle grandi aziende si sono svuotati, i più agiati della Silicon Valley si sono ritirati nei loro rifugi dorati, chi lavora nel settore ha scelto lo smartworking e ha rinunciato ai costosi affitti di San Francisco per sedi e immobili più accessibili. Il lavoro sta cambiando, tanto più nel settore tecnologico: Google, ad esempio, sta valutando l’idea di una settimana lavorativa flessibile, magari formata da tre giorni in ufficio e due da casa.

Tesla, infatti, non è l’unico pezzo che abbandona la leggendaria costa tech: Oracle Corp, la seconda società di software più grande del mondo nata nella Silicon Valley alla fine degli anni 70, ha annunciato lo spostamento della propria sede sempre dalla California al Texas. Una rivelazione pre-allertata: per tagliare i costi, la società aveva già trasferito 135mila lavoratori ad Austin. Ma ancora: la Hewlett Packard Enterprise, tra le società eredi dell’originale gruppo HP nato in un garage e considerato vero e proprio pioniere della Silicon Valley, ha deciso di passare da San Jose, in California, a Houston, sempre in Texas. La Palantir Technologies, invece, si è spostata in Colorado. “Mentre alcuni stati stanno allontanando le aziende con tasse elevate e regolamenti pesanti, continuiamo a vedere un’ondata di aziende come Oracle che si trasferiscono in Texas grazie al nostro clima imprenditoriale amichevole, alle tasse basse e alla migliore forza lavoro della nazione”, ha detto nelle scorse settimane il governatore del Texas, Greg Abbott.

Tra le motivazioni che potrebbero star spingendo lontano gli imprenditori, oltre alle nuove possibilità di lavoro a distanza, c’è anche l’aumento del costo della vita insieme ad alte imposte sul reddito (la riforma di Trump del 2017 ha di fatto limitato la deducibilità delle imposte statali sul reddito e delle tasse sugli immobili) che ora, con l’elezione di Biden, sono a rischio di ulteriore salita: una trappola che si auto alimenta, spiegano gli esperti americani, visto che il budget e la capacità della California di finanziare importanti iniziative pubbliche dipendono in modo sproporzionato dalla sua capacità di trattenere i residenti più ricchi. Quasi il 70% del bilancio della California arriva infatti dal reddito dei cittadini. Il Texas, invece, è uno dei sette Stati senza imposta sul reddito e la manodopera costa meno, con tasse più basse.

Il Guardian, in una recente analisi, spiega che non sono solo le aziende ad essere in movimento ma che iniziano a traslocare anche i residenti. Va però precisato che Musk&C. non vanno completamente via dalla California ma restano con importanti centri a San Francisco. Anche perché il Texas è comunque sempre stato un centro importante per l’innovazione statunitense. Negli ultimi vent’anni, le aziende tecnologiche hanno creato avamposti nello Stato del Sud per tagliare i costi e hanno aiutato città come Austin a far crescere costantemente il settore tecnologico, che è stato soprannominato “Silicon Hills”, colline del silicio, su cui sorgono anche gli uffici di altri big: da Facebook ad Apple a Google. Sarebbe quindi più che altro una “colonia”, spiegano alcuni esperti. Ma questo non esclude certo che la geografia delle grandi aziende del digitale stia mutando, insieme alla loro identità: si scoprono essere sempre più lontane dal mito dell’azienda virtuosa e all’avanguardia per avvicinarsi all’immagine di società tradizionali che seguono prima del resto soldi e profitti, anche spostandosi là dove le conviene.

Il dibattito su cosa accade alla Silicon Valley ha diviso l’opinione pubblica americana tra chi continua a difenderla e chi invece ne dà un giudizio di valore. In un recente editoriale, il New York Times ha difeso la San Francisco Bay Area sottolineando che rimane il centro innovativo dell’industria tecnologica degli Stati Uniti e che vanta ancora più startup di qualsiasi altro Stato, eclissando anche i più stretti rivali in capitale di rischio e investimenti, con un Pil di 535 miliardi di dollari e il diciannovesimo posto tra le economie mondiali. A San Francisco, secondo i dati circolati sul 2018, sono stati investiti più di 81,8 miliardi di dollari in due anni mentre Austin si è fermata a 3,6 miliardi. Ma se anche la California continua ad attirare quasi la metà di tutti i fondi di venture capital, la sua quota è in calo. Dovrà riuscire a trattenere i magnati e sfornare nuove startup per sopravvivere. Tanto più che la Cina è a un passo dall’eguagliarla. Se infatti, spiega sempre il Guardian, San Francisco e San Jose sono state classificate al primo e al secondo posto negli investimenti pro capite, secondo un’analisi del 2018 del Center for American Entrepreneurship, un ente di ricerca, lo stesso rapporto assegna a Pechino il primo posto per il potenziale di guida della crescita globale. “Il dominio un tempo incontrastato dell’America è ora messo a dura prova dalla rapida ascesa di potenti città startup in Europa, Cina, India e altrove” si legge nel rapporto. Gli Stati Uniti, si avvisa poi, stanno perdendo la loro capacità di raggiungere individui altamente qualificati che, invece, restano sempre più nei loro paesi d’origine. Oppure, si può ormai aggiungere, si trasferiscono in Texas.

di Virginia Della Sala, da Il Fatto Quotidiano

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