Riforma Banca d’Italia, con Lega e M5S dibattito non sereno in arrivo…

Banca d'Italia
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Nel dibattito pubblico italiano, o almeno in quella porzione intermediata dai grandi giornali, si assiste a cose strane. Lega e M5S presentano al Senato una legge che riforma la governance della Banca d’Italia e sulla stampa fioriscono editoriali allarmati sull’attacco alla sacra indipendenza dell’istituto guidato da Ignazio Visco. Il retropensiero è che sia un’altra tappa in direzione dell’uscita dall’euro. Nessuno però spiega come si è arrivati a questo punto e se sia una scelta anomala nel contesto europeo.

Il ddl 1332 è firmato dai capigruppo di maggioranza Massimiliano Romeo (Lega) e Stefano Patuanelli (M5s). È assegnato alla Commissione Finanze presieduta dal senatore Alberto Bagnai (Lega), economista assai critico sull’euro e considerato l’ispiratore del testo. La discussione partirà a luglio, quando verrà acquisito il parere della Banca centrale europea, visto che Bankitalia fa parte del sistema europeo delle banche centrali (Sebc).

Si compone di tre articoli e un allegato. L’obiettivo, si legge, “è di evitare che attraverso l’indipendenza si possa esulare dal sistema di bilanciamento e controllo dei poteri delle democrazie liberali”. La riforma affida un ruolo centrale a governo e Parlamento, fatta salva l’indipendenza prevista dai Trattati europei (in sostanza, il divieto di finanziamento monetario). Vengono riviste le regole per la nomina del direttorio, l’organo operativo composto dal governatore, dal direttore generale e da tre vice.

5 MEMBRI

Oggi solo il governatore è di nomina del governo. Gli altri sono nominati dal Consiglio superiore di Bankitalia su proposta del governatore
Oggi il governatore viene nominato dal presidente della Repubblica, su proposta del premier, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, sentito il parere del Consiglio superiore di Bankitalia, un organismo con poteri di vigilanza sulla gestione, composto da 13 membri esterni scelti per cooptazione dall’assemblea dei soci. Il Consiglio ha un ruolo di rilievo sulla scelta del resto dei membri del direttorio, che nomina su proposta del governatore. La riforma invece estende anche al dg e a uno dei vice il meccanismo previsto oggi per la nomina del governatore, eliminando il parere del Consiglio, che viene esautorato da tutte le procedure. Gli altri due membri verrebbero infatti eletti uno a testa da Camera e Senato, a maggioranza assoluta dei presenti e scrutinio segreto. Vengono fissati anche dei criteri di onorabilità e professionalità per la scelta dei nomi. Il testo prevede anche che le modifiche allo Statuto di Bankitalia siano approvate per legge dal Parlamento, compito che adesso spetta all’assemblea straordinaria dei soci, costituita da decine di banche e assicurazioni private, oltre a Inps e Inail.

Secondo Bagnai la riforma non è un’anomalia nel contesto europeo, casomai lo è il caso italiano (simile alla Grecia). E in effetti in otto delle 19 banche centrali dell’Eurozona (dall’Estonia alla Finlandia) il Parlamento è coinvolto in varie forme nella nomina del Direttorio; in altri 7 è coinvolto il governo. Ci sono poi sistemi misti, come quello della Bundesbank (tre membri di nomina governativa e tre parlamentare) ed è a questo che si ispira il progetto Lega-M5S. Discorso diverso invece per la modifica dello Statuto, che – almeno tra i grandi Paesi – non sembra in mano al Parlamento ma agli organi interni degli istituti (si rischia il parere negativo della Bce). L’Italia lo ha deciso nel 2005 per adeguarsi alle normative Ue, che però sul tema non sono esplicite. Lo statuto di Bankitalia, peraltro, è già stato di fatto modificato diverse volte da una legge: fu un decreto del governo Letta, ad esempio, a rivalutare le quote di Bankitalia, per la gioia dei soci privati, e a fissare i criteri per distribuire i dividendi a loro e allo Stato.

Insomma, il ddl estende a Bankitalia i meccanismi di nomina delle Authority “indipendenti”, come l’Antitrust o il Garante della privacy. La paura per il rischio “lottizzazione” è legittimo – Mark Carney, ad esempio, fu scelto per la Bank of England con un bando sull’Economist – ma ignora che ai vertici di molte banche centrali europee siedono già ex politici, come Sylvie Goulard in Francia o Olli Rehn in Finlandia; o tecnici assai vicini alla politica come Jens Weidmann della Bundesbank.

Il vero nodo è il controllo democratico sulle scelte, che altrimenti restano affidate all’inappellabile volere dei tecnici, anche se prefigurano vincitori e vinti come ogni decisione politica. Oggi Bankitalia ha perso potere e prestigio, con l’euro non è più istituto di emissione e per le grandi banche fa solo da succursale della Vigilanza Bce. In questi anni, per di più, non ha evitato lo scoppio di diverse crisi bancarie, ma ha pensato e scritto per la politica le riforme del credito (dalle Popolari alle Bcc) e cercato di gestire il risiko bancario senza mai aprire a una maggiore trasparenza, che – dice la legge – “è naturale complemento dell’indipendenza di Bankitalia”. Quando nel luglio 2017 Renzi ha cercato di far fuori il governatore Visco, il Colle e il premier Gentiloni si affrettarono a rinnovargli l’incarico senza spiegare perché. È l’indipendenza, bellezza.

Si prevede un dibattito non sereno sulla riforma. Intanto, però, i gialloverdi possono festeggiare il sostanziale via libera addirittura della Bce a un’altra loro proposta: la norma interpretativa firmata dal leghista Claudio Borghi che chiarisce come le riserve auree gestite da Bankitalia restino sempre proprietà “impregiudicata” dello Stato.

di Carlo Di Foggia da Il Fatto Quotidiano

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