L’uso dello schwa (ə) e altre soluzioni per un linguaggio inclusivo. “Agorà. La Filosofia in Piazza”: stavamo aspettando Michela Murgia?

Michela Murgia e lo schwa per il linguaggio inclusivo
Michela Murgia e lo schwa per il linguaggio inclusivo
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Il bello dei fenomeni mediatici, intesi in senso molto generale, è che ad un certo punto qualcuno usa la propria posizione di vantaggio e di esposizione per porre all’attenzione dei cittadini e delle cittadine, anche solo per provocazione, temi importanti, che necessitano di uno specifico e adeguato approfondimento, e così a tutti i livelli la popolazione comincia a parlarne, ad esprimere considerazioni, a prendere posizione.

La notizia, infatti, a nostro avviso, non è che Michela Murgia abbia utilizzato lo schwa (ə) per un suo articolo sul razzismo pubblicato sull’Espresso, ma che, come hanno titolato diversi giornali, molti dei quali di tradizione conservatrice e di destra, Michela Murgia abbia sdoganato lo schwa, che Michela Murgia se la sia presa con l’italiano, che la scrittrice abbia deturpato la nostra italica lingua, cercando di cambiarla con le sue scemenze…e cose di questo genere.

Intanto c’è da dire che è un vero peccato che sull’intenzione nobile di provare a pensare ad un linguaggio inclusivo ci siano giornalisti e intellettuali, i quali le parole le usano per mestiere, che inorridiscono davanti a quella che dovrebbe essere la normale evoluzione della lingua in accordo con le esigenze e le conquiste civili degli esseri umani che tutti quanti dovremmo sostenere.

Se, infatti, non usiamo più ufficialmente in consessi pubblici termini come “handicappato”, “negro”, “frocio”, non è semplicemente perché non sono più di moda, ma perché si sono verificati nel frattempo processi giusgenerativi di inclusione che rendono quei termini desueti, inappropriati, sintomo di arretratezza culturale. A dispetto del tentativo di Pio e Amedeo di ironizzare sul politically correct, accusato di ingessare la comicità, in prima serata il 30 aprile su Canale 5 davanti a quattro milioni di spettatori, in realtà chi continua ad usare quei termini triviali e rozzi come espediente per far ridere, dovrebbe anche considerare la responsabilità che si assume con tale scelta linguistica e valoriale ed è un vero peccato che la comicità pugliese, e meridionale in genere, debba ridursi ancora una volta a questi beceri espedienti retrogradi per far ridere.

Nella pubblica piazza, infatti, chi usa ancora “handicappato” o “mongoloide” come insulto, “frocio” o “ricchione” con molta superficialità per far sorridere oppure “negro” o “muso giallo” per connotare alcune popolazioni non fa che riflettere meccanismi di esclusione e concezioni dell’uomo e della donna che si annidano nel linguaggio e si riflettono poi nelle mentalità. Che simili termini siano caduti in disuso è solo un bene e pretendere di rievocarli è solo volgare e lesivo della dignità di persone che pretendono di essere definite diversamente.

Ancora una volta, ci tocca sottolineare l’enorme differenza, assente o colpevolmente confusa in Italia, tra la necessità di sostenere delle Policy, cioè delle iniziative che partono dalla collettività e tese a produrre quelli che definiamo dei processi giusgenerativi di inclusione mediante l’emancipazione delle persone, e l’eventualità di avvicinarsi all’ambito delle Politics, che riflettono le varianti e le appartenenze politiche utili per la gestione amministrativa del potere.

La conseguenza di questa rovinosa confusione tra Policy e Politics è che ancora pensiamo che essere fascista, razzista o sessista nel linguaggio e nelle pratiche concrete di vita quotidiana sia l’espressione di una legittima opinione politica, quando invece è lesivo della dignità umana di uomini e donne che hanno conquistato con dure lotte civili i loro diritti contro logiche di esclusione.

Ma, tornando alla questione portata alla ribalta da Michela Murgia, anche noi di Agorà. La Filosofia in Piazza, a dire il vero, esprimendo con grande consapevolezza e cognizione di causa la volontà di utilizzare un linguaggio massimamente inclusivo, ci eravamo precedentemente confrontati sulla strada da intraprendere. Ci siamo chiesti, infatti, se fosse più congeniale utilizzare i binomi maschili e femminili per mettere in rilievo la differenza, pur sapendo che tale scelta sarebbe andata a detrimento della scorrevolezza nella lettura, oppure utilizzare l’asterisco o lo schwa (ə) per le desinenze oppure, ancora, adottare il maschile “sovraesteso” con una postilla onnipresente per specificare il riferimento agli “esseri umani” (un dettaglio meta-linguistico che trascura il fatto che, se pensiamo che gli esseri umani siano anche “persone”, ci toccherebbe allora passare al femminile “sovraesteso”).

Personalmente, trovo il segno dello schwa (ə) esteticamente gradevole e simpatico a livello grafico, preferibile all’asterisco, sebbene si debba attendere che le tastiere degli smartphone e dei computer recepiscano la rivoluzione inclusiva e lo mettano tra i caratteri immediatamente disponibili, senza ricorrere alla macchinazione di digitare 0259 sul tastierino e poi premere congiuntamente Alt+x per attendere che compaia nel testo ə. Del resto, anche a livello fonetico, non è affatto difficile per un pugliese riprodurre questo suono gutturale alla fine di tutte le desinenze di aggettivi e sostantivi, giacché lo si fa già comunemente nel dialetto, anzi potrebbe essere la definitiva sostituzione del dialetto barese al milanese nella corretta dizione della lingua italiana!

Tuttavia, mentre provavo a scrivere questo articolo, mi accorgevo che per lo schwa sorgevano alcune difficoltà quando dovevo usare l’articolo determinativo plurale gli/le, dal momento che non si tratta di cambiare solo la desinenza, ma tutta la parola. Così, nell’attesa che i linguisti ci dicano come poter dare corso ad una rivoluzione antropologica inclusiva che parta dal linguaggio, ci è venuta un’idea: perché non trasformare tutti i sostantivi e gli aggettivi in parole tronche od ossitone, facendo cadere l’ultima sillaba che determina il genere e apponendo l’accento tonico sulla vocale finale?

In fondo, funzionerebbe come funzionano i vocativi inclusivi meridionali “ragà”, “signò”, “professò”….il resto è solo una questione di abitudine!


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a cura di Michele Lucivero

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Laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari e poi in Forme e Storia dei Saperi Filosofici presso l’Università degli Studi del Salento, dove ha conseguito anche il Dottorato di Ricerca in Etica e Antropologia. Storia e Fondazione. Ha conseguito anche il Diploma di Scienze Religiose presso l’Istituto “Italo Mancini” dell’Università degli Studi di Urbino. Abilitato all’insegnamento di Filosofia e Storia e specializzato nella Didattica per le Attività di Sostegno presso l’Università di Padova, attualmente è docente di ruolo nella scuola pubblica. Dirige con Michele Di Cintio la collana Pratiche Didattiche e Percorsi Interculturali presso la casa editrice Aracne di Roma, all’interno della quale ha pubblicato e curato diversi volumi di taglio didattico su argomenti storici, filosofici, antropologici e sociologici. Dopo aver trascorso gli ultimi dieci anni a respirare il profumo del muschio montano vicentino dal 2018 è tornato a bearsi dell’aroma della salsedine pugliese. Giornalista pubblicista da giugno 2021