Italia, Paese di allenatori di calcio e magistrati. Schiavon: tutti sanno tutto, da Di Maio e Salvini a Sansonettti su Uggetti, Brusca, Ilva e Mottarone…

L'assoiluzione di Simone Uggetti, sindaco di Lodi
L'assoiluzione di Simone Uggetti, sindaco di Lodi
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Nel 2016 Simone Uggetti, sindaco di Lodi in quota PD, è stato arrestato con l’accusa di turbativa d’asta per un appalto relativo alla costruzione di due piscine comunali e, nel 2018, è stato condannato in primo grado a otto mesi di reclusione, per poi essere, recentissimamente, assolto dalla Corte di Appello di Milano. All’epoca del suo arresto, Luigi Di Maio, insieme a molti altri esponenti del Movimento 5 stelle, lo ha pubblicamente invitato a dare le dimissioni dalla sua carica. Ma, dopo l’assoluzione, ha ritenuto di scusarsi con lui.

La banalità della vicenda (riferita alle scuse del pentastellato), non ha impedito il sorgere dell’immancabile polemica sul presunto mutamento del convincimento politico dell’attuale ministro degli esteri e sull’ipotizzata sua trasformazione (come quella di altri grillini) da giustizialista a garantista e governista. Proprio sulla scia di essa e riferendosi alla condanna penale di Uggetti, poi riformata e, in generale, alla presunta superficialità con cui le persone verrebbero incarcerate e, poi, assolte, il segretario della Lega, Matteo Salvini, non ha resistito alla tentazione di manifestare le proprie esternazioni su quelle che, secondo lui, dovrebbero essere le imprescindibili connotazioni dell’annunciata riforma della Giustizia  (come ce la chiederebbe l’Europa per elargire all’Italia tutti  i previsti  fondi del Recovery Fund). I soliti slogan: responsabilità dei magistrati (“chi sbaglia paga”), cause civili più veloci, separazione delle carriere dei magistrati ecc.

Quello della giustizia, si sa, è un tema fortemente divisivo, sul quale non è certo prevedibile che le forze politiche trovino un accordo, neppure di massima. Al contrario esso sarà l’ennesima occasione di aspri contrasti, che potrebbero anche mettere a rischio la stabilità del governo, come già avvenuto in passato; a meno che non ci si accontenti dei consueti interventi di facciata e che non si voglia gabbare per riforma la solita accozzaglia di scoordinati interventi modificativi di singole leggi, qua e là, a seconda delle convenienze del momento, delle pressioni di tipo elettorale e delle suggestioni occasionali, magari scaturite anche da accadimenti che più si possono prestare ai tradizionali e ricorrenti   dibattiti, soprattutto su temi parapolitici.

Questo clima pressappochista e qualunquista è diffusamente percepibile già in quasi tutte le discussioni conseguite ai recenti eventi (alcuni dei quali tragici) che hanno più colpito l’opinione pubblica italiana, come il disastro della funivia del Mottarome, le condanne emesse al processo per l’Ilva di Taranto, la liberazione del mafioso Giovanni Brusca

Mi sembrano allora opportune alcune riflessioni di fondo.

Anzitutto, a proposito delle esternazioni dell’on. Salvini sul caso dell’ex sindaco Simone Uggetti, mi permetto di suggerirgli, per il futuro, di sforzarsi di farle precedere dall’assunzione delle opportune nozioni giuridiche di base, per evitare di rendere meno problematica la percepibilità del suo pensiero: la riforma di una sentenza in appello non significa necessariamente che quella di primo grado sia sbagliata, perché essa può essere dovuta a fattori che non presuppongono affatto un errore del giudice di primo grado (es. un documento nuovo, una diversa valutazione del quadro probatorio, una non coincidente percezione di un fatto, una diversa interpretazione normativa … ). E, poi, ben potrebbe essere errata la sentenza (di assoluzione) del giudice di appello e, invece, giusta quella (di condanna) del giudice di primo grado. Affermare che il magistrato che ha emesso, in primo grado, una sentenza poi riformata, in appello, dovrebbe tout court essere punito, è una stortura giuridica che non merita neppure di essere ulteriormente spiegata, tanto è evidente.

E sarebbe, comunque, sempre opportuno che una persona che si appresta a commentare (nel merito) una sentenza, senta, prima, almeno l’esigenza di andarsela a leggere e di verificare – come ha fatto il giudice che l’ha emessa in primo grado  – il contenuto dell’intero quadro probatorio. Certo, è disdicevole (e gravissimo) che un cittadino innocente sia costretto a subire una carcerazione ingiusta, soprattutto in via preventiva, ma la dialettica processuale può comportare queste discrasie decisionali perché, ripeto, il giudice deve fondare la decisione sul proprio soggettivo convincimento, formatosi sulla completa valutazione di tutto il quadro probatorio, spesso contraddittorio, spesso molto complesso e non sempre interpretabile in modo univoco.

E, a proposito di carcerazione preventiva, sono rimasto sbalordito anche dalle gravi affermazioni effettuate, nel contesto di una trasmissione televisiva di un’importante emittente nazionale, da un noto e navigato giornalista (Piero Sansonetti) a proposito delle vicende giudiziarie seguite alla tragedia del Mottarone. Anche a prescindere dallo sgradevole lessico usato per censurare l’operato del Procuratore di Verbania, Olimpia Bossi, che, nell’immediatezza del disastro, aveva disposto l’arresto dei tre indagati  (uno dei quali reo confesso), il giornalista ha affermato di essersi scandalizzato per una tale repentina decisione (poi rettificata dal Gip), precisando che un magistrato “equilibrato” avrebbe dovuto, prima, accertare le cause della caduta della funivia e, solo dopo, procedere all’arresto; invece, la repentina scelta del Procuratore  sarebbe stata gravemente lesiva dei diritti primari degli indagati, nonché evidente testimonianza di una grave carenza professionale di quel magistrato, meritevole, a suo dire, di censura anche in sede disciplinare. Queste imprudenti affermazioni di Sansonetti (lo stesso che, senza aver letto la sentenza, peraltro  non ancora scritta, relativa alla vicenda ILVA di Taranto, non ha esitato a definire “scandalosa” la condanna penale dell’ex governatore della Regione Puglia Nichi Vendola) costituiscono un’ingiustificata sua ingerenza nell’operato, assolutamente legittimo, del magistrato di Verbania, che, verosimilmente, nell’immediatezza dei fatti, può aver ravvisato l’opportunità di emettere  un provvedimento cautelare diretto ad evitare il cosiddetto pericolo di inquinamento delle prove, considerato il fatto che uno degli indagati aveva confessato comportamenti molto gravi (come l’inserimento dei forchettoni per disattivare i freni) e che gli altri due avevano cominciato il consueto scaricabarile, negando la loro conoscenza di anomalie. È giusto – come pretende Sansonetti – essere garantisti, ma sarebbe meglio esserlo anche per le vittime della tragedia; e, soprattutto, sarebbe meglio conoscere, magari anche a livello elementare, le regole del diritto e criticare i magistrati con minore superficialità e con minori supponenza e presunzione.

E, poi, se si continua ad attaccarli da tutte le parti, i magistrati (che, pure, sbagliano e che, pure, se così fanno, devono subire le conseguenze dei loro errori ma solo se, davvero, tali sono, cioè connotati da colpa grave) si rischia di intimidirli eccessivamente  e di indurli ad essere inermi, per timore delle solite pesanti critiche,  qualunque cosa facciano o decidano.  All’epoca di mani pulite,  si percepiva spesso, in alcune città, l’orgoglio di essere immuni da quel fenomeno di diffusa illegittimità e di essere  rappresentati in Parlamento da politici onesti, per il solo fatto che, in un determinato territorio, non c’erano stati episodi di corruzione e nessuno era finito in prigione;  senza, però, avvedersi che l’apparente verginitàaltro non era che il frutto dell’inerzia delle Procure della Repubblica, i cui magistrati  erano incapaci di scoprire le malefatte dei politici o avevano chiuso gli occhi, preferendo concentrare la loro attenzione quotidiana sui soliti incidenti stradali…

A Salvini, tanto per citarne uno, piace, forse, l’idea di trasformare i nostri magistrati in silenti e paurosi impiegati dello Stato (con tutto il rispetto per tale categoria), inclini a non applicare a nessuno (tantomeno alle persone importanti) le, pur previste, misure cautelari personali, nel timore delle (inevitabili) critiche e delle censure del saccente di turno? Mi pare di ricordare che, all’epoca di mani pulite il partito nel quale egli militava, plaudiva all’azione (un po’ aggressiva) dei magistrati di Milano, tanto che tutti ricordano ancora quel deputato che, in pieno parlamento, agitava minacciosamente un cappio davanti agli avversari politici…

Quanto alla liberazione di Brusca, concordo senza esitazione, nel definirlo una belva, umanamente immeritevole di ogni perdono o di ogni sconto di pena. Ma ai tanti cittadini, tra cui l’onorevole Salvini che si sono ora indignati per la decisione della sua liberazione, deve essere ricordato che tale evento è il frutto non della decisione buonista e superficiale di un giudice pavido, bensì di una doverosa applicazione di una legge dello Stato, che ha attribuito alcuni benefici di pena ai cosiddetti pentiti, pur se volgari assassini e opportunisti. Neanche a me è piaciuta, in sé, la liberazione di Brusca (presumo a nessuno), ma essa corrispondeva ad un impegno dello Stato, che, a suo tempo, ha applicato una sua legge (peraltro, voluta dallo stesso Falcone). Egli ha scontato la pena inflittagli e, caso mai, ci si sarebbe dovuti lamentare all’epoca della erogazione della pena e non ora, dopo i suoi 25 anni di carcere. Ben si sapeva che, una volta scontata la pena, il condannato avrebbe dovuto essere rimesso in libertà.

L’on. Salvini, forse facendo finta di non conoscere la normativa ha dichiarato che, se una tale legge sui cosiddetti pentiti esistesse davvero, bisognerebbe cambiarla; e questo sarebbe ora il suo proposito. Ma, anche qui, egli sembra non rendersi conto che una tale legge, pur se profondamente ipocrita, ha consentito allo Stato di contrastare efficacemente la mafia ed è, quindi, un imprescindibile strumento di lotta alla criminalità, largamente impiegato anche in tutti gli altri paesi civili. Ma davvero un politico navigato come lui non conosceva l’esistenza di una tale legge? E, fosse vera (ma non credo), una tale affermazione mi sembrerebbe molto grave per un uomo che aspira a governare un Paese.

Siamo d’accordo che devono essere combattute le carcerazioni avventate e il loro uso strumentale e siamo anche d’accordo che il magistrato che opera con colpa grave (l’ipotesi del dolo non la vorrei neppure considerare, tanto mi sembra grave e poco probabile) deve essere punito. Ma evitiamo di attaccare i magistrati per il solo fatto che hanno adottato decisioni che non condividiamo o non capiamo.

Ma, se li critichiamo (come anche è giusto), facciamolo, almeno, con cognizione di causa e con minor supponenza. Non guasterebbe anche un po’ di educazione. Soprattutto, però, non dovrebbe mai mancare un minimo di cognizioni giuridiche, pur se a livello elementare.

E certo vero che a nessun politico è fatto obbligo di studiare il Diritto, ma neppure è imposto loro di parlare sempre e comunque…

Giovanni Schiavon

Magistrato, ex presidente dei tribunali di Belluno e Treviso

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Nato a Treviso nel 1940 è stato magistrato dal 1967, svolgendo funzioni di giudice presso il Tribunale di Venezia , di consigliere presso la Corte di Appello di Venezia, di presidente di sezione del Tribunale di Treviso, di presidente del Tribunale di Belluno, di Capo dell’Ispettorato del Ministero della Giustizia, di Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, di presidente del Tribunale di Treviso. A partire dall’anno accademico 1989-1990, ha assunto l’incarico di docente presso la Cattedra di Diritto Fallimentare della Facoltà di Scienze Economiche e Bancarie dell’Università di Udine. E’ stato nominato componente della commissione ministeriale per l’elaborazione dei principi di riforma del diritto concorsuale e in seguito, membro della ristrettissima Commissione per la redazione della stessa legge di riforma. E’ stato componente della commissione Disciplinare della Federazione Ciclistica Italiana, componente della Commissione Nazionale Antidoping del CONI, presidente di una società professionistica ciclistica.