Il caso Alberto Genovese, Lucivero per Agorà: ” tra riprovazione morale e reati penali nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne”

Consiglio contro violenza donne
Consiglio comunale di Vicenza contro violenza sulle donne
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Emergono dettagli raccapriccianti dalla vicenda dell’imprenditore milanese Alberto Genovese, il quale avrebbe stuprato e seviziato una ragazza di diciotto anni per circa 24 ore, in preda all’alcool e ad ogni tipologia di sostanze stupefacenti. I dettagli sono resi ancora più macabri dal fatto che le 19 telecamere restituiranno agli inquirenti e, si spera, per carità, non alla vittima, tutti i singoli istanti di quella terribile giornata in cui la povera ragazza ha avuto addirittura la sensazione di essere molto vicina alla morte.

Tuttavia, mentre la procura indaga, gli avvocati fanno il loro lavoro, i giornali scrivono e l’imputato dice di avere dei ricordi sbiaditi di quelle 24 ore, il popolo del web non si risparmia in commenti feroci e giudizi inopportuni, invertendo, come spesso accade, il rapporto tra vittima e colpevole.

Del resto, di vicende come queste, che hanno il sesso come sfondo, che si giocano sul filo sottile della libertà nei costumi sessuali di determinati ambienti e dello sfruttamento della prostituzione, anche minorile, ne abbiamo viste di diverse e, se non ricordiamo male, una fu anche platealmente sdoganata dalla maggioranza del nostro Parlamento, convinta che una bellissima minorenne maggiorata finita in una intrigante e intricata storia sessuale fosse la nipote... di Hosni Mubarak, ex presidente egiziano, notizia ovviamente infondata.

L’opinione pubblica davanti a questi macabri fatti di cronaca un po’ ci prova gusto a spettegolare, ma poi si spacca duramente e si colloca su posizioni abbastanza trasversali, che attraversano le ideologie politiche, le credenze religiose e anche i generi sessuali.

Se, da un lato, infatti c’è chi, come Chiara Ferragni, richiama anche i giornalisti a non minimizzare, a non distogliere l’attenzione dal reato gravissimo commesso da Genovese, edulcorando la narrazione cronachistica con giudizi assolutori in virtù della posizione, del genio, della potenza economica, dell’influenza che esercita l’imputato, dall’altro c’è chi, evitando di metterci la faccia, perché consapevole di poter essere impopolare, pensa pure che andare ad una festa con certi soggetti sia già una strada verso la perdizione. E se poi ci mettiamo anche l’alcool e la droga, è chiaro che poi da qualche tastiera verrà fuori un «se l’è cercata».

Ora, ciò che vorremmo fare in questo breve passaggio è provare a capire qual è il limite, se c’è, entro il quale un soggetto può permettersi di giudicare le azioni altrui e se, di conseguenza, ne è libero.

In tal caso, ciò che deve essere indagato in primo luogo ha a che fare con la direzione presa da una determinata società, cioè ciò che ha a che fare con i costumi, vale a dire i modi di agire consolidati, le pratiche regolari, le esperienze collettive, ciò che è comune a molte condotte individuali, secondo una definizione che ne dà un il sociologo Émile Durkheim.

A partire dai costumi consolidati di una società accade che, di solito, si dipanano da un lato i complessi morali non scritti, ma semplicemente interiorizzati perché oggetto di credenza o di appartenenza ad una determinata tradizione mediante la famiglia o la comunità religiosa, su cui altri soggetti, appartenenti ad altre analoghe strutture sono liberi di esprimere un giudizio di riprovazione, di condanna morale in base ai propri valori. Dall’altro, però, il costume si oggettivizza ad un certo punto nel diritto, la cui violazione, ritenuta certamente più grave, non comporta solo la riprovazione morale, ma anche l’applicazione di una sanzione da parte di un’autorità pubblica.

Il punto cruciale è che la linea di demarcazione nella valutazione di un costume, o di un malcostume, tra l’espressione di un giudizio morale e la necessità del ricorso al diritto per sanzionare e correggere, è sempre una linea di demarcazione che segna un labile confine culturale e, in seconda battuta, politico, nella misura in cui la politica tende a trasformare in giurisprudenza la parte culturale che si presenta di volta in volta come maggioranza.

Quanto sia centrale la questione del costume in questo discorso, il limite sottile che passa tra morale e diritto, è testimoniato dal fatto che nel 1959 l’istituzione di reparto femminile della polizia di Stato denominata “Squadra del buon costume”, o semplicemente “La buon costume”, era finalizzata alla difesa della pubblica morale, soprattutto in relazione al controllo e alla repressione della prostituzione, come effetto della Legge Merlin dell’anno precedente, che aveva chiuso definitivamente i bordelli.

Oggi viviamo in un contesto culturale e sociale caratterizzato dall’esistenza di un enorme pluralismo morale, amplificato da una miriade di agenzie e organizzazioni che lanciano messaggi, chiari o talvolta anche subliminali, contenenti indicazioni su stili di vita e valori cui attenersi nella propria condotta quotidiana.

Ma torniamo alla vicenda di Genovese, nella quale dovremmo distinguere e assolutamente tenere separate due questioni, purtroppo solo nella fattispecie contigue: da un lato vi è un reato penale di stupro, di violenza fisica, sul quale la magistratura indaga, giustamente, e sul quale la riprovazione morale è senz’altro collettiva, ma che poteva consumarsi, come accade spesso, anche tra le mura domestiche e non per questo riteniamo che chi si sposa questa violenza «se la vada a cercare».

Tuttavia, c’è anche un’altra questione che emerge, ma solo incidentalmente legata alla prima, cioè un costume molto diffuso, che ormai accettiamo come scontato, secondo il quale è normale che in certi ambienti, dove girano tanti soldi, ci si diverta consapevolmente in festini con fiumi di cocaina e al quale le nostre ragazze, attirate da una vita di successo magari nel mondo dello spettacolo, debbano accedere, affascinate dai magnati della nuova cultura del divertimento, pur senza che tutto ciò si traduca necessariamente in un reato. Purtroppo questa tendenza, che è ormai un costume consolidato per certi ambienti, non può non suscitare la riprovazione di altri soggetti, che vedono in tutto ciò, avendone il diritto, una deriva morale nella quale non vorrebbero che si trovassero le proprie figlie, affascinate da un malcostume assunto come scontato, che confonde la felicità con il mero divertimento, altrimenti continueremo a celebrare la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, che non è solo fisica, ma anche morale e psicologica, solo una volta all’anno, ma non gli altri 364.

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a cura di Michele Lucivero

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Michele Lucivero
Laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari e poi in Forme e Storia dei Saperi Filosofici presso l’Università degli Studi del Salento, dove ha conseguito anche il Dottorato di Ricerca in Etica e Antropologia. Storia e Fondazione. Ha conseguito anche il Diploma di Scienze Religiose presso l’Istituto “Italo Mancini” dell’Università degli Studi di Urbino. Abilitato all’insegnamento di Filosofia e Storia e specializzato nella Didattica per le Attività di Sostegno presso l’Università di Padova, attualmente è docente di ruolo nella scuola pubblica. Dirige con Michele Di Cintio la collana Pratiche Didattiche e Percorsi Interculturali presso la casa editrice Aracne di Roma, all’interno della quale ha pubblicato e curato diversi volumi di taglio didattico su argomenti storici, filosofici, antropologici e sociologici. Dopo aver trascorso gli ultimi dieci anni a respirare il profumo del muschio montano vicentino dal 2018 è tornato a bearsi dell’aroma della salsedine pugliese.