Franco Battiato ci ha lasciato lasciandoci nelle sue canzoni la bellezza di cui era capace

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La notizia arriva, improvvisa eppure temuta da tempo. Franco Battiato ci ha lasciato. Me lo comunica, per primo, un messaggio da Londra dove, evidentemente, la notizia è arrivata quasi in tempo reale.

Così mi metto a ricordare. Battiato … i primi lavori, molto sperimentali, di quel giovane siciliano un po’ strano. Avanguardia ed elettronica. Dischi che bisognava ascoltare parecchie volte prima di entrarci dentro, prima che quella musica e quella voce entrasse a far parte della nostra vita. Poi, quarant’anni fa la “svolta”. Un disco “facile” (le virgolette sono d’obbligo), ritornelli accattivanti, parole e versi che sembravano buttati là, costruiti per le rime e le cadenze di una musica tutt’altro che sperimentale (all’apparenza). Il disco “La voce del Padrone” scala le classifiche e Battatio diventa una “star”. Eppure lui non lo è. È un personaggio affabile e ruvido allo stesso tempo. Uno che le cose non le manda a dire. Lo fa, certo, a suo modo ma con precisione chirurgica. Ha una sua visione del mondo filosofica e mistica, indubbiamente diversa rispetto a quella di altri cantautori di successo. Direi controcorrente. Proprio quel disco, quelle “canzonette” che passano alla radio e che fanno ballare nascondono qualcosa di più complesso e grande. Una riflessione su tanti aspetti della nostra vita. Ecco, Battiato si rivela come uno che analizza più che descrivere la società. Lo fa con una critica al consumismo che ci assale che si appoggia a melodie che entrano nella testa e non ti lasciano più. E non è, forse, questa l’avanguardia, la sperimentazione più utile?

Il resto dei suoi lavori successivi spazia nei vari aspetti della cultura. Dipinge, scrive, realizza film, continua a comporre per sé e per altri. Come non ricordare le sue canzoni scritte per Milva (che ci ha lasciato recentemente), per Giuni Russo (grande cantante oggi dimenticata), Alice e tantissimi altri interpreti. E come dimenticare la sua collaborazione con poeti come Sgalambro e musicisti come Giusto Pio? Nel 1992 a ridosso della prima guerra del golfo organizza a Bagdad un concerto che passa alla storia. È uno schiaffo a tutti i signori della guerra. In un paese, l’Iraq, strangolato dalle sanzioni, lui porta una cultura di pace e, soprattutto, di rispetto per quel popolo. È un concerto criticato da molte parti cosiddette benpensanti, ma Battiato non ci tiene ad andare bene a tutti né ad essere simpatico a ognuno. È uno che ha l’abitudine di scegliere e non nascondersi. In questo è un vero partigiano. Diventa anche assessore regionale siciliano per breve tempo. Lascia l’incarico (che aveva accettato senza costi per le istituzioni) dopo alcune esternazioni “politicamente scorrette”. Aveva espresso con brutale chiarezza quello che pensava su chi usava le istituzioni e il parlamento in maniera decisamente squallida e “mercificatoria”. Compone canzoni che spaziano dai ricordi più intimi alla filosofia, dalla storia alla denuncia politica. Centinaia di composizioni che sono veri capolavori così da essere impossibile farne una classifica.

Battiato ha finito la sua vita terrena lasciandoci la bellezza di cui era capace. Una bellezza che non è solo apparenza, è soprattutto contenuto. Si può essere d’accordo o meno sul suo pensiero ma, senza dubbio, ci mancheranno fisicamente la sua onestà intellettuale, la sua eleganza da “uomo d’altri tempi”, la sua ironia a volte difficile da capire, la sua coerenza. Ma sappiamo che le possiamo ritrovare nelle sue canzoni che continueremo a canticchiare cercando, magari, il nostro “centro di gravità permanete”.


Se Mesopotamia (quasi un’autobiografia) è il brano che abbiamo scelto per la copertina quelle di seguito sono altre nostre personalissime scelte

Inneres Auge (con Sgalambro ed evidenti riferimenti a qualche ex presidente del consiglio)
https://www.youtube.com/watch?v=yLr4R7VM4BE

Stranizza d’amuri
https://www.youtube.com/watch?v=RbmFhHVjKZc

Le nostre anime (una delle ultime che ha inciso)
https://www.youtube.com/watch?v=NWV2QfFs1Gg

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Giorgio Langella è nato il 12 dicembre 1954 a Vicenza. Figlio e nipote di partigiani, ha vissuto l'infanzia tra Cosenza, Catanzaro e Trieste. Nel 1968 il padre Antonio, funzionario di banca, fu trasferito a Lima e lì trascorse l'adolescenza con la famiglia. Nell'ottobre del 1968 un colpo di stato instaurò un governo militare, rivoluzionario e progressista presieduto dal generale Juan Velasco Alvarado. La nazionalizzazione dei pozzi petroliferi (che erano sfruttati da aziende nordamericane), la legge di riforma agraria, la legge di riforma dell'industria, così come il devastante terremoto del maggio 1970, furono tappe fondamentali nella sua formazione umana, ideale e politica. Tornato in Italia, a Padova negli anni della contestazione si iscrisse alla sezione Portello del PCI seguendo una logica evoluzione delle proprie convinzioni ideali. È stato eletto nel consiglio provinciale di Vicenza nel 2002 con la lista del PdCI. È laureato in ingegneria elettronica e lavora nel settore informatico. Sposato e padre di due figlie oggi vive a Creazzo (Vicenza). Ha scritto per Vicenza Papers, la collana di VicenzaPiù, "Marlane Marzotto. Un silenzio soffocante" e ha curato "Quirino Traforti. Il partigiano dei lavoratori". Ha mantenuto i suoi ideali e la passione politica ed è ancora "ostinatamente e coerentemente un militante del PCI" di cui è segretario regionale del Veneto oltre che una cultore della musica e del bello.