Quando la lingua si aggiorna, Agorà. La filosofia in piazza: il Coronavirus tra anglismi e parole macedonia

Il covid tra anglismi e parole macedonia
Il covid tra anglismi e parole macedonia
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Il 2020 è stato l’anno degli aggiornamenti per la lingua italiana. La pandemia causata dalla diffusione del coronavirus ci ha catapultati improvvisamente in una realtà “straordinaria” nel vero senso etimologico del termine: fuori dall’ordinario. Abbiamo quindi sentito il bisogno di rinnovare il nostro bagaglio lessicale e semantico per riuscire ad esprimere ciò che stava accadendo[1].

In una prima fase, l’aggiornamento linguistico si è per ovvi motivi focalizzato sull’ambito sanitario e l’apporto principale è stato quello dell’inglese.

Parole come lockdown, cluster, droplet sono entrate a far parte della nostra quotidianità, pur non avendo per molti di noi un significato immediatamente comprensibile. Lo stato d’emergenza e la rapidità con la quale gli eventi si sono susseguiti non hanno permesso alla lingua di metabolizzare il cambiamento storico che si stava producendo. Tali circostanze, unite al fatto che si è trattato di una crisi di portata globale, hanno favorito la ricezione di numerosi anglismi “crudi”, cioè non adattati al sistema linguistico italiano. In quel periodo, attraverso i comunicati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, abbiamo imparato a distinguere il virus (Sars-CoV-2) dalla malattia (CoViD-19), benché nell’uso comune si siano poi attestati i termini coronavirus e covid, spesso impiegati come sinonimi. E abbiamo iniziato a destreggiarci tra sigle inglesi e italiane: DPI (Dispositivo di Protezione Individuale), FFP2 – FFP3 (Filtering Face Piece 2 – 3), RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale), R0 (erre con zero).

Col progressivo tramutarsi dell’allarme iniziale in prassi quotidiana, l’italiano ha avuto tempo e modo di abbandonare gradualmente l’espediente del prestito e ha fatto, invece, ricorso ad altri mezzi di rinnovamento linguistico. Da un lato ha iniziato ad elaborare alcune delle espressioni inglesi recepite, proponendone la traduzione (“tracciamento dei contatti” per contact tracing) o il calco (“distanziamento sociale” per social distancing). Dall’altro si è concentrato sulle risorse lessicali già in suo possesso, aggiornandole e risemantizzandole.

E così il verbo “tamponare” ha acquisito un nuovo significato (“eseguire un tampone rino-faringeo”), oltre a quello di “chiudere con un tampone” e “urtare un veicolo”; “quarantena” non si è più identificata esclusivamente con un periodo di quaranta giorni; vocaboli generici come “mascherina, distanza, autocertificazione, trasmissione, picco” si sono arricchiti di un’accezione specifica, legata alla contingenza che si stava vivendo. Altri termini sono tornati al loro significato originario: “virus” e “virale”, che sembravano oramai confinati all’ambito informatico e mediatico, hanno recuperato un senso epidemiologico. Lo stesso si può dire per “positivo, negativo, contagioso”, che hanno visto un netto regresso del loro uso figurato e hanno cambiato di segno, suscitando nei parlanti una sensazione opposta a ciò che esprimevano prima della pandemia.

In una seconda fase, quando la convivenza con il coronavirus è divenuta consuetudine, l’aggiornamento linguistico ha dovuto fare i conti con la cosiddetta “nuova normalità”, locuzione presa dall’inglese The New Normal, espressione diffusasi in seguito alla crisi economica del 2008. Di fronte ad una nuova crisi mondiale, stavolta sanitaria, tale formula è tornata in auge e la lingua si è prontamente adeguata attraverso nuove parole. Sono comparsi, ad esempio, i neologismi “quarantenare, autoquarantena, autoisolamento”, che non riguardano esclusivamente la dimensione sanitaria, ma anche quella domestica, dove si sono vissute le conseguenze del confinamento, in primis il passaggio allo smart working. In realtà smart working è uno pseudo-anglismo, che in Italia è stato associato al concetto di “lavorare da casa sfruttando i mezzi tecnologici”, mentre in ambito anglofono ricopre il significato più ampio di “lavorare in maniera intelligente e flessibile”, non necessariamente facendo ricorso alla tecnologia. Per indicare il fatto di lavorare a distanza servendosi di sistemi telematici l’italiano possiede il vocabolo “telelavoro”.

Grande impulso ha avuto una particolare categoria di neologismi, quella delle parole macedonia, vale a dire vocaboli creati dalla fusione di “pezzi” di altre parole: “infodemia”, traduzione dell’inglese infodemic, composto da information (informazione) ed epidemic (epidemia); “apericall”, da “aperitivo” e call (chiamata), sul modello di “videocall.

A quanto pare, la plasticità offerta da questo tipo di costruzione linguistica ha permesso di intercettare con velocità ed efficacia molte delle novità introdotte dalla “nuova normalità”. Alcune parole macedonia nate nel 2020 probabilmente ci accompagneranno nei prossimi anni, mentre altre andranno a costituire un insieme di occasionalismi emersi durante l’anno della pandemia e poi caduti in disuso (ad esempio “coronafake, coronabond, covidiota”).

[1] Cfr. G. Antonelli, Il mondo visto dalle parole. Un viaggio nell’italiano di oggi, Solferino, 2020.

 


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a cura di Michele Lucivero

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Floriana Ceresato
Floriana Ceresato è laureata in Lettere Moderne (Triennale), Filologia Moderna (Magistrale) e ha conseguito il Dottorato di Ricerca Internazionale in Lingue, Letterature e Culture Straniere e in Études Médiévales presso l’Università Roma Tre – Université Paris Sorbonne. Partecipa a diversi progetti di ricerca internazionali sull’informatizzazione e lemmatizzazione dei testi letterari.