Il maestro Bepi De Marzi non ha sciolto I Crodaioli per l’udito: “Questa Italia non sa più ascoltare”

Il maestro lascia il coro delle cime "Questa Italia non sa più ascoltare" Bepi De Marzi ha sciolto "I Crodaioli", il gruppo da lui fondato oltre sessant’anni fa, e annullato i concerti

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Bepi De Marzi, all’anagrafe Giuseppe, non canta più. A 84 anni il simbolo della coralità popolare italiana sceglie il silenzio. Non è stato facile: nemmeno sciogliere i suoi Crodaioli, il coro-icona della canzone di montagna. L’autore di «Signore delle cime» lo aveva fondato 61 anni fa. «
Dopo una vita a cantare — dice — il silenzio ti dà la sicurezza di essere riuscito a rimetterti in disparte ». De Marzi ha composto oltre 150 canzoni e assieme ai Crodaioli ha tenuto oltre 4 mila concerti in tutto il mondo. Il 3 novembre 2018 il presidente Mattarella lo ha voluto al Quirinale per i cent’anni dalla fine della Grande guerra. «Cantando per lui — dice — ho capito che la missione di raccontare la vita semplice era compiuta. Ai coristi ho detto basta così».
Ci ha pensato fino a pochi giorni fa. «Alla fine — dice — ci siamo trovati sulla collina vicentina. Abbiamo cantato sotto le stelle, con la luna all’ultimo quarto. Senza dire parole abbiamo compreso che per noi non ci sarebbe più stato il tempo per una luna nuova». Quello senza pubblico è stato l’ultimo concerto. I 15 già programmati fino a dicembre sono stati cancellati. Corre voce che De Marzi, organista e clavicembalista con i Solisti Veneti di Claudio Scimone, smette di cantare per problemi di udito.
«Falso — dice a Repubblica — scelgo il silenzio perché l’Italia non sa più ascoltare. La sua storia, quella degli altri. E perché insieme sembra non volere più né cantare, né vivere. I cori scompaiono perché è la comunità ad essere spinta all’estinzione ». L’addio, prima che musicale, è ideale. «In questo Paese — dice — non posso più cantare. Devo accettarlo: sono sconfitto. Ma a costo di rischiare la banalità dico che il permesso concesso al dilagare della finta cultura leghista, al sovranismo localista e al neofascismo di Casa Pound, sono una vergogna collettiva ». Per questo ha lasciato anche Arzignano, dove è nato.
«Poco distante — dice — c’è un paese. Nel 1944 i nazisti bruciarono le case e la chiesa con dentro il parroco. Oggi governa un sindaco di Fratelli d’Italia che si ispira a Mussolini ». Anche a Vicenza, dove De Marzi si è trasferito, comanda la Lega. «Mi hanno chiesto: “E adesso dove vai? Il dialetto diventa obbligatorio e spuntano ovunque leoni di San Marco”. Ho risposto da nessuna parte perché sono vecchio. Però resto libero e per questa nazione irriconoscibile, che confonde l’autonomia con l’autarchia e sostituisce la solidarietà con l’egoismo, i Crodaioli non cantano più».
Bepi De Marzi ha trascorso la vita artistica e morale con Mario Rigoni Stern, padre David Maria Turoldo, Luigi Meneghello, Goffredo Parise, Ermanno Olmi e padre Alex Zanotelli. La musica sinfonica e corale gli è stata insegnata da Herbert von Karajan e Arturo Benedetti Michelangeli. «Non ho la statura per darmi un tono — dice — ma è difficile accettare l’improvvisazione che domina ogni campo. Sembra che chiunque possa fare qualsiasi cosa, subito e senza preparazione. L’origine della deriva italiana è l’apologia del dilettantismo eretto a qualità. Puoi fare il ministro, o dirigere un coro, senza un’idea, o saper leggere la musica».
Nei giorni scorsi, a Locarno, De Marzi ha presentato un concerto del coro trentino della Sat, riferimento dell’armonia alpina. «Anche quello è nato — dice — perché la terra originaria ha bisogno di una narrazione popolare. La televisione commerciale l’ha demolita, convincendo i consumatori che la cultura sia rilassante. I conservatori sono vuoti ma i giovani intasano i talent- show, certi di essere star prima di conoscere la musica. La politica, uccisa dai social, subisce la stessa condanna. I cori non cantano, si esibiscono. I politici non servono, comandano. Il Paese non legge, scrive ». Per spiegare il suo rifiuto di cantare ancora, De Marzi torna a Rigoni Stern. «Nei boschi di Asiago — dice — si è fermato davanti ad un peccio carico di pigne. Disse che presto quell’albero rigoglioso sarebbe seccato. Andò così: quando si muore si butta fuori tutto quello che si ha dentro. Il fragore di fondo che assorda l’Italia è questa esibizione eccessiva di certezze: serve silenzio per riascoltare la sua musica».
Migliaia di persone in queste ore scrivono per chiedere a De Marzi e ai Crodaioli di ripensarci e di resistere. Sul sito del coro compare però solo la scritta «A malincuore comunichiamo di aver cessato l’attività». Inutili i tentativi delle case discografiche, a caccia di un ultimo concerto da registrare. «Il punto — dice De Marzi — è che non si canta se non si ama. In montagna, nei campi, nelle fabbriche e in guerra, si cantava grazie alla fraternità: serve una storia, comune o personale. Non mi risulta che le scuole chiariscano i fatti che hanno segnato il Novecento, o le tragedie di oggi. E’ il vuoto a generare il silenzio». Le sue ultime tre canzoni non sono state incise. «Nokinà» racconta le mamme ebree che ad Auschwitz, nude davanti alle camere a gas, non rinunciavano a cantare la ninna nanna ai propri bambini. «Rap di Mariostern» è un inno «contro i cannoni, i potenti che tradiscono l’ambiente e i poveri venduti sui gommoni». «I bambini del mare» onora i migranti sacrificati nel Mediterraneo, che «hanno gli occhi di conchiglia». «Questi temi — dice Bepi De Marzi — sono il nostro passato, il presente e il futuro. Vengono tutti negati, o giustificati». Per questo, senza aprire gli occhi, dopo 22 mila ore di concerti ai suoi Crodaioli ha detto: “Tosi, par rispeto dei nossi veci, se fermemo qua”».
di Giampaolo Visetti, da la Repubblica
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