La lingua italiana: questa sconosciuta per Suarez e per molti altri che lo bocciano ma “declinano” i verbi invece che coniugarli

Italiano, questo sconosciuto
Italiano, questo sconosciuto
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Luis Suarez, detto Il Cannibale, l’abbiamo capito chiaramente, non conosce la nostra lingua, infatti «nel suo italiano, in una prova che dura soltanto una dozzina di minuti, declina ogni verbo all’infinito», scrive Antonio Massari su Il Fatto Quotidiano di ieri, e non meritava di essere promosso (come forse anche… Antonio Massari, ahi, ahi, ahi, che si becca un segno rosso perché i verbi si coniugano mentre la declinazione riguarda sostantivi aggettivi, pronomi e articoli…!).

Luis Suarez
Luis Suarez

La lingua italiana non è affatto semplice e, forse, tra le lingue europee più diffuse solo il tedesco può degnamente competere in termini di difficoltà, ma bisogna prendere atto che, in generale, tra il saper parlare e il parlare bene c’è un abisso, così come vi è un baratro tra lo scrivere, lo scrivere bene e lo scrivere in maniera fluida, fluente, piacevole per il lettore.

Utilizziamo la lingua quotidianamente in maniera informale ed efficace per comunicare informazioni, esprimere emozioni, dare comandi e per questo sono sufficienti circa duecento parole, ma la utilizziamo anche, in maniera molto più elaborata e accorta, per spiegare processi complessi che ricadono all’interno di discipline specialistiche, per i quali dobbiamo necessariamente utilizzare un linguaggio specifico, perché se nel primo caso, al limite, si verifica un malinteso, magari anche grave per le relazioni interpersonali, nel secondo caso, se durante una spiegazione di teologia o filosofia uno dovesse dire “esoterico” al posto di “essoterico”, allora il senso del discorso cambia radicalmente, giacché i due termini sono proprio contrari, infatti esoterico ha a che fare con dottrine segrete, mentre essoterico ha a che fare con dottrine pubbliche, che possono essere rilevate a tutti.

Ma, in fondo, a chi interessa conoscere la differenza tra esoterico ed essoterico, soprattutto se poi esistono anche altri modi in italiano per esprimere lo stesso concetto?

Tuttavia, che si debba necessariamente conoscere la lingua italiana per essere cittadini italiani non è una prescrizione di natura, non è scritto nella Costituzione italiana e non si fa alcun torto alla Nazione italiana se non si conosce benissimo l’italiano, ma è solo il risultato di un processo politico molto discutibile, votato dal nostro Parlamento, firmato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 4 ottobre 2018, entrato in vigore il giorno successivo e, infine, convertito in Legge il 1 dicembre 2018: si tratta del Decreto legge Salvini su immigrazione e sicurezza.

Ma il punto è: per gli italiani che non conoscono la lingua italiana è previsto un corso di recupero? Sono previste espulsioni di massa? E, a chi ha delle responsabilità pubbliche, politiche, mediatiche e commette strafalcioni che trattamento riserviamo?

Partiamo dal presupposto che usare correttamente l’italiano è un’impresa davvero ardua, sulla quale influisce tantissimo e negativamente, purtroppo, anche l’appartenenza geografica, infatti se è pressocché inestirpabile dall’uso comune di tutti i meridionali, talvolta anche in contesti formali, l’uso e la coniugazione dei verbi andare e scendere in forma transitiva («esco il cane», «scendo l’immondizia» sono le frasi più pronunciate da Napoli in giù), non è altrettanto corretto l’uso diffuso settentrionale del pronome di seconda persona te in posizione di soggetto («ma te che ne pensi?»), per dirne solo alcuni.

E questo ha a che fare, tutto sommato, con la lingua parlata – si sa, verba volant – nella quale esistono anche molti modi di dire regionali anche molto simpatici davvero privi di senso dal punto di vista sintattico e semantico. Ricordo ancora quando ho sentito per la prima volta degli alunni veneti dire che «si erano presi a letto» oppure che «si erano presi avanti» e a me veniva da sorridere perché ero curioso di capire cosa avessero trovato avanti.

Molto più compromettente è, invece, la questione della lingua scritta – giacché scripta manent – e qui, al di là dei refusi e degli errori di battitura, che possono sempre capitare, per carità, occorrono competenze consolidate per scrivere bene o in maniera fluente, giacché sulla scrittura incombe pesantemente la scure dell’errore ortografico e della correttezza sintattica, che non perdonano e che mandano in visibilio le professoresse e i professori di italiano.

Tuttavia, non sono solo i nostri ragazzi, a tutti i livelli scolastici, a commettere strafalcioni come “apparte” invece di “a parte”, “avvolte” invece di “a volte”, “qual’è” al posto di “qual è”, per non parlare dei vari “Se io avrei la penna…” e cose del genere, ma anche a scrittori famosi possono scappare dei clamorosi strafalcioni, come il “qual’è” a Roberto Saviano oppure a persone che sicuramente vendono più libri di me, come Taylor Mega, che scrivono nella didascalia di presentazione del suo libro «Sono emozionata e felicissima e lo si può vedere dalle mie faccie». Ecco, in questo caso il mio file word è pieno di segni rossi, un buon aiuto per chi scrive, perché basta solo avviare la correzione ortografica e il gioco è fatto, ma quella volta che spiegavo La Metafisica di Aristotele e sulla lavagna di una terza Liceo Scientifico scrissi in maiuscolo “METAFICA” nessuno ebbe il coraggio di farmelo notare e mi innervosii anche quando ho cominciato a vedere dei timidi sorrisini tra i banchi…era evidentemente un lapsus freudiano.

P.S. Non so se vi siete accorti, perché a volte durante la scrittura possono capitare refusi, che non sono propriamente errori, e, tra l’altro, la lettura è talvolta un processo meccanico e il cervello, soprattutto di chi scrive, non rileva il refuso se si sta cogliendo il senso del testo e non la forma, ma alla fine del secondo capoverso ho scritto «che possono essere rilevate a tutti», invece «che possono essere rivelate a tutti»…fate sempre attenzione!

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Michele Lucivero
Laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari e poi in Forme e Storia dei Saperi Filosofici presso l’Università degli Studi del Salento, dove ha conseguito anche il Dottorato di Ricerca in Etica e Antropologia. Storia e Fondazione. Ha conseguito anche il Diploma di Scienze Religiose presso l’Istituto “Italo Mancini” dell’Università degli Studi di Urbino. Abilitato all’insegnamento di Filosofia e Storia e specializzato nella Didattica per le Attività di Sostegno presso l’Università di Padova, attualmente è docente di ruolo nella scuola pubblica. Dirige con Michele Di Cintio la collana Pratiche Didattiche e Percorsi Interculturali presso la casa editrice Aracne di Roma, all’interno della quale ha pubblicato e curato diversi volumi di taglio didattico su argomenti storici, filosofici, antropologici e sociologici. Dopo aver trascorso gli ultimi dieci anni a respirare il profumo del muschio montano vicentino dal 2018 è tornato a bearsi dell’aroma della salsedine pugliese.