Palamara radiato da magistratura, Giovanni Schiavon: separazione carriere, modifica meccanismi elettorali CSM o… sorteggio

Luca Palamara al cellulare
Luca Palamara al cellulare
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Luca Palamara – procuratore aggiunto presso la Procura di Roma, ex consigliere del CSM ed ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati – è stato radiato dall’ordine giudiziario, per decisione disciplinare adottata, di recente, dal CSM. La severissima sanzione, pur se ampiamente prevedibile e prevista, desta scalpore perché rappresenta l’epilogo di un fatto molto grave consistente nella negoziazione, fra membri del CSM e politici (anche provenienti dalla magistratura), di alcune nomine di magistrati in importanti funzioni giurisdizionali avvenute fuori dal Consiglio, con criteri spartitori tratti da una sorta di manuale Cencelli.                    .

Ma quello che più deve destare scalpore non è il fatto in sé (pur se inaudito), ma il sistema all’interno del quale è stato consumato; il più grave errore che ora si potrebbe commettere sarebbe quello di pensare che la vicenda, insieme a Palamara, faccia parte del passato perché frutto dell’opera di una (o anche più d’una) “mela marcia”, e, dunque, sia stata un’isolata ed occasionale deviazione dagli ordinari schemi decisionali in tema di progressione di carriera dei magistrati.

Niente di più errato, perché la vicenda è l’espressione del sistema delle correnti che, quantomeno dagli anni ’70 (e, comunque, da ben prima dell’ingresso in magistratura di Palamara), ha sempre più condizionato le scelte del CSM, in un preoccupante crescendo, non solo per le carriere dei magistrati e per le nomine nei posti direttivi o semidirettivi, ma anche per le decisioni in materia disciplinare.

Anche per questa materia, che dovrebbe essere governata dalla coscienza individuale e dall’intimo convincimento di ciascun giudicante, la guida prevalente era quella dell’accordo e dell’appartenenza correntizia. Ove possibile, anche qui si ricercava l’accordo fra le correnti e il reciproco  aiuto. Di questa nefasta devianza ho avuto ampia percezione personale soprattutto all’epoca in cui, essendo a capo dell’Ispettorato Generale del Ministero della Giustizia, coordinavo lo svolgimento delle attività di verifica di anomalie riscontrate nei vari uffici giudiziari.

Le interferenze delle correnti in occasioni delle inchieste disciplinari e dei relativi procedimenti non mancavano e spesso si avvertiva l’insorgenza di un clima di contrapposizione. Perciò, non a caso, Palamara ha sottolineato che il fondamentale criterio che ha sempre connotato le decisioni dell’organo di autogoverno era, in sintesi: ”all’interno della magistratura non si muove foglia che la corrente non voglia”.

Ma sarebbe sbagliato descrivere questa patologia anche parlando solo di “carrierismo sfrenato” in magistratura, perché la vera grave anomalia è riferibile all’ingerenza totale e continua del sistema correntizio nell’intera attività del Consiglio Superiore, il quale, già formato da laici scelti dai partiti politici (in accordo con le correnti, di destra e di sinistra), ha finito per vanificare ogni autonomia decisionale  di un organo dell’articolazione ordina mentale statale, di rilievo costituzionale.

Questa è sempre stata la ferrea regola, derogata solo in casi isolati o in quelli coinvolgenti magistrati (cani sciolti) non iscritti ad alcuna corrente dell’ANM (che sono pochissimi) o riguardanti incarichi di modestissimo interesse. Si consideri che la percentuale di magistrati iscritti all’Associazione della quale Palamara è stato presidente sono oltre il 90%; un’adesione talmente allargata da far credere che essa sia espressione di una particolare fiducia degli iscritti nell’opera del c.d. loro sindacato (anche se tale non è assolutamente  l’ANM).

Proprio un tale dato statistico è sempre stato fatto apparire, dai vari capi delle correnti, come una positiva espressione di credibilità e di  capacità di rappresentanza della categoria. Ma, in realtà, non era questa la giusta spiegazione, che, invece, era dovuta al timore dei magistrati, soprattutto quelli giovani, di non potersi garantire una sorta di protezione per il loro futuro, per qualsiasi problema dovesse presentarsi nella loro difficile  vita professionale, svolgendo un’attività delicatissima e spesso piena di insidie.

Questa – come mi è capitato  di sentire, nel lungo periodo del mio servizio lavorativo – era la malcelata preoccupazione che li induceva a ricercare, con l’iscrizione all’ ANM, l’imprescindibile presupposto per una rassicurante  tutela; c’era  il diffuso convincimento che, senza l’aiuto di una corrente (magari quella più battagliera e accreditata, pur prescindendo da condivisioni ideologiche), la loro carriera avrebbe potuto essere priva di positivi sbocchi; il generale pensiero è, più o meno, stato sempre questo: “senza una corrente che ti sostenga, non vai da nessuna parte…”.

Con il progressivo acuirsi di questa devianza concettuale, le correnti hanno incrementato la loro anomala importanza in tutti i contesti dell’organizzazione giudiziaria, fino a condizionare totalmente l’operato del Consiglio Superiore, financo nel momento della scelta (da parte della politica) dei membri laici.

E questo è ora diventato il punto nodale, quello che ha consentito il verificarsi delle sistematiche devianze, delle quali la vicenda Palamara è solo la punta dell’iceberg.

Dunque, bisogna porsi  una domanda: come si può, a questo punto, rettificare la barra e rimettere il sistema sul binario dei precetti costituzionali? Le uniche riforme concretamente praticabili, in grado di stroncare il correntismo sfrenato e deviato, mi sembrano quella della separazione delle carriere e della modifica dei meccanismi elettorali del CSM.

Se si condivide l’idea che contrastare la formazione di correnti sarebbe un errore altrettanto grave, perché un confronto ideologico e culturale all’interno del corpo della magistratura è sempre utile per consentire un’interpretazione evolutiva delle norme, adeguata e coerente ai continui cambiamenti della società, non resta che contrastare l’aspetto patologico della loro trasformazione in centri di potere, come, da tempo, è avvenuto.

Per quanto riguarda la separazione delle carriere, confesso di aver cambiato convincimento rispetto a quello che avevo assunto agli inizi della mia attività lavorativa, quando la ricerca di egemonia delle correnti (sorte, sostanzialmente, nella seconda metà degli anni ’60) era appena agli inizi. Ma ora la situazione è insostenibile perché esiste un enorme sbilanciamento tra il potere di un pubblico ministero e quello di un magistrato giudicante, abituato a parlare solo con le sentenze e distante dalla permeabilità alle influenze esterne; non a caso, il fenomeno della c.d. porte girevoli tra magistratura e politica ha quasi sempre riguardato i soli magistrati inquirenti, più inclini, anche per la tipologia delle loro funzioni, al dialogo con la politica, con i media e con i centri di potere.

Un magistrato giudicante (per di più se abituato ad operare all’interno di una collegialità) non può (e non deve) mai avere la visibilità esterna di un inquirente ed è quindi, meno attratto dalle sirene del mondo politico e dintorni; tanto che gli incarichi più prestigiosi nazionali che rendono necessario il collocamento dell’interessato  fuori ruolo (es. quelli di preposti alle varie Authority) vengono solitamente attribuiti proprio agli appartenenti ai magistrati inquirenti.

In definitiva e per tante altre ragioni che qui non si possono compiutamente esporre, per necessità di sintesi, credo che ormai siano ampiamente maturati i tempi per una separazione delle carriere fra magistrati, con conseguente previsione di due sistemi di autogoverno.

L’altra necessità di immediata riforma, non più rinviabile, riguarda i criteri di nomina del Consiglio Superiore della Magistratura,  la cui indipendenza dalle correnti è sostanzialmente svanita. Su questo tema, essendo  scontato che la strada che si è, da tempo, intrapresa non è più praticabile, per le gravi devianze che l’attuale sistema ha comportato, è necessario un profondo ripensamento generale.

Sarebbe triste, tristissimo ricorrere, in via residuale, al criterio della nomina dei componenti del CSM per sorteggio; ma, forse, a questo punto, sarebbe il male minore.


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Giovanni Schiavon
Nato a Treviso nel 1940 è stato magistrato dal 1967, svolgendo funzioni di giudice presso il Tribunale di Venezia , di consigliere presso la Corte di Appello di Venezia, di presidente di sezione del Tribunale di Treviso, di presidente del Tribunale di Belluno, di Capo dell’Ispettorato del Ministero della Giustizia, di Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, di presidente del Tribunale di Treviso. A partire dall’anno accademico 1989-1990, ha assunto l’incarico di docente presso la Cattedra di Diritto Fallimentare della Facoltà di Scienze Economiche e Bancarie dell’Università di Udine. E’ stato nominato componente della commissione ministeriale per l’elaborazione dei principi di riforma del diritto concorsuale e in seguito, membro della ristrettissima Commissione per la redazione della stessa legge di riforma. E’ stato componente della commissione Disciplinare della Federazione Ciclistica Italiana, componente della Commissione Nazionale Antidoping del CONI, presidente di una società professionistica ciclistica.