Pasolini: chiudiamo la scuola! “Agorà. La Filosofia in piazza”: il post-Covid e l’assenza di mobilità sociale nella scuola della DaD

Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini
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di Michele Lucivero e Andrea Petracca

In un articolo apparso sul Corriere della Sera il 18 ottobre 1975, Pier Paolo Pasolini, che sarebbe stato ucciso appena due settimane dopo la pubblicazione del suo articolo, interveniva in modo dirompente sul ruolo e le responsabilità sociali e politiche della scuola pubblica di quegli anni:

«La scuola d’obbligo è una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese: vi si insegnano delle cose inutili, stupide, false, moralistiche, anche nei casi migliori (…): imparare un po’ di storia ha senso solo se si proietta nel futuro la possibilità di una reale cultura storica. Altrimenti, le nozioni marciscono: nascono morte, non avendo futuro, e la loro funzione dunque altro non è che creare, col loro insieme, un piccolo borghese schiavo al posto di un proletario o di un sottoproletario libero (…). Una buona quinta elementare basta oggi in Italia a un operaio e a suo figlio. Illuderlo di un avanzamento che è una degradazione è delittuoso perché lo rende: primo, presuntuoso (a causa di quelle due miserabili cose che ha imparato); secondo (e spesso contemporaneamente), angosciosamente frustrato, perché quelle due cose che ha imparato altro non gli procurano che la coscienza della propria ignoranza».

Pasolini, nell’Italia in crisi degli anni Settanta, frastornata dalla violenza del terrorismo e dalla criminalità diffusa, smascherava una scuola per nulla pluralistica e inclusiva e proponeva addirittura di chiuderla, o meglio, specificava poi, di sospenderla in attesa di tempi migliori.

Egli riteneva, in definitiva, che la scuola fosse un’istituzione funzionale all’indottrinamento piccolo borghese, orientata dalla società dei consumi e, quindi, proprio per ciò, non potesse essere interessata a fornire a tutti gli studenti e le studentesse gli strumenti adeguati a guadagnare spazi di autonomia rispetto ai modelli imposti dalle microaree di provenienza e dalle altre agenzie educativo-culturali, come la famiglia, l’associazionismo religioso e politico, ecc.

Costantemente sotto attacco da fronti diversi, com’è cambiata la scuola di quegli anni da quella attuale? Ovviamente verrebbe da dire tanto, eppure, nella sostanza, i problemi individuati provocatoriamente da Pasolini rimangono tutti, anche se li chiamiamo in modo diverso.

Ad esempio, non si usano più categorie veterocomuniste come forze e modi di produzione, mentalità piccolo borghese e proletariato, ma si usa parlare di capitale umano, di soft skills, di Best practices, così come si usa dire che nella scuola occorre «riassegnare centralità allo sviluppo delle potenzialità di ciascuno, trasformare ogni persona nel primo ingegnere di sé stessa (a partire dagli insegnanti)»[1]. Eppure, e qui è l’attualità della lezione di Pasolini, la scuola non dovrebbe attingere da altri settori, quelli del mercato o del lavoro per intenderci, i propri valori, perché ha già i suoi, brillantemente, ma anche e sempre più spesso retoricamente, incastonati nella Costituzione.

La scuola, infatti, non è il mercato, non è il mondo del lavoro, né quello della competizione economica e delle libertà negative, da cui lo Stato deve astenersi, nonostante molti cambiamenti in atto spingano in tal senso: si legga ad esempio l’art. 34 della Costituzione: «La scuola è aperta a tutti. (…) I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi».

Come dire, l’istituzione scolastica non può intendere se stessa come un mero strumento ad uso del mercato del lavoro, concentrando la propria ansia di rinnovamento perpetuo sui temi delle competenze (PCTO, i percorsi per le competenze trasversali ed orientamento, ex Alternanza Scuola Lavoro), delle esperienze extrascolastiche da valorizzare con la novità del curriculum dello studente, e relegare sullo sfondo i principi fondativi delle libertà positive da promuovere mediante la rimozione degli ostacoli che permettono di realizzare uguaglianza, solidarietà, pluralismo e rispetto della democrazia nell’alveo dei valori costituzionali e internazionali.

In più, occorrerebbe maturare in modo definitivo la consapevolezza che la scuola come luogo fisico di prossimità, rinchiusa dentro gli schermi di PC e smartphone, modalità che si vorrebbe implementare dietro l’imperativo della digitalizzazione, semplicemente svanisce, finisce di esistere. Ridotta al solo ruolo di trasmissione dei contenuti, un ruolo istruttivo potremmo dire, essa finisce col negare la propria missione educatrice, di trasmissione di modelli culturali orientati alla solidarietà, alle pari opportunità e alla tutela di chi partecipa in condizioni di svantaggio alla competizione darwiniana cui la vita sta sempre di più somigliando.

Ecco, tornando a Pasolini, anche noi, che pure continuiamo a credere che il luogo fisico della scuola, con le sue pratiche didattiche condivise di democrazia, pluralismo, di esercizio della critica, possa essere un’istituzione cruciale nell’accelerare il processo di emancipazione di soggetti – le studentesse e gli studenti – posti davanti al ripiegamento degli universi simbolici esclusivamente all’interno dei contesti familiari, ci ritroviamo sempre più spesso a battere rovinosamente in ritirata, disillusi da scenari che si traducono in meccanismi di riproduzione culturale che rischiano di negare i processi di mobilità sociale, necessaria linfa vitale di ogni democrazia[2].

Il rischio vero, in barba alla tanta sbandierata meritocrazia richiesta come cura per ogni male, è che continuando così, alla fine, i figli degli operai rimarranno operai e i figli dei ricchi e affermati, saranno a loro volta affermati professionisti.

[1] Così scrive il Comitato di esperti istituito con D.M. 21 aprile 2020, n. 203 – SCUOLA ED EMERGENZA Covid-19 – Rapporto finale 13 luglio 2020.

[2] P. Bourdieu, J.C. Passeron, La riproduzione, sistemi di insegnamento e ordine culturale, Guaraldi editore, Bologna 1972.


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a cura di Michele Lucivero

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