Rosso su Il Sole 24 Ore: «L’Italia deve ripartire da istruzione e rigore morale»

Le proposte. Invitato agli Stati generali, il fondatore di Diesel ha spronato il Governo a puntare su scuola e merito. «No all’Italia dei furbi, rubano il futuro»

Renzo Rosso
Renzo Rosso
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Partendo dalla rilettura dell’Apologo sull’onestà di Italo Calvino, una professoressa di Perugia, Gabriella Giudici, scrisse nel 2012 sul suo blog un post che diventò virale. Non fece numeri da influencer della moda, ma fu ripostato da migliaia di utenti.

Il post circola ancora, al contrario di molti interventi sui social delle celebrità del momento, meteore del cyberspazio. Riflettendo sul testo apparso nel 1980, uno degli ultimi interventi di Calvino sulla stampa, Gabriella Giudici scriveva: «Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere». Alla malinconica lucidità di Calvino potremmo aggiungere il “pessimismo della ragione” di Luigi Pirandello, che ne Il piacere dell’onestà, seppure coi toni della commedia, si concede il lusso di far trionfare il rigore morale sull’opportunismo. Lo spirito ligure di Calvino e la sicilianità di Pirandello: li citiamo perché rappresentano un fil rouge del nostro complicato Paese ed interpretano, entrambi, l’attuale sentire di Renzo Rosso, fondatore di Diesel, unico marchio di jeanswear che sia riuscito a competere con gli americani, e poi di Otb (che sta per Only the Brave, solo i coraggiosi), una delle poche holding italiane della moda.

Rosso è imprenditore e creativo: ancora oggi, superati i 60 anni, conserva l’entusiasmo e la voglia di farsi guidare dall’istinto, solo in parte addomesticato dalla razionalità e, inevitabilmente, dall’esperienza. Rosso è tra le “menti brillanti” invitate dal premier Giuseppe Conte agli Stati generali di Villa Pamphili, per un intervento a porte chiuse che il fondatore di Diesel spera non sia caduto nel vuoto.

I suoi toni schietti sono proverbiali. Lo stesso vale per i costanti richiami alla concretezza che fa quando si rivolge ai politici. Cosa l’ha spinta ad accettare un invito a un summit che di concreto sembrava avere poco?

Credo sia presto per valutare gli effetti, che io ovviamente spero siano positivi, di quei giorni di incontri e confronti a Roma. Più un problema è complesso, più è importante la fase di analisi e se gli Stati generali fossero serviti a questo, a studiare per comprendere, ne sarei felice. Ho accettato l’invito del premier perché nessuno è autorizzato a tirarsi indietro in un momento così difficile . Mi è stata data completa libertà, ho fatto un intervento razionale e passionale insieme. Con spirito di servizio e mettendomi a disposizione per quello che sono e che ho imparato in tanti anni di impegno imprenditoriale. Aggiungo che il mio settore, la moda, a sua volta ha attraversato crisi e cambiamenti. Alcuni nodi sono stati risolti, su altri stiamo lavorando: nessuno può pensare di non avere niente da imparare o, non sia mai, di essere perfetto.

Ma al Governo, al Paese, cosa consiglierebbe?

Senza condizionale: consiglio di analizzare i problemi, darsi degli obiettivi a breve e medio termine, quantificare le risorse economiche necessarie per raggiungerli e soprattutto individuare le persone più qualificate alle quali assegnare compiti di responsabilità. Non lo ripeterò mai abbastanza: l’Italia deve darsi tre parole d’ordine. O meglio, una parola ripetuta tre volte. Competenza, competenza, competenza.

Si potrebbe ribattere che le persone competenti spesso se ne vanno dall’Italia.

Purtroppo è così: è un circolo vizioso. Una parte della scuola secondaria e alcune nostre università formano giovani donne e uomini con grandi potenzialità. Ma quasi subito queste ragazze e ragazzi si rendono conto dell’assenza di meritocrazia e vanno dove c’è. Nei Paesi anglosassoni o nel Nord Europa, ad esempio. Al Governo consiglierei di fare di tutto per riportare in Italia questi talenti: persone giovani e non solo, che sicuramente conservano un senso di appartenenza, lealtà e amore per il loro Paese d’origine e desiderano solo di essere messi in condizione di far fruttare e vedere riconosciuti i propri meriti.

Sostituire il clientelismo e la cooptazione con la meritocrazia e mettere le competenze al primo posto sono cambiamenti culturali, semi da gettare per vedere i frutti in futuro. Forse in Italia il terreno non è fertile.

Voglio essere ottimista, mi auguro che abbia un senso gettare questi semi. Il problema è che il terreno è la scuola e l’abbiamo trascurata per troppi anni. Spiace dirlo, ma le leggi sul reclutamento del personale scolastico e degli insegnanti, le ingerenze sindacali, la burocrazia che devono affrontare i genitori, l’inadeguatezza delle strutture, la mancanza di formazione continua e di strumenti tecnologici sono tutti macigni che pesano sul futuro delle giovani generazioni e del Paese.

La scuola non può, da sola, cambiare la cultura di un Paese. Ci sono la famiglia, le istituzioni, le aziende…

Non sono un mago e non mi illudo di poter trasformare circoli viziosi atavici in circoli virtuosi nello spazio di pochi mesi. Però sono sempre stato un sognatore e sono innamorato di questo Paese e vorrei che tutte le sue potenzialità fossero davvero espresse. Sono i famosi lacci e lacciuoli dei quali hanno parlato negli anni economisti più competenti di me. Io posso offrire la mia esperienza sul campo, di imprenditore e di cultore del talento e della creatività, senza i quali la moda non può esistere. Ecco, devo dire che nel mio settore la meritocrazia e il riconoscimento delle competenze esistono. Per il Paese, la scuola è una conditio sine qua non. Poi c’è tutto il resto e quello che auspico è un rinascimento morale.

Cosa la disturba di più, quando osserva l’Italia?

Ho un sogno, nel mio piccolo: che nessuno segua più il ragionamento “fatta la legge, trovato l’inganno”. Vorrei che chi paga le tasse, segue le regole, rispetta le istituzioni e chi non pensa solo al suo orticello bensì ai giardini pubblici, per intenderci, fosse un modello. Vorrei che gli evasori non fossero mai definiti furbi, ma ladri e che andassero in galera con pene certe e molto severe. Rubano soldi che sono di tutti, rubano il futuro al Paese. Dobbiamo anche liberarci della corruzione, un altro macigno sulle spalle degli imprenditori onesti. Vorrei che la violenza sulle donne fosse eradicata e che si colmasse il gap, anche salariale, tra donne e uomini. Intorno a me, a essere sincero, non vedo segnali positivi, ma la mia natura mi impone di continuare a sperare e a gettare semi. L’ho fatto a Villa Pamphili davanti a persone che fanno un mestiere diverso dal mio e lo faccio con i colleghi del sistema moda, ai quali chiedo di salvaguardare la filiera del tessile-abbigliamento, di avere cura degli anelli più deboli, le piccole imprese che custodiscono il know how che il mondo ci invidia. Cerco in altre parole di fare io per primo quello che vorrei facesse chi ci governa e tutti i nostri concittadini.

Io sono, perché noi siamo, dicono in Sudafrica.

Esatto: se riuscissimo a interiorizzare questa idea, renderemmo l’Italia, e forse il mondo, un posto migliore.

di Giulia Crivelli, da Il Sole 24 Ore (4 luglio 2020)

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