Femminicidi ma anche no: diffidare delle convinzioni che sorgono dalle sole cattive esperienze

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La lotta del Capitale contro la famiglia e il difficile cammino dell’emancipazione femminile

Non se ne può più, ormai incombe, lo temo… Non c’è telecomando, manopola di radio, carta di giornale, sito d’informazioni e social che non dia l’avvio all’argomento. Centosei dall’inizio dell’anno, o forse anche 32, e se ne fanno fuori un’altra, giuro, che il suo assassino lo faccio fuori io. La parola femminicidio ha bombardato gli zibidei come nessun’altra. Chi, dei maschi, ad ogni annuncio di omicidio di femmina non si sente in fondo colpevole? Ma che dico omicidio: solo all’annuncio di una violenza, piccola, di una molestia che si confonde con l’avance. 


Noi maschi, per difendere il nostro deretano, non avremmo saputo fare altrettanto. In fin dei conti solo per capire che qualcuno ci stava facendo violenza e pretendere giustizia ed equità, ci abbiamo messo migliaia d’anni, e d’altro canto, pochi decenni per dimenticarlo.

Quando un uomo in disaccordo con una donna per questioni di genere non verrà più etichettato come fascista, razzista e misogino, e, perché no?, omofobo, solo allora il processo d’emancipazione femminile potrà dirsi a buon punto. L’età antica – e intanto quella dei popoli mediterranei – non ha visto la donna protagonista nella politica e nel lavoro; ma in casa (nelle case ricche) la donna romana e greca, erano signore. Aristofane, Plauto e gli altri ci hanno lasciato valide testimonianze di questa potestà. E sorge spontanea la domanda: anche gli antichi ogni tanto facevano fuori le compagne? Di stupri è piena la mitologia, la storia, le narrazioni aediche e degli avuncoli. Ma per quanto se ne sa, gli omicidi documentati di donne si limitarono a Medea, alle giustizie sommarie di donne perfide e immorali. Eppure, ormai abbiamo imparato che la storia la fanno i maschi, sicché non possiamo nemmeno dire che quanto sappiamo sia esatto: i dubbi sull’intera potestà del “pater familias” ci rimangono.

Oggi però i dati si possono confrontare. E sappiamo dai dati – dalla cui manipolazione si vorrebbe far discendere un’aggressione al femminino e all’emancipazione della donna in generale – che non pochi di questi omicidi di donne sono causate da stranieri, che esse sono spesso parte di una strage più generale, che il 79% delle vittime di omicidio è maschio. Poi, sappiamo che il 93% dei morti sul lavoro, il 79% delle vittime di suicidio, il 99.99% dei morti in servizio militare, il 50% delle vittime di violenza domestica, il 50% delle vittime di stupro, l’87% delle vittime della tratta di esseri umani sfruttate per lavori forzati e il 66% di quelle per lo sfruttamento criminale, sono uomini; i senzatetto sono, in più dell’80% dei casi, di sesso maschile e, troppo spesso, padri separati. E poi sappiamo che l’autore degli infanticidi è frequentemente la madre, che a proporre la separazione coniugale per l’82% delle volte è la donna, che quattro volte su cinque le accuse di violenza durante le separazioni sono false, che a parità di reato viene condannato 9 volte su dieci solo il maschio, etc… L’elenco è troppo lungo.

Ma queste cifre sono il prodotto della lobby dei padri separati, dicono molte. E di certo sarà la lobby dei sottoscala, delle coperte in macchina, delle code alla Caritas, dei pianti dei padri e dei figli tenuti lontano dal bieco profitto e dal crudo rancore, entrambi pronti a diventare, prima di estinguersi, merce a poco prezzo sul mercato del lavoro. E allora Lei come si permette signora Lovato, a chiamare in causa l’autorità (l’editore) per soffocare una voce diversa dalla sua? Nessuno sta sottostimando l’esperienza che ha prodotto in Lei le sue convinzioni, che al pari delle mie hanno diritto di essere manifestate. E se io scrivo che il femminicidio è un falso problema, voglio essere confutato nelle mie affermazioni, non essere impedito di manifestarle. Mi potrò sbagliare! Eppure scommetterei che in questo momento il suo impulso è quello di alludere a qualche speciale aspetto del mio carattere, vero? Un uomo difficilmente lo farebbe, ce lo riconosca. E poi la invito a diffidare delle convinzioni che sorgono dalle sole cattive esperienze, e con Lei, invito me stesso.

La lotta per il territorio tra maschi, lotta politica e sociale, con il conseguente corteggiamento della femmina trasferito in politica, ha dato il definitivo colpo di grazia alla famiglia tradizionale, creando un tipo di donna sempre più irresponsabile della sopravvivenza del vincolo, e verso cui confluiscono tutte le garanzie e le generose indulgenze dei maschi. La donna che oggi emerge brama di essere vincente. E’ in tutto e per tutto la donna del dominante, sua complice e alleata, dunque dominante essa stessa. Perciò non si sente di sopportare un’unione che la può condannare alla marginalità sociale, a restare un soggetto economico senz’affermazione. Il nuovo diritto di famiglia e la pratica giuridica distruggono di fatto la sua vocazione di consorte, autorizzando qualsiasi pretesa all’interno di un nucleo tradizionale ormai a esclusiva responsabilità maschile.

La frequenza con cui continua a chiedere di legarsi in matrimonio e con cui formula istanza di separazione, svelano senz’alcun dubbio che il coniugio serve alla donna a sfruttare la rovina del proprio uomo quando non può più profittare del suo successo. La distruzione del vincolo familiare come premessa della gratuità e nuovo terreno della mercificazione, ha nell’egoismo femminile il più valido socio del potere: la donna esegue con più frequenza il dettato consumistico e le mitologie del capitale a danno del progetto famiglia. Il drastico calo dei matrimoni e la bassa natalità sono ascrivibili alla distruzione di questo progetto. Non c’è aspetto della vita politica, sociale ed economica che, nel prevedere l’inserimento di soggetti femminili, sia esente dalle argomentazioni di genere sollevate da costoro, da cui poi scaturiscono le pretese salariali senza adeguate conoscenze, le quote rosa, gli orari obbligati, i permessi retribuiti, l’esenzioni da mansioni e mestieri, ogni altra immaginabile agevolazione per le donne in quanto donne, un percorso privilegiato verso le funzioni e i lavori più ambiti.

Ma questo non basta. Ci vuole anche l’accusa costante di un danno, che da disavventura privata diventi emergenza pubblica, e possa fruttare al genere femminile un vantaggio perenne. E allora arriva in soccorso lo Stato dei dominanti, che in ogni sua espressione sostiene la guerra dei sessi per garantire l’oppressione di una classe sempre più larga e sempre più povera. Lo dimostra ad esempio la spudorata disparità tra i giudizi di violenza e di mobbing, dove negli uni si giudica secondo la valutazione soggettiva della parte querelante, e negli altri si pretendono persino le prove del legame tra intenzione persecutoria e danno biologico. Le classifiche mondiali mettono il nostro paese tra gli ultimi posti negli indici di violenza sessuale e omicidi di donne, ma la polvere che si alza attorno al problema è cento volte maggiore dei morti per mafia o della corruzione politica. E, e successive…

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