Covid, Veneto da modello ad “anomalia”: Puppato, Buzzetti, Crisanti su zona gialla e test rapidi

Convegno sanità veneta Covid seconda ondata
Convegno sanità veneta Covid seconda ondata
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La gestione della seonda ondata Covid ha visto il Veneto passare da modello ad anomalia. Questo è quanto hanno sostenuto i relatori della video conferenza di mercoledì 10 marzo sul'”anomalia veneta” della seconda ondata Coivid-19″, organizzata dall’ex senatrice del PD Laura Puppato, dal Covesap, il Coordinamento Veneto per la Sanità Pubblica, Salvatore Lihard, Maurizio Manno; tra gli ospiti la consigliera regionale M5S Erika Baldin e il professor Andrea Crisanti.

Laura Puppato spiega anche di aver inviato alle procure della Repubblica del Veneto un “pesante fascicolo composto da un centinaio di atti allegati, contenente un esposto di 6 pagine sull’accaduto. Due mesi tondi tondi di incapacità o mancanza di volontà di ascolto di accorati appelli interni agli ospedali e di focus su focolai sottaciuti o non valutati, hanno portato a numeri talmente alti da costringere Zaia tardivamente, solo il 19 dicembre, dopo aver sempre smentito l’allarme, a scegliere la via di una parzialissima restrizione generale. L’esposto non ha valenza politica – spiega Puppato -, da tre anni non faccio più politica, ma mi sono occupata da sindaco del mio territorio e mi sono arrivate moltissime richieste di persone che hanno vissuto esperienze nella pandemia. È stato un lavoro limpido, l’obiettivo era portare all’attenzione delle procure i fatti, non vogliamo creare scandalo, ma evitare che si commettano errori”.

“L’8 ottobre 2020 Zaia ha tranquillizzato tutti – spiega ancora Puppato – dopo la pronta reazione rispetto al focolaio di Vo’, annunciando un elevato numero di terapie intensive, fino a 1016 posti, con la riapertura del Covid hospital di Jesolo. Da qui è iniziata una strage – sostiene Puppato – . Ai primi di novembre tra i 21 indicatori c’è il numero di terapie intensive, ma il presidente della Regione ha scelto come numero di riferimento del 30% il 1016, ma in realtà erano 680. Il 12 novembre avremmo superato i 211 malati in terapia intensiva, ma siamo rimasti aperti fino al 19 dicembre. A dicembre avevamo un quarto di tutti i decessi italiani, dati dell’Università di Padova”.

Laura Puppato

“Il sindaco di Asolo Mauro Migliorini mi informava che il dato di accesso con tampone positivo era di 1 su 4 – racconta ancora Puppato -. Si è esposto anche il sindaco attuale di Montebelluna sul problema delle bare per i troppi decessi. Abbiamo ricevuto due documenti dall’interno dell’ospedale San Valentino di Montebelluna. In data 10 novembre i medici di pneumologia dicono: ‘i nostri pazienti possono essere considerati a metà strada tra degenza ordinaria e terapia intensiva; durante il turno notturno il medico di guardia deve gestire 147 pazienti, non è possibile garantire adeguata assistenza a tutti’. Nella stessa identica data i medici di medicina generale parlano di ‘rischio clinico’; per ogni 4 pazienti dovremmo avere un infermiere ma abbiamo 2 infermieri in tutto’. Il 10 dicembre il ministero annuncia un’ispezione, avvenuta il 17. In quella settimana abbiamo una riduzione del 20% delle terapie intensive. A Treviso aumentano del 25%, a Vittorio Veneto dell’oltre 200%. L’ispezione tra l’altro consigliava di potenziare, di fatto, la medicina territoriale. C’è bisogno di una sanità meglio controllata e garantita per i cittadini”.

“Covesap si è costituito ben prima della pandemia e nella prima ondata ha semplicemente osservato la situazione – spiega Manno -. A metà novembre, quando nelle altre regioni la curva si abbassava, in Veneto c’è stata un’impennata di nuovi contagi, nuovi ricoveri e decessi, sia in termini assoluti che relativi – prosegue Manno -. Noi riteniamo che si sarebbe potuto evitare se le misure fossero state più rigorose. All’ossessione per la zona gialla si è aggiunto un uso eccessivo dei tamponi rapidi, che hanno un numero elevato di falsi negativi e quindi andrebbero usati in un contesto di basso rischio, e non di alto rischio”.

L’epidemiologo Roberto Buzzetti, pediatra ospedaliero e di famiglia, ha diretto l’ufficio epidemiologico di Bergamo e ha parlato dei numeri della seconda ondata in Veneto.

“La situazione ha iniziato ad andare fuori controllo il 1 dicembre, avendo un picco il 15” prosegue Buzzetti, che ha anche elaborato un prospetto sulle vaccinazioni, basandosi su 100 mila dosi somministrate a settimana, con i confronti tra l’andamento dei contagi nel prossimo anno con vaccino e quello senza vaccino, la differenza tra una e due dosi, che non è incisiva, con un Rt a 1 o a 1,5. “Se si abbandonassero le misure restrittive – spiega Buzzetti – l’andamento dei contagi salirebbe. Se invece riuscissimo a vaccinare 500 mila veneti a settimana nel giro di 8 settimane la situazione chiaramente migliorerebbe tantissimo. Con pazienti con problemi clinici non andrebbe fatto il test rapido. I dati sul Covid non vanno dati giorno per giorno e non vanno dati i casi senza denominatore, vanno dati ogni 100 mila abitanti per esempio”.

Prof Crisanti
Prof Crisanti, virologo dell’Università di Padova

Il prof Andrea Crisanti ha invece parlato dell’impatto della variante inglese sull’andamento dei contagi in Veneto. “Il virus che noi avevamo a marzo 2020 è diverso da agosto ed è ancora diverso da quello di oggi. Cambia il codice genetico”.

“La variante inglese si diffonde molto di più di quella di Wuhan e infetta con maggior facilità le classi di età più giovani – ha spiegato Crisanti -.  La Regione Veneto ha introdotto gli antigenici rapidi e noi abbiamo fatto uno studio al riguardo. Esiste un gruppo di pazienti che non viene visto dall’antigenico, ma ha una carica virale bassa; ma preoccupa il gruppo che non viene visto ma ha carica virale. Il test antigenico ha sensibilità del 68% circa ma viene venduto con una sensibilità del 94%. Aumentando la carica virale più aumenta la sensibilità. Se esiste una frazione di pazienti con alta carica virale ma che non vengono visti, abbiamo ipotizzato ci fosse una variante del virus che si rende invisibile al test. Avevamo fatto presente a ottobre che il test utilizzato dal Veneto aveva una sensibilità inferiore a quanto detto dal produttore e che ipotizzavamo la presenza di varianti non riconosciute dal test, circa il 20% di tutte le varianti non venivano riconosciute”.

“Il Veneto nella seconda ondata ha avuto 8 mila morti, un tasso di decessi spaventoso soprattutto nelle Rsa. Non si dovevano usare i test rapidi. Al Sud alcune Regioni lo hanno fatto ma gli anziani erano a casa, non nelle Rsa, che sono molte meno. Le infezioni nelle Rsa le hanno portate gli operatori e i visitatori controllati con test rapidi. Il Veneto era primo per capacità di fare tamponi molecolari. Il valore negativo predittivo-positivo dipende dalla prevalenza, sono stati fatti errori concettuali gravissimi, sono stati presi pazienti che venivano dal pronto soccorso, che avevano un’alta probabilità di essere contagiati. Se l’antigenico era negativo andava rifatto col molecolare, e non il contrario. A mio avviso gli antigenici, anche di terza generazione, andrebbero buttati. Possono funzionare in una scuola, in una caserma”.

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Tommaso De Beni
Giornalista pubblicista dal 2020 nato nel Basso Vicentino nel 1987, laureato in Teoria e critica letteraria. Ex presidente dell'associazione culturale e redattore della rivista "ConAltriMezzi". Ho pubblicato racconti nelle raccolte "Write not die" ed "Escape" e poesie in siti vari e "Pagine". Ospite della trasmissione televisiva "MattinaInFamiglia" nel 2013. Ex collaboratore di PopcornTv, Notizie.it, BlastingNews e Vvox