Nagorno-Karabakh, appello da Venezia: “fermate il conflitto”. Perché Armenia e Azerbaigian si fanno la guerra

Azerbaigian
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Turkan Hasanova è una studentessa che studia a Venezia, coordinatrice dell’ Associazione Gioventù Italo-Azerbaigiana. L’organizzazione di cui fa parte ha sottoscritto una richiesta alla comunità internazionale per prendere una posizione a favore dell’Azerbaigian per il conflitto armato che è riesploso nella zona montuosa dell’Agorno-Karabakh, un territorio conteso tra armeni e tatari, poi azeri, un focolaio di guerra che ha continuato a spegnersi e riaccendersi per tutto il Novecento. “Le attività recenti sono iniziate il 27 settembre 2020, quando le forze armene nel Nagorno Karabakh hanno attaccato le forze azerbaigiane nella vicina regione – sostengono i giovani azeri -. Questo e’ stato fatto per interrompere il processo di negoziazione pacifica tra le due nazioni e per distrarre il popolo armeno dalla sua crisi politica interna. L’Azerbaigian sta esercitando il suo diritto intrinseco di autodifesa ai sensi dell’ART 51 della Carta delle Nazioni Unite. Pertanto, la risposta che l’Armenia ha incontrato è una contromisura proporzionata che continuerà fino a quando l’Armenia non cesserà di impegnarsi in una condotta internazionalmente illecita (occupazione dei territori dell’Azerbaigian)”.

“Le forze armene e la milizia sostenuta hanno occupato una grande fetta (20%) della terra azera. Negli anni ’90 le truppe armene hanno attaccato e ripulito etnicamente la regione del Nagorno Karabakh e i villaggi adiacenti. Uno degli esempi di pulizia etnica è il massacro di Khojaly, in cui le truppe armene hanno assassinato senza pietà 600 azeri e preso in ostaggio 1275 persone, di conseguenza circa un milione di azerbaigiani sono stati costretti a lasciare le proprie case, correre per la propria vita e diventare rifugiati. Il Karabakh è riconosciuto a livello internazionale come territorio dell’Azerbaigian. Inoltre, le Nazioni Unite hanno approvato 4 risoluzioni che chiedono all’Armenia di ritirare le proprie truppe dal territorio illegalmente occupato, purtroppo le quali sono state ignorate. Al momento, l’Azerbaigian sta dichiarando guerra alla propria terra per la propria integrità territoriale”.

“La mattina del 4 ottobre l’Armenia ha lanciato un attacco missilistico su densi quartieri residenziali della città di Gandja (seconda città più grande dell’Azerbaigian). La città si trova a 60 km dal fronte e non ha assolutamente nulla a che fare con il conflitto in corso. Di conseguenza, 2 civili sono morti e più di 20 sono rimasti feriti. Inoltre, la sera dello stesso giorno, l’Armenia ha lanciato un attacco missilistico su Mingachevir (una città contenente una diga idroelettrica molto grande. In questo caso l’obiettivo dell’attacco era demolire il bacino idrico e portare alla calamità ambientale) e la regione di Khizi e Absheron . Tutti questi territori sono lontani dalla zona di guerra”.

“Questa è una diretta violazione delle Convenzioni di Ginevra e non è conforme ad alcuna regola di guerra. Questo è un atto di terrorismo – sostiene l’Azerbaijani Diaspora Youth – e l’Armenia sta attualmente commettendo crimini di guerra contro l’Azerbaigian e il suo popolo”. L’associazione raccoglie donazioni e chiede tramite una petizione che gli Stati Uniti intervengano a favore dell’Azerbaigian. Se ciò dovesse accadere sarebbe da valutare la posizione della Russia, che sostiene l’Armenia, ma non l’Agorno Karabah. Lo ha spiegato bene in un recente articolo su Repubblica Aldo Ferrari, professore di Storia del Caucaso e dell’Asia Centrale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia,
direttore del Programma Russia, Caucaso e Asia Centrale dell’ISPI di Milano e Presidente dell’Associazione per lo Studio in Italia dell’Asia centrale e del Caucaso. La Turchia di Erdogan invece, che eredita la storica posizione anti-armena, sostiene pienamente l’Azerbaigian, che oltretutto ha come partner commerciale tra i più importanti proprio l’Italia e lo sarà ancora di più con il TAP. In questo momento l’Armenia è un Paese debole e l’Azerbaigian invece è in crescita e ne ha approfittato per mostrare i muscoli in una zona da sempre contesa. Ha anche realizzato e diffuso un video metal per la propaganda al conflitto e, secondo quanto sostiene il prof Ferrari, avrebbe iniziato per primo le recenti ostilità, anche se i giovani di Turkan Hasanova sostengono il contrario. Questo peché fa gioco al governo azero mostrarsi alla comunità internazionale come vittima, storica e recente, dell”invasione’ armena. Ma al di là di chi sia stato a cominciare il conflitto, quello che sta accadendo e il suo mix di nazionalismo, revanscismo, ambizione, vendetta, ricade sulla pelle degli abitanti di una terra di nessuno come il Nagorno Karabakh.

A fare da mediatore dovrebbe essere il cosiddetto gruppo di Minsk guidato da Francia, Russia e Stati Uniti, con rappresentanti di Armenia, Azerbaigian (ma non dell’Alto Karabakh), Bielorussia, Finlandia, Germania, Italia, Olanda, Portogallo, Turchia e Svezia. Però questa volta sarà necessario uscire dall’immobilismo che ha caratterizzato gli ultimi 25 anni della gestione del problema.

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Tommaso De Beni
Giornalista pubblicista dal 2020 nato nel Basso Vicentino nel 1987, laureato in Teoria e critica letteraria. Ex presidente dell'associazione culturale e redattore della rivista "ConAltriMezzi". Ho pubblicato racconti nelle raccolte "Write not die" ed "Escape" e poesie in siti vari e "Pagine". Ospite della trasmissione televisiva "MattinaInFamiglia" nel 2013. Ex collaboratore di PopcornTv, Notizie.it, BlastingNews e Vvox