Nuova legge elettorale proporzionale, maggioranza senza accordo. La Repubblica: prima grana per Conte

Conte
Giuseppe Conte
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Maggioranza spaccata sulla nuova legge elettorale proporzionale. Opposizione nei fatti più compatta sul maggioritario, tranne un’ala di Forza Italia. La legge sarebbe dovuta andare in aula alla Camera la prossima settimana, invece slitta e finisce in un limbo politico da cui emerge lo scontro netto nella coalizione. Dove ormai ognuno parla per sé, Renzi vuole il maggioritario, il Pd esige il proporzionale, Leu pretende una soglia minore rispetto al 5%, M5S sprofonda nella confusione. Tant’è che al presidente grillino della commissione Affari costituzionali della Camera Giuseppe Brescia – giusto l’inventore ed estensore della legge, il Brescellum – non resta che invocare disperatamente, «e al più presto», un vertice di maggioranza. Il premier Giuseppe Conte subisce, inevitabilmente, i contraccolpi del terremoto perché la maggioranza torna a sfaldarsi. Mentre Beppe Grillo dà pure il colpo di grazia: il fondatore di M5S, con una battuta, fa saltare l’essenza stessa di un tavolo istituzionale sulla legge elettorale quando dice: «Non credo più nella rappresentanza parlamentare, ma nella democrazia diretta fatta dai cittadini attraverso i referendum». E rilancia il sorteggio degli eletti.

Il via libera alla nuova legge elettorale era la condizione, posta proprio da Zingaretti, per votare Sì al referendum senza turarsi troppo il naso. M5S aveva acconsentito, impegnandosi a garantirne un percorso rapido prima nella commissione Affari costituzionali, e poi in aula. Accordo sancito il 10 settembre, quando il testo base ottiene l’assenso di Pd e M5S. Leu chiede solo di abbassare dal 5 al 4% la soglia di sbarramento. Ma è quello stesso giorno che Matteo Renzi comincia a mettersi di traverso. Italia viva lancia il primo segnale, e non vota. Ma Pd e M5S vanno avanti e contano di assorbire il dissenso, l’impegno comune è quello di andare in aula già per fine settembre.

Si chiudono le urne del referendum, ma subito la scadenza salta. Diventa addirittura «irrealistica, e quindi impossibile». Si parla di un voto a metà novembre. Di mezzo – dice chi vuole attenuare lo scontro – ci sarebbero gli emendamenti ostruzionistici dell’opposizione (800 ridotti oggi a 500 dal presidente Brescia) alla legge di Federico Fornaro, il capogruppo di Leu che, per il Senato, adegua la Costituzione all’avvenuto taglio dei parlamentari. Ma si tratta, appunto, solo di una scusa. Il problema è un altro. L’accordo che non c’è sulla futura legge elettorale.

Se Pd e M5s votano un testo che prevede un sistema proporzionale alla tedesca con soglia di sbarramento nazionale al 5%, ma garantisce il diritto di tribuna ai piccoli partiti, ecco che Renzi si contrappone in modo netto. Dice di non temere la soglia, perché già pensa a un’intesa con Calenda e + Europa, ma butta via il proporzionale: «Io preferirei il sistema maggioritario, in cui la sera delle elezioni si sa chi ha vinto». Brescia perde la pazienza. Elenca i punti di frizione tuttora aperti, «pluricandidature, listini bloccati, preferenze, sbarramento, diritto di tribuna » e conclude: «Qui bisogna fare una o più riunioni di maggioranza, e trovare dei punti di caduta su tutti questi ostacoli. E poi confrontarsi anche con le opposizioni». Già, con chi? Di certo non con Lega e Fratelli d’Italia che puntano a un maggioritario netto e voterebbero subito anche con il Rosatellum. Una breccia si apre in Forza Italia con Mara Carfagna, che sul tavolo vede «una proposta di legge elettorale proporzionale che non considererei un tabu». Anche se, all’opposto, Francesco Paolo Sisto, responsabile Giustizia e Affari costituzionali di Fi, dice: «Il proporzionale dell’inciucio non ci interessa».

E i tempi? Il calendario salta completamente? Brescia è netto: «Non posso fare una stima precisa, ci sono tante questioni sul tavolo. Spero che non si allunghino troppo». Si consola, e vede «tempi brevi», per le due leggi che non dovrebbero trovare ostacoli, l’elettorato attivo già a 18 anni per eleggere i senatori (ok già da due Camere, in terza lettura a Montecitorio) e la riforma Fornaro.

Ma è nulla rispetto alla legge elettorale.

di Liana Milella su La Repubblica

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