Di cosa si può parlare a scuola? Agorà. La Filosofia in piazza: sull’iniziativa degli studenti e delle studentesse di affrontare i diritti LGBT

Jim Dine, Rainbow Scissors, 1969
Jim Dine, Rainbow Scissors, 1969
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Sulla vicenda che nell’ultima settimana ha coinvolto il Liceo Corradini di Thiene (VI), e che lo ha fatto salire agli onori della cronaca, sono stato invitato a condividere alcune riflessioni, tanto più che al Corradini insegno e insegno con grande soddisfazione (e anche, sarebbe proprio il caso di dire, con “orgoglio”, se l’espressione non corresse il rischio di venire fraintesa o il rischio di apparire una battuta).

Di cosa si può parlare a scuola? Ci sono argomenti che è inopportuno affrontare?

La libertà di espressione, in uno Stato liberal-democratico, è un diritto inviolabile, ma tale libertà non è in realtà, e giustamente, assoluta, perché ha dei limiti: non può infatti diventare libertà di discriminare, di incitare alla violenza sugli altri, di togliere la libertà agli altri.

La scuola, dopo la famiglia, è la principale agenzia educativa ed è opportuno che i ragazzi e le ragazze trovino nella scuola occasioni per discutere di ciò di cui magari a casa, per i più diversi motivi, non possono parlare. È giusto che a scuola ci sia uno spazio protetto per informarsi, conoscere e conoscersi. La scuola è uno spazio protetto, sicuro, garantito dai docenti, al riparo da certe pressioni sociali. Soprattutto se di certi argomenti sono gli studenti e le studentesse che vogliono parlare.

Infatti, al Corradini sono stati questi ultimi, attraverso i loro rappresentanti, a promuovere l’iniziativa della costituzione di un gruppo LGBT (Lesbic, Gay, Bisexual, Transexual) e l’iniziativa di una serie di incontri sulle tematiche inerenti al mondo LGBT (la cultura, i diritti, le rappresentazioni), sentendone l’esigenza.

Ma perché al Corradini si è formato un gruppo LGBT e non, per esempio, un gruppo eterosessuale? E perché la scuola lo ha autorizzato?

Perché – mi tocca precisare l’ovvio – attualmente, nella nostra società, le persone eterosessuali non hanno problemi in quanto eterosessuali. Invece, anche se molti passi in avanti sono stati fatti, le persone di orientamento sessuale “diverso” da quello eterosessuale, e le persone la cui identità di genere non è riducibile a una delle due opzioni della alternativa binaria, sono ancora discriminate in quanto tali, oppure sono rappresentate in modo distorto oppure, in certi casi, non sono accettate in famiglia.

La scuola avrebbe, credo, autorizzato una iniziativa analoga se gli studenti e le studentesse avessero chiesto la costituzione, per esempio, di un “gruppo donne”. Gli studenti del Corradini hanno semplicemente chiesto alla scuola uno spazio di discussione e di confronto e la Dirigente, dimostrando grande sensibilità, lo ha concesso. Ci si lamenta spesso che la scuola è “fuori dal mondo”, “non al passo con i tempi”, “lontana dai giovani”: e poi c’è chi vuole che la scuola non si occupi di certe cose, di cui i ragazzi e le ragazze sentono l’esigenza di parlare.

Il gruppo LGBT non può, a scuola, diventare un gruppo di propaganda e un gruppo che fa pressione su chi è eterosessuale. Per questo è necessaria, e prevista dalla circolare con cui la Dirigente ha comunicato e autorizzato l’iniziativa, la presenza di almeno un insegnante durante gli incontri: la scuola offre lo spazio, ma la scuola legittimamente deve assicurarsi che esso venga usato correttamente, che di esso non si abusi.

Se durante gli incontri del gruppo LGBT uno studente o una studentessa si sente a disagio per certi discorsi semplicemente se ne va, nessuno lo obbliga a rimanere: gli incontri sono pomeridiani e vi partecipa solo chi vuole e per quanto vuole (e, naturalmente, indipendentemente dell’orientamento sessuale e dalla identità di genere).

Prendiamo il caso in cui certi discorsi vengano fatti la mattina in classe, da parte di uno studente o di una studentessa e di sua iniziativa (e quindi in un certo senso ogni alunno o alunna è obbligato/a a sentirli), perché magari un testo letterario o un testo filosofico o un fenomeno storico ne ha offerto l’occasione.

Se tale alunno o alunna parla liberamente di sé e di quello che pensa, se questo alunno o alunna si esprime non volgarmente, non sta facendo “propaganda” e non insulta nessuno: qual è il problema? Non dovrebbe esserci alcun problema. Ma potrebbe darsi il caso che un altro alunno o un’altra alunna, per suoi motivi personali insindacabili, si senta a disagio per certi discorsi, si senta “offeso/a” o “ferito/a”: cosa deve fare l’insegnante in classe? Impedire al primo studente o studentessa di esprimersi oppure no?

Spero di fare apprezzare la delicatezza della questione e del mestiere di insegnante, giacché non è sempre facile e immediato stabilire quando, “oggettivamente”, certe parole o certi gesti siano offensivi. Sono questioni delicate ed è vero che la società deve tutelarsi (in particolare deve tutelare i soggetti più deboli, come i bambini e le bambine).

Nel caso ipotizzato, da un lato, sta al docente permettere a un alunno o alunna di esprimersi, sempre che lo faccia non volgarmente e senza fare “propaganda politica” e senza insultare nessuno/a ma, dall’altro, sta sempre al docente invitare l’alunno o alunna che si sente a disagio ad esprimere, se vuole, il suo punto di vista: il docente in aula avrà il dovere di – oltre alla sensibilità per – far sentire questo alunno o questa alunna ascoltato/a, accolto/a e non giudicato/a, ma avrà anche eventualmente il dovere, e di nuovo la sensibilità, di dire alla classe, che a sua volta dovrebbe capire, che di quell’argomento, data la situazione, non è opportuno parlare.

Il docente deve fare educazione civica, come è previsto dalla legge, e quindi può e deve promuovere la conoscenza e la consapevolezza dei diritti e dei doveri, che sono nella nostra Costituzione. E non è forse educazione civica anzitutto creare le condizioni affinché gli studenti e le studentesse imparino a dialogare ascoltando e rispettando i diversi punti di vista?

Per concludere. Certamente, la questione è complessa e delicata, non è sempre facile capire dove deve finire la mia libertà affinché non sia compromessa quella degli altri: ma il fatto che ci siano casi difficili, sfumati, in cui appunto non si vedono facilmente i confini, non ci deve impedire di riconoscere i casi netti, i casi che sono chiaramente al di là o al di qua del confine, i casi in cui è evidente che si sta esercitando legittimamente il proprio diritto di parola, oppure i casi in cui si sta illegittimamente impedendo a qualcuno di esercitarlo, oppure i casi in cui si sta legittimamente impedendo di abusare della libertà di espressione.


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a cura di Michele Lucivero

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Mario D'Angelo
Docente di ruolo di Storia e Filosofia presso il Liceo Statale “Corradini” di Thiene (VI); docente a contratto di Linguistica e Filosofia del linguaggio per il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Padova (Corso di Laurea in Logopedia); Direttore della SAFICOF – Scuola di Alta Formazione in Counseling Filosofico; counselor filosofico, certificato da AssoCounseling; operatore di Training Autogeno, certificato da ICSAT. Autore di diversi articoli pubblicati su riviste specializzate e co-curatore del volume Counseling filosofico e ricerca di senso (Liguori Editore, 2008). È convinto che la filosofia possa e debba vivere anche fuori dal Liceo e dall’Università, incontrando le persone e accompagnandole nella loro ricerca di senso, nella loro ricerca di chi sono e di chi vogliono essere, nel loro desiderio di stare meglio con se stesse e con gli altri. È titolare di Modus in Rebus – Studio di Counseling Filosofico, a Vicenza. Il suo sito internet è https://profmariodangelo.it/