«Non vaccinati = ebrei»: persecuzioni della Shoàh come quelle “imputabili” al Green Pass? Paola Farina ne parla con lo studioso Alessandro Matta

Un cartello con Hitler e l'obbligo, presunto, di vaccinarsi
Un cartello con Hitler e l'obbligo, presunto, di vaccinarsi
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Il Direttore di ViPiù.it mi ha chiesto un’opinione su un accostamento sempre più frequente nei cortei e negli eventi No vax in cui appaiono scritte e vengono espressi concetti basati sull’identità «Non vaccinati = ebrei» e in cui, come si leggeva oggi anche sul quotidiano locale si mettono insieme svastiche, stelle di David e la parola «dittatura» per evidenziare o suggerire (sempre da Il Giornale di Vicenza, per rimanere dove abito, oltre che da altri media nazionali) “il paragone che in più di un’occasione ambienti contrari ai vaccini hanno azzardato tra la discriminazione subita dagli ebrei durante la Shoah e quella che secondo gli anti vax introdurrebbe il certificato verde per i non vaccinati“.

Alessandro Matta, cattolico, direttore del Memoriale sardo della Shoah
Alessandro Matta, cattolico, direttore del Memoriale sardo della Shoah

Ma io preferisco demandare un approfondimento a una parte neutra, al dott. Alesandro Matta, cattolico, studioso e difensore di Israele, direttore delMemoriale Sardo della Shoà, al quale ho già ceduto parte della documentazione in mio possesso e cederò tutto quello che ho per sopraggiunti limiti di età (in tutte le istituzioni, i vecchi dovrebbero scrollare il sedere dalla sedia per far spazio ai giovani, invece rimangono ancorati al loro ego, alla pienezza politica voluta dal clientelismo politico, senza considerare l’importanza di regalare il proprio sapere alla nuova generazione). Una parte neutra e competente mette più razionalità di critica di quanta non possa mettere io, che sono passionaria.

 

Personalmente mi aspettavo quest’accostamento, un’altra occasione a sostegno e a memoria degli ebrei oltre il 27 gennaio, un’occasione alla quale destri e sinistri non riescono proprio a sottrarsi. Io sono consapevole che tutti quelli, fuori ambiente (N.d.R. ebraico) che oggi gridano allo scandalo, sono gli stessi che faranno come gli struzzi quando sarà necessario intervenire a favore di Israele e/o degli Ebrei.

È la politica tutta, soprattutto quella rappresentata dalle prime tre cariche dello Stato, che deve intervenire. Sono i tutori delle forze dell’Ordine che presidiano le manifestazioni che devono identificare i partecipanti con il Magen David Adom al petto, sono i magistrati che devono appurare se c’è reato e se c’è reato perseguibile dal codice penale o civile lo si deve fare e non archiviare, dar corso alle cause non secondo madre politica e archiviare secondo un’altra madre politica. Sbaglia lo Stato e sbagliano i servitori dello stato. Sbaglia il popolo che abusa del Magen David, perché un’altra parte del popolo gli ha concesso il diritto di abusare di un simbolo di persecuzione… uso il termine Magen David, perché tutti sanno cos’è la Stella di Davide ma pochi conoscono il significato profondo di Magen David.

Chiedo quindi al dottor Alessandro Matta, Tu cosa ne pensi?

No Vax anche in Svizzera con la Stella di David
No Vax anche in Svizzera con la Stella di David

Penso che quest’accostamento sia assolutamente indegno. La stella gialla da attaccare ai propri vestiti è decretata dai nazisti perlopiù nell’autunno 1941 nei territori del Reich e in molti paesi dell’Europa occidentale occupata nella primavera-estate del 1942 ed è stato uno strumento del tutto funzionale al genocidio, per meglio identificare chi eliminare fisicamente. Non uno strumento per tutelare la salute di tutta la popolazione rispetto al principio costituzionale supremo della tutela della salute come nel caso del green pass. In molte altre manifestazioni, sia a Vicenza, sia a Cagliari come un po’ ovunque poi, abbiamo visto cartelli, dove si prende ad esempio il fatto che il nazismo nella sua politica salutista, avesse anch’esso adottato passaporti di tipo sanitario… Anche queste però furono misure che miravano a uccidere tutti quei cittadini del Reich le cui malattie (o le cui condizioni o vizi definiti all’epoca come malattie incurabili e socialmente pericolose come per esempio l’alcolismo) erano un ostacolo alla realizzazione della politica eugenetica nazista.  Qui nessuno vuole certo mettere i novax in moderne strutture stile Hadamar!

Comunque, voglio e devo sottolineare una cosa molto importante: questo cui assistiamo ora, è solo l’ultimo di una serie di accostamenti e paragoni assurdi a cui la storia della Shoah è stata sottoposta negli ultimi trent’anni! E mi dispiace dirlo, qui la comunicazione è stata quella che ha portato a tutto questo. La Shoah ha finito col diventare uno sterile paradigma di tutte le violenze in generale in modo assolutamente acritico e antistorico, insomma: troppa memoria e molto moralismo, poco studio storico e poco ragionamento sull’evento storico della Shoah.

Purtroppo in Italia la comunicazione e l’informazione specie nelle scuole sono rimasta come ferme a venti anni fa, e non hanno tenuto conto delle nuove storiografie della Shoah e del dovere di rendere anche obbligatoria la formazione dei docenti su questi temi con i corsi e i seminari specifici sul tema.

Ma, soprattutto, non abbiamo in ciascun comune italiano una struttura (che secondo me sarebbe ora di realizzare) quale quella di un ufficio apposito di “educazione alla memoria” sui temi della Shoah e della storia del novecento in generale, sul modello di quella del comune di Rimini, che dagli anni ‘60, voglio ricordarlo, ha un’attività di questo tipo, i cui risultati sono degni di nota (voglio inoltre ricordare che la responsabile di quest’ufficio, Laura Fontana, gestisce uno dei seminari di formazione più importanti all’estero per i docenti italiani presso il memorial della Shoah a Parigi, strutturato su due livelli di formazione).

Inoltre, in ogni università dovrebbe finalmente essere attivato secondo me un corso specifico di storia della Shoah e di storia ebraica, o un master, allo scopo di formare bene e arginare certi fenomeni comunicativi assurdi quali quelli a cui assistiamo per evitare ogni tipo di menzogna (inclusa quella di paragonare Israele uguale alla Germania nazista). Ed il tutto, ovviamente, staccato dalla politica.

Insomma, sarebbe ora che la Shoah finisse di essere sfruttata per fini banalistici e si facesse tesoro del fatto che certi temi si studiano e ci si lavora avvicinandosi con umiltà e non con accostamenti abominevoli o progetti scolastici dove si crea un amalgama finendo col parlare (come mi è capitato di sentire) di “Shoah e bullismo” o di “Shoah e mafia”.

E, ora, di Shoah e No Vax, concluderei io, da direttore, ringraziando i due interlocutori, uno di fede ebraica, l’altra cattolico.

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Nata a Vicenza il 25 gennaio 1954, studentessa mediocre, le bastava un sette meno, anche meno in matematica, ragazza intelligente, ma poca voglia di studiare, dicevano i suoi professori. Smentisce categoricamente , studiava quello che voleva lei. Formazione turistica, poi una abilitazione all’esercizio della professione di hostess di nave, rimasta quasi inutilizzata, un primo imbarco tranquillo sulla Lauro, un secondo sulla Chandris Cruiser e il mal di mare. Agli stipendi alti ha sempre preferito l’autonomia, ha lavorato in aziende di abbigliamento, oreficeria, complemento d’arredo, editoria e pubbliche relazioni, ha girato il mondo. A trent’anni aveva già ricostruito la storia degli ebrei internati a Vicenza, ma dopo qualche articolo, decise di non pubblicare più. Non sempre molto amata, fa quello che vuole, molto diretta al punto di apparire antipatica. Dove c’è bisogno, dà una mano e raramente si tira indietro. E’ generosa, ma molto poco incline al perdono. Preferisce la regia alla partecipazione pubblica. Frequenta ambienti ebraici, dai riformisti agli ortodossi, dai conservative ai Lubavitch, riesce nonostante il suo carattere a mantenere rapporti equilibrati con tutti o quasi. Sembra impossibile, ma si adegua allo stile di vita altrui, in casa loro, ovviamente.