Diritto alla vita dell’embrione anche per genitori separati, Agorà. La Filosofia in piazza: la giurisprudenza etica al servizio dello sviluppo umano

Diritto alla vita dell'embrione
Diritto alla vita dell'embrione
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Se esiste un embrione e c’è qualcuno che vuole che nasca e questo qualcuno è anche pronto a prendersene cura, allora è giusto che venga alla luce e la giustizia deve rimuovere tutti gli ostacoli, foss’anche l’opposizione del suo padre biologico, affinché quell’embrione diventi una persona: la vita prima di tutto, almeno così sentenzia la giustizia italiana!

È davvero curiosa la storia accaduta ad una donna di Santa Maria Capua Vetere di 43 anni, che, con l’aiuto del Tribunale, qualche giorno fa è riuscita a vincere una battaglia non solo personale, ma in favore di tutte le donne che desiderano diventare mamme, anche da single.

Sembra una di quelle vicende surreali e verosimili portate da qualche attore improvvisato davanti al giudice di Forum in televisione, in cui anche il pubblico può permettersi di dire la sua, di votare e di indignarsi, ma questa, in tutta la sua stranezza è una storia vera e, talvolta, come ci ricordava sempre Pirandello, la realtà supera la fantasia.

C’è una coppia che decide di comune accordo di accedere ad un ciclo di procreazione omologa assistita di secondo livello in vitro, detta anche Fivet, vale a dire che le due persone, che si amano e vogliono avere dei figli, chiedono alla scienza medica una mano per dare più spinta ad una genia di spermatozoi particolarmente pigri o per permettere agli stessi spermini di attecchire meglio su un ovaio decisamente recalcitrante. Così i medici si cimentano in un’operazione poco romantica e sensuale, ma che di fatto funziona, generando un embrione che viene crioconservato fino a quando non viene poi inserito nell’utero della donna e procede con la gestazione.

Si tratta, in realtà, di tecniche di fecondazione medicalmente assistita all’ordine del giorno, almeno a partire dal 2004 con la Legge 40, modificata da una sentenza nel 2009 che vi ha aggiunto la possibilità della crioconservazione. A rigor di logica tali tecniche non dovrebbero comportare alcun dilemma etico, giacché tutti ricorriamo tranquillamente alla scienza e alla tecnologia attraverso farmaci, vaccini, interventi chirurgici per darci una mano a continuare a vivere, a vivere meglio e a guarire da una vita, talvolta, diventata non dignitosa.

La questione è che ad un certo punto interviene una malattia nella donna, che le impedisce di procedere con l’impianto dell’embrione nel suo utero, e poi dopo, purtroppo, vi è anche la separazione dei due coniugi, ma l’embrione è sempre lì congelato in attesa che qualcuno si ricordi di lui. La donna nel frattempo guarisce, certo è rimasta single, ma è decisa a volere che quel figlio o quella figlia venga alla luce e ciò è materialmente possibile attraverso il suo utero. Il titolare degli spermatozoi ormai ha un’altra vita con un’altra donna e non ha intenzione di mettere alla luce un figlio con la precedente compagna, per cui quell’embrione non sa proprio dove metterselo e secondo lui si può anche cestinare.

E così la donna si rivolge alla giustizia per mezzo di certi avvocati spregiudicati, nel senso letterale del termine, cioè che non si lasciano condizionare dai pregiudizi, consapevoli che l’assenza di precedenti in tale campo comporterebbe una rivoluzione morale non di poco conto. Non a caso stiamo parlando di avvocati come Gianni Baldini dell’Associazione Luca Coscioni, che di battaglie contro i pregiudizi ne hanno fatte parecchie, e la cosa più sensazionale è che alla fine capita che il giudice gli dia anche ragione, sostenendo, con parole di una pregnanza degna di un trattato mastodontico di filosofia morale, che «Tra il non nascere e il nascere in una famiglia di genitori separati, deve ritenersi prevalente la seconda opzione».

Si tratta indubbiamente di una sentenza che apre scenari per il momento inediti, anche perché, come afferma la donna stessa, è in ballo il diritto delle mamme di dare la vita ad un figlio o una figlia che attendono di venire alla luce, magari solo perché i padri si sono tirati indietro rispetto alle responsabilità che un tempo avevano accordato alle proprie compagne.

È altrettanto chiaro, tuttavia, che si tratta di una sentenza di parte, laddove essere di parte vuol dire schierarsi, prendere posizione, palesare i propri valori e far sì che dal basso attraverso un martellante lavoro culturale o dall’alto, come in questo caso attraverso la giustizia, si possano garantire i diritti ad una fetta sempre maggiore di persone. E, infatti, questa è una di quelle decisioni giuridiche che intervengono a modificare importati scenari culturali nell’ambito dei rapporti famigliari e coniugali, dai quali poi difficilmente si torna indietro.

Non a caso già il 26 febbraio dalle pagine dell’«Avvenire» Marcello Palmieri, mostrandosi molto critico sulla questione, affermava apoditticamente: «Una cosa è certa: qualora gli armonici principi della legge 40 non fossero stati ora tirati a fisarmonica, ora squarciati, dalle diverse sentenze che ne hanno modificato la portata, problemi come quello di oggi mai si sarebbero posti».

Ecco, da parte nostra, in tono meno apodittico e più problematico, vorremmo richiamare un passo di don Tonino Bello, uomo di chiesa, anche lui di parte, in cui egli distingue tra sviluppo, inteso come ciò che permette ad un’idea di aprirsi e di portare a compimento l’uomo, senza lasciarlo un «abbozzo incompleto», e progresso, inteso, invece, come mera tecnologia al servizio del potere e dell’oppressione dell’umanità[1]. Sulla scorta delle parole di don Tonino, allora, anche per noi una cosa è certa: se il progresso è al servizio dello sviluppo dell’umano, della vita che vuole venire alla luce, allora chi siamo noi per opporci?

[1] A. Bello, Scritti di Pace, Luce e vita, Molfetta 1997.


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a cura di Michele Lucivero

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Michele Lucivero
Laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari e poi in Forme e Storia dei Saperi Filosofici presso l’Università degli Studi del Salento, dove ha conseguito anche il Dottorato di Ricerca in Etica e Antropologia. Storia e Fondazione. Ha conseguito anche il Diploma di Scienze Religiose presso l’Istituto “Italo Mancini” dell’Università degli Studi di Urbino. Abilitato all’insegnamento di Filosofia e Storia e specializzato nella Didattica per le Attività di Sostegno presso l’Università di Padova, attualmente è docente di ruolo nella scuola pubblica. Dirige con Michele Di Cintio la collana Pratiche Didattiche e Percorsi Interculturali presso la casa editrice Aracne di Roma, all’interno della quale ha pubblicato e curato diversi volumi di taglio didattico su argomenti storici, filosofici, antropologici e sociologici. Dopo aver trascorso gli ultimi dieci anni a respirare il profumo del muschio montano vicentino dal 2018 è tornato a bearsi dell’aroma della salsedine pugliese.