Giustizia civile, il magistrato Giovanni Schiavon per “Giustizia giusta”: apriamo il dibattito non sull’elenco dei problemi ma sulle soluzioni da attuare

Giustizia troppo lenta blocca anche l'economia
Giustizia troppo lenta blocca anche l'economia
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Ho, di recente, avuto occasione di esporre, proprio su questo giornale, qualche idea sul possibile percorso attuativo di una riforma della Giustizia Civile. Intendo, qui, ritornare sull’argomento spiegandone meglio i singoli punti, soprattutto, anche per tentare di avviare – su questo stesso giornale – un dibattito fra cittadini per un diffuso confronto, costruttivo e serio.

Giudice Giovanni Schiavon, ex presidente tribunali di Treviso e di Belluno, ex vice presidente di Veneto Banca "post Consoli"
Giudice Giovanni Schiavon, ex presidente tribunali di Treviso e di Belluno

Punto di partenza di ogni ragionamento deve, comunque, essere la constatazione che, senza un’adeguata giustizia civile (dimentichiamo, per il momento, quella penale, della quale si parlerà a parte e le cui problematiche sono alquanto diverse), non ha alcuna possibilità di vera ripartenza la stessa Economia del Paese.

Se si vogliono favorire gli investimenti e la crescita del PIL, occorre dare una adeguata tutela soprattutto alle imprese e, quindi, assicurare loro una giustizia tempestiva, non ondivaga nei contenuti e, dunque, con elevato grado di stabile certezza.

L’unico modo per ottenere questo risultato è, anzitutto, quello di puntare su una forte, specializzazione dei giudici, favorendo una loro specifica e profonda formazione professionale, e stabilizzarne, anche nel tempo, le funzioni. Il vigente sistema va in senso contrario e si fonda sulla loro temporaneità, in quasi tutte le materie salvo l’obbligo del magistrato di trasferirsi in altra sede giudiziaria (in base alla cosiddetta legge Mastella). Esso risponde all’esigenza, considerata più garantista, di evitare che la protratta permanenza di un magistrato in una stessa sede giudiziaria e con immutate funzioni, comporti l’insorgenza di trasversali e opachi rapporti nell’ambito dei circondari dei Tribunali. E, in questa medesima direzione, si è ritenuto di prevedere, negli Uffici giudiziari, un’organizzazione distributiva degli affari non più per decisione del magistrato dirigente, come stabiliva, in origine, il codice di procedura, ma in modo automatico, sulla base di criteri fissi e astrattamente  predeterminati, per evitare possibili favoritismi e, dunque, per ragioni di trasparenza.

Ma un tale sistema è, a mio parere, espressione di un eccesso di garantismo, che la Giustizia italiana non può assolutamente permettersi perché rischia di sfasciare, a lungo andare, il sistema. Pare, infatti, ovvio che, se è consapevole che, ogni dieci anni, è costretto a cambiare funzioni (magari dal civile al penale o viceversa) oppure, in alternativa, a trasferirsi in altra sede, il magistrato ha minori stimoli intellettuali per approfondire temi specifici ed è indotto a non impegnarsi particolarmente nello studio delle materie, che  richiede necessariamente continui aggiornamenti, nonché tempo e passione per approfondire letture e studi, frequentare convegni scientifici, dotarsi di buone biblioteche e riviste di tematica, impegnarsi a scrivere commenti o note a sentenze…).

Quel magistrato preferirà, invece, studiacchiare solo i principi di base e quel tanto che basta per  tirare a campare e svolgere onestamente un qualsiasi, ancorché nobile, lavoro intellettuale, ma senza particolare passione. E così tenderà ad essere sempre un superficiale, un pressappochista e non sarà mai al passo con l’avvocatura che, da tempo, si sta, invece, impegnando a diventare iperspecializzata, per dare ai propri assistiti il massimo servizio in un contesto normativo (anche internazionale) sempre più complesso. Sono finiti i tempi dei saccenti vecchi pretori che, nei mandamenti, distribuivano una giustizia sotto il pero e da  buon senso, come si diceva, e che finivano per dare  giudizi basati più sull’equità  che sul diritto.

Ma l’Italia non può regredire e deve assolutamente puntare sulla forte specializzazione dei giudici. D’altra parte occorre non dimenticare che la vera garanzia per i cittadini, in tema di giustizia, è solo che essa sia efficace e che funzioni bene e rapidamente. E’ certo vero che la protratta lunga permanenza dei magistrati nello svolgimento di immutate funzioni, nel medesimo ufficio, potrebbe comportare qualche inconveniente (come, se diceva prima, il possibile radicarsi di relazioni e di opachi legami nel territorio), ma è anche vero che questi eventuali aspetti patologici possono essere ovviati con un maggior controllo da parte del CSM e con altri accorgimenti di tipo disciplinare. Ma la formazione di magistrati superspecializzati e superesperti, in determinate materie, scelte in ragione delle loro inclinazioni e dei loro interessi intellettuali è, ormai da tempo, irrinunciabile. Questa è la vera garanzia per i cittadini!

Si consideri, poi, che un magistrato con questo tipo di formazione sarebbe capace di svolgere una massa di lavoro molto maggiore rispetto ad un generalista, che, per ogni contenzioso, sia costretto a perdere tempo per studiarsi anche i più elementari  principi di diritto nelle singole materie.

E, poi, soprattutto, una scelta riformista come questa avrebbe l’altro vantaggio di migliorare la cosiddetta certezza del diritto rendendo la giurisprudenza meno ondivaga nelle decisioni e, così, riducendo anche il numero delle impugnazioni.

L’altro aspetto tuttora problematico dell’organizzazione giudiziaria è costituito dagli organici dei magistrati i quali – a mio avviso – non sono carenti, come numero assoluto, ma sono distribuiti male e irrazionalmente. Già la forte specializzazione dei magistrati, con conseguente prevedibile e significativa riduzione delle impugnazioni (che attualmente gravano moltissimo sul sistema giudiziario nazionale), dovrebbe alleggerire la pressione complessiva dei carichi; i quali sono molto disomogenei, da funzione a funzione, da territorio a territorio e da località a località, anche nell’ambito di uno stesso circondario di tribunale.

Ecco, allora, che l’ulteriore obbiettivo di una possibile ed auspicabile riforma della giustizia civile dovrebbe essere quella di una revisione delle piante organiche degli uffici giudiziari, basata non più sul rigido rapporto tra numero di magistrati e cittadini, ma su quello tra magistrati e imprese. In sostanza, i giudici dovrebbero essere distribuiti non più in base a criteri fissi e parametrati a previsioni astratte e ormai, da tempo, obsolete e ben lontane dalla realtà, ma alle concrete ed effettive esigenze del territorio

Se, in una certa regione, si avverte la necessità di un impiego più consistente di magistrati addetti al settore civile (faccio l’esempio di Bassano del Grappa), credo sia consequenziale disporre il funzionamento del solo tribunale civile, concentrando, invece, in un ufficio vicino e più grande (ad esempio Vicenza) gli affari penali. Si eviterebbe così di sperperare risorse e di consentire che i magistrati addetti ad alcune funzioni siano, in un certo territorio, assoggettati a carichi più gravosi di quelli che, in altre zone del Paese, svolgono le stesse funzioni.

Spesso, in uno stesso ufficio giudiziario, capita che i giudici del settore civile siano maggiormente impegnati di quelli del settore penale, o viceversa. E, a causa dell’attuale eccessiva rigidità del cosiddetto sistema tabellare italiano, per obbligo imposto dal CSM, questa disarmonia, talora davvero significativa, non può neppure essere corretta. E, quindi, alcuni giudici sono costretti a faticare oltre il sopportabile, mentre altri, magari pur dello stesso ufficio, sono sottoposti ad una pressione ben minore. Con l’ulteriore conseguenza che i magistrati più gravati tenderanno sempre a ricercare funzioni meno impegnative (civili o penali, a seconda dei casi) od a svolgere, in uno stesso settore, mansioni ritenute meno difficili e problematiche, così creando una mobilità continua, che produce inevitabilmente frequenti cambi di ruoli ed una dilagante, generale inefficienza.

Questa è, in larga sintesi, la mia opinione: il mio convincimento è che si debba puntare su una iperspecializzazione dei magistrati e su una stabilità delle loro funzioni proprio per consentire che essi maturino una specifica professionalità, soltanto grazie alla quale il nostro Paese, come tutti gli altri, sarà in grado di offrire un adeguato servizio di giustizia in un mondo globalizzato.

Sono fermamente convinto che una necessaria, ora più che mai, riforma della giustizia (civile, ma anche penale) deve puntare non tanto sul processo, per renderlo più rapido in termini cronologici, come si è cercato di fare nel recente passato, ma sul sistema, cioè sulla sua organizzazione complessiva.

Colgo allora l’occasione per invitare colleghi magistrati, avvocati, operatori dell’economia e del lavoro e i lettori ad esprimere le loro riflessioni su questi temi, offrendo idee (anche critiche, purché espresse in modo rispettoso delle opinioni altrui e della pacatezza dei dialoghi). Non basta più limitarsi a dire che, senza una giustizia civile funzionante, l’economia stessa non ha possibilità di crescere. Sforziamoci, invece, di capire perché essa non funziona e cosa si dovrebbe fare per migliorarla.

Ringrazio il direttore di questo giornale per lo spazio che, nell’apposita nuova rubrica “Giustizia Giusta”, vorrà dare ai dibattiti tematici con i lettori, nella prospettiva di concorrere a rendere più consapevole e civile il nostro Paese e di migliorare, al tempo stesso, la libertà di stampa.

Giovanni Schiavon

Magistrato

già presidente dei tribunali di Belluno e Treviso


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Giovanni Schiavon
Nato a Treviso nel 1940 è stato magistrato dal 1967, svolgendo funzioni di giudice presso il Tribunale di Venezia , di consigliere presso la Corte di Appello di Venezia, di presidente di sezione del Tribunale di Treviso, di presidente del Tribunale di Belluno, di Capo dell’Ispettorato del Ministero della Giustizia, di Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, di presidente del Tribunale di Treviso. A partire dall’anno accademico 1989-1990, ha assunto l’incarico di docente presso la Cattedra di Diritto Fallimentare della Facoltà di Scienze Economiche e Bancarie dell’Università di Udine. E’ stato nominato componente della commissione ministeriale per l’elaborazione dei principi di riforma del diritto concorsuale e in seguito, membro della ristrettissima Commissione per la redazione della stessa legge di riforma. E’ stato componente della commissione Disciplinare della Federazione Ciclistica Italiana, componente della Commissione Nazionale Antidoping del CONI, presidente di una società professionistica ciclistica.