La democrazia appesa ad un tweet. Agorà, la filosofia in piazza: la fine del sogno americano

Assalto a Capitol Hill
Assalto a Capitol Hill
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Che il sistema americano, con tutte le sue apparenti libertà, fosse al capolinea, come evidenziano il Direttore e Giorgio Langella, l’avevano già da tempo messo in evidenza acuti osservatori, tra cui Serge Latouche[1], e, del resto, non solo le immagini di ieri, ma anche quelle, forse già dimenticate, delle violenze della polizia contro i cittadini americani con la pelle nera, ne hanno dato tristemente conto a tutto il mondo.

Eravamo abituati ad associare le bandiere coi i kalashnikov a quelle di colore nero con le scritte in arabo dell’ISIS, ma ieri è stato davvero aberrante vederle a Capitol Hill, nel cuore degli Stati Uniti, con la scritta «Come and take it», insieme ai colori di bandiere che solo in parte ricordano quella americana, moltissime delle quali modificate per far emergere l’uso personale di una politica che ormai è solo un gioco, abbastanza distruttivo, di potere da parte di un bamboccione capriccioso, come rileva Tommaso De Beni.

E, allora, assistiamo sgomenti all’immagine di un’America che tramonta inesorabilmente insieme al suo modello di democrazia, una democrazia azzoppata e vituperata da egoismi economici e dalla difesa di interessi tecnocratici, un’America che mostra di aver oltrepassato il limite e l’equilibrio che tiene insieme il liberalismo con il liberismo.

L’America che sembrava estranea a qualsiasi idea di golpe, anzi l’America che nell’immaginario collettivo si serviva dei media e della televisione per intervenire nella difficile situazione sudamericana per sedare i tentativi di golpe, che appartenevano alla cultura di sinistra, proprio quell’America cessa di esercitare un appeal democratico e di porsi alla difesa di un’idea di libertà che possa solo lontanamente essere assunta a modello per il resto dell’Occidente.

In America ieri è andata in scena l’apoteosi della postdemocrazia, come la definisce Colin Crunch[2], un sistema solo apparentemente democratico nelle istituzioni, ormai vetuste, ma in realtà governato da lobby e gestito dai mass media: il simulacro di una democrazia che, nei fatti, corre sul filo delle parole, affidate perlopiù ai social media.

Questo volgare assalto al Campidoglio, un tentativo di reazione con smartphone alla mano, non è, tuttavia, un processo che stupisce, ma è la conseguenza di un uso illegittimo e spregiudicato che da tempo viene fatto della parola nella politica. Il liberalismo anglosassone, lo dicevamo qualche giorno fa in un articolo di Deep News, prevede anche la possibilità da parte del popolo di insorgere contro il tiranno, qualora se ne ravvisasse la violazione delle libertà. Molti gruppi di studenti, tra cui Sophie e Hans Scholl in Germania, ma anche il teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer, ordirono congiure contro Hitler negli anni ’30 e ’40 in Germania sulla scorta di quel principio assolutamente liberale.

Ma in questo caso ciò che va in scena è solo un uso personale della politica da parte di un soggetto molto esposto mediaticamente, il quale afferma pubblicamente di aver vinto le elezioni, contro i dati ufficiali e, quindi, genera immediatamente un’idea, cioè quella di trovarsi in una situazione di violazione delle libertà. Da questo momento in poi la dinamica dei followers, che segue pedissequamente e acriticamente il proprio idolo, crea la realtà, una realtà costruita sulla parola, molto spesso su una menzogna.

La postdemocrazia è servita, signore e signori: l’uso dei media e della parola per generare followers ha interrotto le procedure della partecipazione critica alle istituzioni della politica e questo è accaduto proprio a partire dalla patria, in declino, della democrazia.

Ma l’aspetto più rivoltante di ciò che è accaduto ieri sera è stato il fatto di rimanere attaccati alla TV o allo smartphone in attesa che il signor Trump si degnasse di dire qualcosa per fermare i suoi followers. Il bambinetto, alla fine, compare e dice ai followers di tornare a casa, di andare in pace, senza, tuttavia, far cadere il movente infondato che spingeva l’assalto: le elezioni rubate e così il social media decide di rimuovere il video, in uno slancio di decisionismo al limite del liberalismo.

Non c’è nulla da stupirsi, insomma, la democrazia in America, con buona pace di Tocqueville, è morta già da tempo.

[1] S. Latouche, La fine del sogno occidentale, Elèuthera, Milano 2000.

[2] C. Crouch, Postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari, 2003.


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a cura di Michele Lucivero

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Michele Lucivero
Laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari e poi in Forme e Storia dei Saperi Filosofici presso l’Università degli Studi del Salento, dove ha conseguito anche il Dottorato di Ricerca in Etica e Antropologia. Storia e Fondazione. Ha conseguito anche il Diploma di Scienze Religiose presso l’Istituto “Italo Mancini” dell’Università degli Studi di Urbino. Abilitato all’insegnamento di Filosofia e Storia e specializzato nella Didattica per le Attività di Sostegno presso l’Università di Padova, attualmente è docente di ruolo nella scuola pubblica. Dirige con Michele Di Cintio la collana Pratiche Didattiche e Percorsi Interculturali presso la casa editrice Aracne di Roma, all’interno della quale ha pubblicato e curato diversi volumi di taglio didattico su argomenti storici, filosofici, antropologici e sociologici. Dopo aver trascorso gli ultimi dieci anni a respirare il profumo del muschio montano vicentino dal 2018 è tornato a bearsi dell’aroma della salsedine pugliese.