Scontri al congresso Usa, Trump insiste sulle “elezioni rubate” ma chiede “pace e non violenza” ai manifestanti che conferma di “amare”

Trump discorso
Trump discorso in cui tenta di placare gli animi dopo gli scontri a Capitol Hill
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“Andate a casa, in pace, no alla violenza, dobbiamo avere legge e ordine”. Trump in un video messaggio diffuso sui suoi canali social (ma Twitter lo ha rimosso per le false affermazioni sulle elezioni truccate, ndr) tenta di placare i suoi seguaci, che però dice ancora di “amare” anche se hanno fatto irruzione armati a Capitol Hill (Langella (PCI) e Coviello (ViPiù.it): l’irruzione violenta di manifestanti al congresso USA è l’inizio della fine della democrazia targata Usa?), dove il congresso Usa era riunito per proclamare l’elezione di Joe Biden prima che i suoi membri fossero trasferiti per motivi di sicurezza in una base militare.

I media statunitensi parlano di spari e mentre scriviamo arriva la conferma che una donna ferita è morta e che è entrata in azione la Guarda Nazionale chiamata, però, non da Trump ma dal suo vice Mike Pence che si era dissociato dai fattacci in corso. Anche il governo italiano tramite il premier Conte e il ministro Gualtieri ha espresso forte preoccupazione per quanto sta accadendo a Washington.

Biden ha chiesto a Trump di parlare in diretta e porre fine agli scontri rispettando la democrazia ma Trump ha insistito nel parlare di “elezioni rubate” e di “frodi” dimostrando di non credere più nella sua stessa democrazia, la democrazia più grande del mondo, come ci viene raccontata, la democrazia che a lui fa comodo solo se gli dà ragione, come un bambino capriccioso che vuole vincere sempre e farsi le regole da solo.

Un bambino miliardario però, che ha esportato democrazia con le armi. Non solo lui, del resto, tutti i suoi predecessori lo hanno fatto. Come scriveva Rampini pochi giorni fa, quando i “proud boys” trumpiani si sono riuniti in Georgia, Trump non crede nel sistema ma vi si affida solo per chiede di votare a suo favore al congresso. E invece, tristemente, i suoi fanatici e pericolosi seguaci sono più coerenti di lui e, non riconoscendo il sistema, usano la violenza per impedire al congresso di rispettare al democrazia. È questo che succede quando si insiste a dire che le elezioni sono rubate e, se non si riconosce la democrazia, lo spettro della guerra civile non può che essere dietro l’angolo. Se invece non siamo di fronte a una democrazia, allora il sistema non può che sgretolarsi. Ma Trump ha vissuto, giocato e mangiato in quel sistema. Forse ha fatto il passo più lungo della gamba. Ora si deve prendere le sue responsabilità. Se lui stesso chiede di fermare la violenza, deve anche chiedere scusa, perché il suo stesso partito, i suoi stessi avvocati non hanno trovato le prove delle frodi da lui denunciate mediaticamente per infiammare gli animi. Oppure se vuole cavalcare la violenza deve prendersi la responsabilità di scatenare una guerra civile e distruggere il sistema. Non può pensare che le istituzioni, su cui ha giurato ma in cui lui stesso dichiara di fatto di non credere più, gliela diano vinta per paura di ulteriori scontri.

Dallo scorso novembre, mese delle elezioni, Trump ha sempre insistito sul fatto che le elezioni siano state truccate, ha chiesto il riconteggio, si è rivolto agli avvocati, ha minacciato il governatore della Georgia sostenendo, in assenza di prove, che abbiano fatto votare anche i morti truccando i voti a favore di Biden. Ha fomentato le teorie complottiste di QAnon, ha aizzato gli animi degli estremisti, ha flirtato con il white power più becero, violento e razzista. I suoi metodi creano da un lato pericolosi precedenti e imitatori anche fuori dagli USA, in Europa, in Italia, e dall’altro lato riportano alla mente l’inquietante memoria dei totalitarismi. A Capitol Hill non c’è più solo folkore, le corna in testa dei proud boys trumpiani ricordano quelle di Pontida, il cui inventore, Bossi, parlò di prendere in mano i fucili. Lo schema è semplice, da un lato il nuovo ordine mondiale, asservito alla Cina, che vuole usare il Covid per trasformare la società. Da un lato gli illuminati, Trump, i sovranisti, i no vax, i no mask, che lottano per la libertà contro il sistema, contro i poteri forti. La libertà di un miliardario (più potere forte di così) che fa i capricci. In mezzo ci sono realtà come Cuba, Vietnam, Venezuela, Cile (dove negli anni ’70 gli USA hanno violentato la democrazia appoggiando una dittatura), che sono state accusate di non essere democratiche ma che hanno dimostrato che si può affrontare il Covid anche senza gridare al complotto. In mezzo c’è la gente normale, povera o comunque non miliardaria, che crede in una democrazia giusta, ugualitaria, solidale. Che si ribella senza usare violenza ma chiedendo dignità nel lavoro, diritto alla salute e alla casa. Categorie purtroppo non rappresentate né dai complottisti né da chi governa e che però sono l’unica speranza di un ritorno alla normalità.

Quando? Sempre troppo tardi, ma meglio tardi che mai.

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Tommaso De Beni
Giornalista pubblicista dal 2020 nato nel Basso Vicentino nel 1987, laureato in Teoria e critica letteraria. Ex presidente dell'associazione culturale e redattore della rivista "ConAltriMezzi". Ho pubblicato racconti nelle raccolte "Write not die" ed "Escape" e poesie in siti vari e "Pagine". Ospite della trasmissione televisiva "MattinaInFamiglia" nel 2013. Ex collaboratore di PopcornTv, Notizie.it, BlastingNews e Vvox