Scozia, vince il partito degli indipendentisti e Sturgeon chiede nuovo referendum ma i conservatori di Johnson si oppongono

premier scozzese Nicola Sturgeon
premier scozzese Nicola Sturgeon
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In una Edimburgo spettrale, ancora spopolata dalla pioggia e dal lockdown appena terminato, la “Terra di mezzo” della Scozia continua. A maggior ragione dopo il risultato di queste ultime elezioni, che ieri sera ha fatto subito sguainare l’ascia di Braveheart alla premier indipendentista Nicola Sturgeon: «Boris Johnson e Westminster devono capirlo: in Scozia c’è una chiara maggioranza pro-indipendenza. Se cercano di sfidarci su un nuovo referendum per la Scozia, si opporranno al popolo. Non vincerete mai contro la sua volontà».

È davvero così? Il partito indipendentista Snp (Scottish National Party) di Sturgeon ha stravinto le elezioni locali, ottenendo il quarto mandato di fila e il risultato più ampio della storia del Parlamento scozzese nato nel ‘99. Ma allo stesso tempo, anche per un complicato sistema elettorale proporzionale, con quasi la metà di voti non ha ottenuto la maggioranza assoluta di 65 seggi che le avrebbe dato pieni poteri, bensì uno in meno, 64. Uno smacco, causato anche dal voto tattico degli unionisti, con i conservatori di Johnson in prima linea. Tuttavia, il bicchiere è mezzo pieno. Perché i Verdi, pure loro indipendentisti, hanno registrato il miglior exploit di sempre con 8 seggi, formando un solido fronte per spezzare le catene da Londra.

Il problema è che Johnson ha sempre opposto un ostinato no a qualsiasi nuovo referendum sull’indipendenza dopo quello bocciato nel 2014. Almeno fino a ieri. Perché il primo ministro, trionfatore assoluto del maxi “Election Day” di giovedì che lo ha visto conquistare altre roccaforti “rosse” come Hartlepool, ha ammorbidito la sua retorica, ora più conciliante: “In questo momento un referendum sarebbe irresponsabile”. E così, in una lettera ottenuta in anteprima da “Repubblica”, oggi Johnson inviterà proprio Sturgeon e il confermato primo ministro gallese, il laburista Mark Drakeford, per un “Summit per l’Unione” del Regno Unito. «Gli interessi di tutte le nazioni saranno serviti al meglio se restiamo uniti», si legge, «lo abbiamo visto col successo della campagna vaccinale, e con i massicci aiuti anti Covid. Ci aspettano grandi sfide: dunque, lavoriamo insieme».
Parole che non faranno breccia su Sturgeon ma che dimostrano come Johnson sia in una posizione di forza. Non solo per il trionfo elettorale degli ultimi giorni. Ma anche perché sarà sempre lui ad avere l’ultima parola su un referendum per la Scozia legale, come pretendono gli indipendentisti, e non “catalano”. Alla fine, è molto probabile che si arriverà a uno scontro davanti alla Corte Suprema, perché Sturgeon farà approvare un secondo referendum dal parlamentino scozzese di Holyrood, con Johnson che lo impugnerà. «Tanto il Regno Unito si disintegrerà ugualmente», ci dice in un pub di Edimburgo il grande scrittore Irvine Welsh che qui ha ambientato il suo Trainspotting. Molto più scettico l’altro peso massimo della letteratura locale, il giallista Ian Rankin: «Ora si parlerà solo di referendum e non delle cose che contano davvero».

Nel frattempo, a Londra, il sindaco laburista Sadiq Khan è stato rieletto per un secondo mandato, superando il conservatore Shaun Bailey. Le uniche notizie buone per il Labour, in questa catastrofica tornata elettorale, sono arrivate dalle grandi città (anche a Manchester e Liverpool, dove ha vinto la prima sindaca nera Joanne Anderson) e dal Galles (Drakeford). Il leader Starmer ha iniziato il repulisti post disfatta: prima vittima la vice Angela Rayner, licenziata. È solo l’inizio.

Antonello Guerrera su Repubblica

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