L’era “nuova” Biden nel suo discorso con passi dell’Ecclesiaste, Michele Lucivero per Agorà: resilienza, decenza e saggezza… finalmente

Il discorso di Joe Biden per l'ufficlializzazione della sua elezione
Il discorso di Joe Biden per l'ufficlializzazione della sua elezione
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Non ci si aspettava altro da Joe Biden, una volta che fosse terminata l’estenuante e contrastata conta dei voti, che un discorso che cercasse di ricucire il tessuto culturale e sociale degli Stati Uniti d’America e, in effetti, al primo messaggio pubblico da Presidente Biden non ha deluso.

A fronte di un rabbioso Trump grondante schiuma, che continua a tuonare sui brogli elettorali, senza avere tra le mani uno straccio di prova, Biden ha fatto il suo primo discorso, adottando un linguaggio conciliante e rasserenante nel solco della tradizione democratica americana.

Il neo presidente, ricordi a parte, ha toccato, in particolare, quelli che sono i punti salienti dell’immaginario americano, sia di tendenze democratiche sia repubblicane, vale a dire l’unità, che è al fondo del credo civile americano, il tentativo di ingraziarsi il supporto di quella che è la «spina dorsale» della nazione, cioè la classe media, un appello al suo avversario a superare le divergenze per lavorare insieme alla costruzione del futuro del paese, accrescendo anche il credito a livello internazionale, e, infine, un richiamo alla Bibbia, che per gli americani, un popolo profondamente religioso, è sacrosanto e strategico.

È davvero significativo e degno di apprezzamento che nell’ultima parte del suo primo messaggio da Presidente Biden, tra tutti i passi della Bibbia che avrebbe potuto scegliere, abbia deciso di far riferimento ad un paio di versetti del Qoelet o Ecclesiaste, uno dei più belli e avvincenti delle Sacre Scritture. Gli americani medi, a differenza degli europei medi, hanno una buona conoscenza delle Scritture e il fatto che Biden abbia pensato al Qoelet come messaggio d’apertura non è affatto casuale, infatti l’autore di Qoelet si presenta come il re Salomone, figlio di Davide, un personaggio che trasuda saggezza ed equilibrio, sebbene un illuminista come Voltaire nel Dizionario filosofico[1]

abbia messo in discussione l’attribuzione salomonica del libro, evidenziato il profondo materialismo che pervade l’opera, che pare, più che altro, l’esternazione disillusa, amara e disgustata di un epicureo.

E, in effetti, in secondo luogo, il 46° Presidente degli Stati Uniti d’America non ha scelto il nucleo principale del Qoelet, quello che esprime un fervido scetticismo e che culmina nella famigerata affermazione «vanitas vanitatum» (vanità delle vanità), secondo la quale ogni occupazione umana è inutile e vana, destinati, come in effetti siamo, a svanire senza lasciare traccia del nostro passaggio, ma fa piuttosto riferimento, in maniera molto avveduta, ad un passo molto più edificante, non a caso quello in cui il tempo cerca di guarire le ferite e costruire qualcosa di nuovo:

Per tutto c’è il suo momento, un tempo per ogni cosa sotto il cielo:
c’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare,
un tempo per uccidere e un tempo per curare,
un tempo per demolire e un tempo per costruire (Qo, 3,1-3).

Infine, non deve nemmeno sfuggire a noi europei secolarizzati, e per questo mediamente ignoranti di questioni religiose, che, al di là dell’esegesi specifica del testo biblico, l’etimologia del termine ebraico Qoelet, che poi viene tradotto nel greco Ecclesiaste (da Ecclesia), rimanda al participio presente femminile del verso “adunare”, “partecipare ad una assemblea”, cioè significa propriamente “colei che partecipa ad una assemblea per ascoltare e per parlare”.

E, quindi, cosa c’è di meglio che concludere il suo discorso con un riferimento al testo salomonico che, dall’alto della sua saggezza, prelude profeticamente ad una voce femminile in grado di partecipare e prendere parola all’assemblea dei pari e poi lasciare la parola a Kamala Harris, la prima vicepresidente donna degli Stati Uniti d’America di madre indo-americana e padre giamaicano?

Kamala Harris, vicepresidente USA
Kamala Harris, vicepresidente USA

In relazione alla monarchia britannica si usa dire che «il re regna, ma non governa» ed è convinzione personale che il motto valga non solo nelle monarchie, come nella teocrazia del Vaticano, per la quale invito sempre a guardare, al di là della figura mediatica e carismatica del Pontefice di turno, chi c’è dietro la carica del Prefetto della congregazione per la dottrina della fede, vero nocciolo dell’orientamento della Chiesa, ma valga, mutatis mutandis, anche nelle moderne democrazie, laddove dietro i leader popolari, macchine elettorali “catturavoti”, vi sono le menti più sopraffini, in grado di imprimere una direzione al governo del proprio paese.

Ebbene, dunque, se il discorso di Biden è stato quello di un re che invita alla conciliazione, a guarire le ferite dell’America e tende una mano allo sconfitto Trump per ricostruire il paese, quello di Kamala Harris si presenta come una vera e propria piattaforma programmatica per il futuro non solo dell’America, ma dell’intero pianeta.

Tra i primi riferimenti del discorso della Harris vi è la gratitudine per i funzionari elettorali, perché sono stati loro ad assicurare all’America «l’integrità della democrazia», quella screditata da Trump, del resto da un soggetto antidemocratico non ci si poteva mica aspettare che accettasse la sconfitta per mezzo di elezioni democratiche! In secondo luogo, la vicepresidente, riconoscendo la frattura e il dolore, non negandoli come ha fatto Trump, causati dalle vicende degli ultimi mesi, anche senza nominarne la causa per una decenza tipica del linguaggio politically correct democratico americano, elogia il coraggio, la resilienza e la generosità dello spirito dei suoi sostenitori, i quali hanno marciato, e qui viene il nocciolo del discorso, per l’uguaglianza e la giustizia non solo individuale, ma di tutto il pianeta, optando anche per la speranza, l’unità, la scienza e, nientedimeno, che la verità attraverso l’elezione di Joe Biden.

Ora, probabilmente si tratterà della solita retorica dei capi di Stato e di chi governa al posto dei regnanti, ma siamo anche del parere che il potere della comunicazione, in America come altrove, oggi sia fondamentale e, talvolta, lanciare dei messaggi con valori positivi, come parlare pubblicamente di resilienza, coraggio, uguaglianza, giustizia, generosità, speranza, piuttosto che sproloquiare ad ogni piè sospinto, induca la popolazione al cambiamento, convinti dell’efficacia delle parole e del teorema della profezia che si autoavvera, o effetto Pigmalione, per cui se anche all’alunno caprone gli dici che è bravo, quello alla fine darà risultati migliori, che non è male come risultato!

[1] Cfr. Voltaire, Tutti i romanzi e i racconti e Dizionario filosofico, Newton Compton, Roma 1995, pp. 687-688.


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a cura di Michele Lucivero

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Michele Lucivero
Laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari e poi in Forme e Storia dei Saperi Filosofici presso l’Università degli Studi del Salento, dove ha conseguito anche il Dottorato di Ricerca in Etica e Antropologia. Storia e Fondazione. Ha conseguito anche il Diploma di Scienze Religiose presso l’Istituto “Italo Mancini” dell’Università degli Studi di Urbino. Abilitato all’insegnamento di Filosofia e Storia e specializzato nella Didattica per le Attività di Sostegno presso l’Università di Padova, attualmente è docente di ruolo nella scuola pubblica. Dirige con Michele Di Cintio la collana Pratiche Didattiche e Percorsi Interculturali presso la casa editrice Aracne di Roma, all’interno della quale ha pubblicato e curato diversi volumi di taglio didattico su argomenti storici, filosofici, antropologici e sociologici. Dopo aver trascorso gli ultimi dieci anni a respirare il profumo del muschio montano vicentino dal 2018 è tornato a bearsi dell’aroma della salsedine pugliese.