Post tsunami elettorale in Veneto, Stefano Fracasso sul Pd e Lorenzoni: “candidato costruito sui tavoli romani”

Fracasso
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L’ex capogruppo del Partito Democratico in Regione, il vicentino Stefano Fracasso, era uno dei papabili candidati del centrosinistra che alla fine ha scelto il civico Arturo Lorenzoni. Fracasso all’indomani delle elezioni si è sfogato con un commento su VeneziePost

Un candidato costruito a tavolino sui tavoli romani da un civismo da centro storico. Una dirigenza romanoveneta affascinata dalle sardine mentre la società civile veneta si trova dentro i capannoni. Il risultato è stato 100 mila voti in meno rispetto alla Moretti. Ecco tutti gli errori del Pd, che deve ora ripartire senza velleità né scorciatoie dalle nuove questione dell’era post Covid.

C’erano solo poche anime belle padovane che pensavano si potesse battere Zaia in Veneto. Peccato che a queste poche anime belle, interpreti del civismo da centro storico, il PD abbia consegnato le chiavi di una campagna elettorale che si annunciava difficile già prima del Covid. Prima che il virus permettesse a Zaia di esondare su tv e social oltre ogni decente equilibrio informativo. Ma quando uno tsunami è annunciato, e quello veneto lo era, è buona cosa attrezzarsi per il dopo evitando sirene e improvvisazioni, mirando ai fondamentali. E invece no: avanti tutta verso il baratro! E quindi il candidato si fa a tavolino, nelle stanze romane, e poi ci si accorge che nessuno lo conosce fuori dalle mura patavine. Niente primarie aperte, perché la competizione e la partecipazione nuocciono gravemente ai disegni correntizi.

E pensare che era l’unico modo per far parlare di sé, far conoscere e condividere progetto e candidato, mobilitare i simpatizzanti. Ma la dirigenza romanoveneta è affascinata dalle sardine, dalla società civile che riempie le piazze (?) e il candidato civico “sarà in grado di toccare i cuori dei giovani”, secondo le parole famose di un sottosegretario. E quindi impossibile spendere almeno l’azione del PD al governo, mettere in campo il volto di un uomo, o donna, che racconti l’impegno a tenere l’Italia e il Veneto dentro l’Europa. Che cosa aveva di buono da raccontare a i veneti il PD se non lo sforzo enorme del governo per rispondere alla più grave economica, e sanitaria, del dopoguerra ?

Invece ci vuole una scelta che “allarghi”, che “si metta in sintonia con la società civile”, altra citazione autorevole. Allargare alleanze ed elettori è il ritornello. Finisce che Italia Viva se ne va per conto suo, e pure la turbo-autonomista Rubinato tenta l’impresa in solitaria. Quanto agli elettori bastano due numeri: mentre l’affluenza cresce di 200.000 votanti rispetto al 2015, la coalizione di Lorenzoni perde 100.000 voti rispetto al risultato della Moretti di cinque anni fa. Allargamento riuscito, del campo zaiano! La società civile, che in Veneto si trova dentro i capannoni e non nelle piazze, quella che lavora e produce, ha scelto altro.

Rimane il nodo di come si apra, da sinistra, un confronto proprio con il Veneto dei “produttori”. Certo non invocando una sinistra dei duri e puri, dell’opposizione a oltranza, della vocazione minoritaria. E’ un pezzo della grande famiglia degli elettori moderati quello che ha abbandonato il PD in Veneto, la stessa vicenda dell’autonomia va letta rispetto a queste coordinate.

Eppure dentro la grande pancia moderata del Veneto nuove domande politiche stanno emergendo, nuove questioni vengono al pettine. Quattro titoli per iniziare: crisi climatica ed energia, demografia e famiglie, capitale umano e formazione, lavoro e produttività.

Rispondervi da sinistra, senza velleità, senza scorciatoie, e la sfida del post-tsunami.

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