Primo Consiglio regionale, il racconto dall’interno di Marco Bonet: già sono guai, Lega pigliatutto e FdI si infuria

Ciambetti e Zaia
Ciambetti e Zaia
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Neppure il tempo di iniziare e nella maggioranza di Luca Zaia già sorgono i primi problemi. Oddio, problemi, diciamo fastidi, che la Lega ha risolto spianando gli «alleati» di Fratelli d’Italia, a cui è stata subito insegnata l’antifona che suonerà a Palazzo Ferro Fini nei prossimi cinque anni: è la «Lega padrona» che decide, forte dei suoi 33 consiglieri su 51 (sono i due terzi dell’assemblea, maggioranza più che assoluta, qualificata, se volessero potrebbero cambiare lo statuto della Regione da soli), tutti gli altri devono adeguarsi sennò quella è la porta.

Dunque ieri è successo questo: prima seduta della XI legislatura, si insedia il consiglio, si eleggono il presidente e i membri dell’Ufficio di presidenza. L’intesa della vigilia, ribadita fino a mercoledì sera, era: il presidente alla Lega, un vice presidente a Fratelli d’Italia, l’altro al Pd, un segretario alla Lega (anche se Forza Italia un po’ ci sperava), l’altro al Movimento Cinque Stelle. Al mattino però al Ferro Fini l’aria è gelida e non solo per via del vento che sferza la laguna riparata dal Mose. Si capisce che qualcosa non va e quel qualcosa è la vice presidenza che Zaia ha fatto sapere di non poter più dare a Fratelli d’Italia. Perché? Secondo una prima ricostruzione perché quella poltrona gli serve per calmare gli appetiti dei suoi, visto che in ballo ci sono cospicue indennità aggiuntive, utili a far quadrare i conti: il presidente del consiglio guadagna quanto il governatore (2.700 euro più di un consigliere semplice, che come noto piglia 6.600 euro di indennità e 4.500 di rimborsi spese al mese), i due vicepresidenti quanto gli assessori (2.400 euro al mese in più) e idem i segretari, i capigruppo e i sei presidenti di commissione, mentre i vice di questi ultimi prendono 2.100 euro in più. Insomma, tutto torna utile per accontentare chi scalpita. Secondo un’altra ricostruzione, invece, perché Fratelli d’Italia si impunta sul nome del veronese Daniele Polato, condannato per aver autenticato nel 2015 alcune firme false raccolte da Forza Nuova. «L’Ufficio di presidenza agisce anche da Giunta per le elezioni – avrebbero obiettato i leghisti – una situazione imbarazzante».

Tant’è, l’elezione del presidente fila liscia, come previsto viene confermato Roberto Ciambetti (è la seconda volta che si verifica un bis nella storia dell’istituzione, accadde solo nel 1975 e nel 1980 con il socialista Bruno Marchetti), ma al leghista mancano all’appello quattro voti. Si passa quindi all’elezione dei due vice presidenti ma mentre quello appannaggio della minoranza va come da accordi a Francesca Zottis del Pd, quello in origine destinato a Fratelli d’Italia va al leghista Nicola Finco, ex capogruppo che da tempo vorrebbe salire in giunta. Raccontano che Zaia gli abbia comunicato la nuova destinazione poco prima dell’inizio della seduta, che lui non fosse esattamente il ritratto della felicità ma abbia abbozzato perché, bene o male, lo stipendio è lo stesso. E pure a Finco, come prima a Ciambetti, vengono a mancare i voti dei consiglieri di Meloni, che polemicamente optano per la scheda bianca.

Zaia, nel tentativo di rabbonirli, offre allora ai Fratelli la poltrona di segretario ma loro a quel punto ne fanno una questione d’onore (argomento che storicamente da quelle parti fa una certa presa) e rifiutano sdegnati: o la vice presidenza, o niente, tuonano. Benissimo, replicano i leghisti serafici, allora niente. E si pigliano pure il segretario: accanto alla pentastellata Baldin viene eletta Alessandra Sponda, esordiente classe 1991. «Diamo un bel segnale sul piano della rappresentanza di genere e su quello generazionale» chiosa Zaia. Ma il piano, come detto, non era esattamente quello. E come se non bastasse, Ciambetti nega pure a Polato di leggere in aula una dichiarazione del gruppo: «In questa fase si interviene solo per l’ordine dei lavori, mi spiace».

Ne scaturisce un problema politico che i leghisti liquidano con un’alzata di spalle («Abbiamo davanti 5 anni per lavorare insieme, non vedo crisi, il rapporto è ottimo» assicura il governatore; «I veneti non sono interessati a queste liturgie» sbotta Roberto Marcato; «Sono momenti di tensione che possono capitare» rabbonisce Ciambetti) mentre i Fratelli lo elevano al punto da chiedere che se ne discuta a livello nazionale, con Meloni e Salvini. Anche perché, per come si sono messe le cose, è evidente che la Lega «pigliatutto» non mollerà alcunché agli alleati, né le presidenze delle commissioni, né le nomine negli enti e nelle società regionali. I Fratelli cominciano a mettere in dubbio perfino l’assessorato che dovrebbe andare all’uscente Elena Donazzan (Zaia dice di volersi prendere ancora qualche giorno prima di varare la giunta).

«Fratelli d’Italia è il secondo partito della maggioranza e rappresenta quasi il 10% dei veneti, a cui vogliamo dare dignità e rappresentanza politica – attacca il gruppo, ricordando l’impegno sottoscritto dai leader nazionali prima delle elezioni -. È il nostro stile mantenere la parola data e il fatto che oggi la Lega decida di escludere Fdi da un ruolo politico dimostra miopia e poca lungimiranza politica. Noi siamo leali, concreti e seri, pertanto con coerenza affermiamo la nostra lealtà a Zaia, ma pretendiamo dignità e rispetto nei confronti di Fdi e Meloni. Come ben detto dal presidente si può vincere, non stravincere».

di Marco Bonet dal Corriere del Veneto

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