Crisi giustizia non è solo nei Palamara, Schiavon a Nordio: “non basta elencare i problemi ma servono soluzioni diverse per penale e civile”

Schiavon e Nordio
Schiavon e Nordio
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I frequentissimi dibattiti sul tema della Giustizia si risolvono, quasi sempre, nelle solite affermazioni secondo cui il suo malfunzionamento, con le relative lungaggini, comporta tanti guasti all’economia del Paese e ai diritti dei cittadini e che c’è l’urgente necessità di correre ai ripari per portare il nostro sistema, quantomeno, al livello europeo e per dare alle imprese un’adeguata e tempestiva tutela.

Tutto giusto, tutto indiscutibile, tutto condivisibile… ma si finisce poi, invariabilmente, per riproporre un’analisi in sé inutile e superficiale, in assenza di ulteriori sforzi intellettuali  di tipo costruttivo, cioè diretti non solo ad evidenziare le negatività di questo sistema, ma anche a proporre  soluzioni (concrete e praticabili) di miglioramento.

Anche di recente ho avuto occasione di leggere, su un noto quotidiano, le considerazioni, svolte, su questo tema, dell’amico ed ex collega, Carlo Nordio, il quale, sotto un titolo poco coerente con il contenuto dell’articolo, ma accattivante e di immediato impatto mediatico (“Lo strapotere delle toghe: una battaglia necessaria”), giusto per attirare l’attenzione del lettore, ha reiterato il concetto che, per non compromettere gli investimenti e lo sviluppo del Paese, è prioritario intervenire sulla giustizia civile, per favorire la tutela delle imprese e l’efficienza della pubblica amministrazione.

Ma, pur dopo questa ovvia premessa, Nordio è passato, come sempre, ad occuparsi solo degli aspetti penali  della giustizia ed ha cominciato  ad invocare la necessità di abolire il reato di abuso di ufficio, di intervenire sulla materia delle intercettazioni e sulla funzione dell’avviso di garanzia e sull’abuso della custodia cautelare, nonchè sui molti mercimoni messi in atto da magistrati per ottenere cariche direttive ecc.

Tutto ancora condivisibile: ma il noto giornalista (ormai) non ha speso una sola parola sulle presunte cause del cattivo funzionamento di questa giustizia, men che meno di quella civile, che – è sempre bene ricordarlo – è totalmente diversa da quella  del settore penale. E, poi, continuare a ripetere solo che le cose non vanno bene sembra ormai, e da tempo, inutile: tutti sanno che il sistema fa acqua da tutte le parti. Perché allora, non ci sforziamo, una volta tanto, di capire cosa si dovrebbe fare per farle andar meglio, in senso propositivo?

Provo, allora, ad offrire qualche spunto di riflessione in questa direzione; non certo per rivolgere una critica a Nordio, ma, semmai, per indurlo a concentrarsi sulle possibili proposte di crescita suggeribili al nostro legislatore.

Anzitutto, credo occorra partire dall’osservazione (ovvia) che le esigenze di giustizia nel nostro Paese sono assolutamente disomogenee, proiettate più verso il penale al sud e più verso il civile al nord, dove è maggiormente concentrato il tessuto imprenditoriale e produttivo. Ma, anche nel contesto delle singole regioni, esistono significative  diversità riferite alle dimensioni delle imprese, alla loro tipologia, alla loro dinamicità e, dunque, alle loro specifiche esigenze di giustizia.

Un esempio, pur banale, chiarirà meglio il concetto: i contenziosi civili del tribunale di Belluno sono (a parte le zone turistiche) prevalentemente connotate da un’economia montana, legata alla multiforme problematica della proprietà terriera; quelli del confinante tribunale di Treviso sono, invece, prevalentemente riferiti ad un’economia più dinamica, più produttiva e legata alla tutela del made in Italy, più incline ad operare con una rete di imprese medio piccole, spesso piccolissime. In questo secondo caso – per continuare con l’esempio – gli affari prevalenti, pur nel contesto dello stesso diritto civile, richiedono maggiormente la professionalità di magistrati abituati ad applicare, con maggior frequenza, il diritto di impresa, o quello fallimentare o quello della tutela dei marchi e dei brevetti …

E, anche nell’ambito di uno stesso tribunale, la tipologia degli affari può cambiare significativamente perché spesso le zone nord o sud di una medesima provincia (come quella di Treviso) hanno una tipologia di esigenze di giustizia (penale o civile) molto disomogenee.

Purtuttavia gli organici degli uffici giudiziari sono tutti previsti sulla base di un preciso rapporto proporzionale tra numero di magistrati e numero di cittadini. Ma questo solo criterio è fallace perché, per la giustizia civile, il vero suo utente non è il cittadino, in quanto tale, ma è l’imprenditore (individuale o collettivo), che normalmente, deve rivolgersi al servizio giustizia  per una multiforme serie di esigenze di sua tutela. Quel criterio, semmai, può valere solo per la giustizia penale. E, dunque, sarebbe più logico prevedere, al Nord, tribunali con un maggior numero di giudici civili e al Sud tribunali più attrezzati ad affrontare problematiche penali, soprattutto di certi tipi.

Un altro esempio: le zone a vocazione turistica hanno tante “seconde case” e, quindi, in talune stagioni dell’anno, hanno molti più abitanti che residenti stabili, con le prevedibili problematiche che ciò comporta anche sul piano dell’utenza del servizio-giustizia.

Tutto ciò per dire che i rigidi e inflessibili modelli organizzativi dei nostri tribunali, previsti sulla base di schemi quasi uguali da nord a sud, sono obsoleti e devono essere rivisti ed adattati alle effettive e concrete esigenze del territorio nazionale, che sono molto diversificate.

Voglio ricorrere ad un altro esempio, ma solo per farmi meglio capire: è stato mantenuto il tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto solo per l’esistenza di fenomeni mafiosi, cioè per problemi legati alla giustizia penale; ma, allora, che senso ha questa scelta per la giustizia civile? Ogni circondario deve necessariamente avere magistrati in tutti i settori, in base ad una proporzione fissa, anche se uno di essi fosse, in sé, del tutto inutile per le specifiche caratteristiche del territorio in cui è inserito.

Altro esempio: la soppressione del tribunale di Bassano del Grappa si è resa necessaria solo perché gli affari penali non erano di tale quantità da giustificare il mantenimento di una Procura e di un apparato giudicante penale ad hoc; invece, proprio per le caratteristiche dell’economia di quel territorio, un tribunale civile sarebbe stato utilissimo ed avrebbe notevolmente alleggerito i già precari ruoli dei magistrati del confinante circondario di Vicenza, in materia civile, nei quali sono poi confluiti quelli precedentemente svolti da Bassano.

Quindi, all’epoca della cosiddetta riforma della spending review, lo Stato ha perso una grande occasione di effettuare una generale razionalizzazione del sistema, al fine di attuare non solo presunti risparmi di spesa, ma soprattutto di migliorare il servizio-giustizia, nella prospettiva di contribuire a un rilancio dell’economia. La giustizia è, più che un potere dello stato, un servizio per i suoi cittadini e, come tale deve essere effettivo e efficiente.

Se questo è vero, bisogna, allora, urgentemente intervenire anche sulla carriera dei magistrati, dei quali deve essere favorita la massima specializzazione lavorativa, secondo la loro cultura personale e le loro inclinazioni, per renderli idonei ad affrontare le multiformi e crescenti difficoltà di applicazione di leggi sempre più numerose e complesse.

Occorre abrogare la cosiddetta legge Mastella (quella che limita a un  tempo  predeterminato lo svolgimento delle funzioni giudiziarie, imponendone continui cambiamenti) che si è dimostrata capace di creare molti problemi operativi a tutti gli uffici giudiziari; è una normativa farisaica, che favorisce la formazione di giudici tendenzialmente pressappochisti e superficiali, non in grado di seguire l’evoluzione di ordinamenti sempre più sofisticati.

Il magistrato è un professionista che, per quanto serio e impegnato, non è in grado di conoscere tutto e di occuparsi (ovviamente mi riferisco al diritto civile) di tutte le materie con lo stesso grado di approfondimento; così, gli viene, di fatto, impedito di diventare un giudice superspecializzato in qualche specifico settore, proprio perché è consapevole che, dopo il periodo inderogabilmente stabilito dalla legge, sarà costretto a svolgere altre funzioni ben diverse e, quindi, ricominciare a studiare da zero.

Questo sistema ostacola le specializzazioni e induce al pressapochismo decisionale, rischiando di creare una Giustizia ondivaga e fragile, come tale capace di aumentare a dismisura il sistema delle impugnazioni, con conseguente intasamento, a catena, di tutti gli Uffici  giudiziari.

Questi sono i temi che veramente incidono sull’ efficienza della giustizia e che corrispondono alle reali aspettative dei cittadini. I problemi di cui abitualmente si occupa Nordio sono sicuramente importanti e delicati, ma incidono solo sul settore penale; e, per di più, non sulla sua efficienza, ma su alcuni aspetti (condivisibili sicuramente) riguardanti singole patologie del sistema (abuso della carcerazione preventiva, riforma delle intercettazioni, adeguamento dell’organizzazione carceraria, ruolo dell’avviso di garanzia ecc.).  Ma il nostro Paese soffre soprattutto per la giustizia civile, per la quale il valente ex collega e giornalista sembra non avere una reale attenzione.

Faccia anche lui uno sforzo  per aiutarci a costruire qualche soluzione.

Giovanni Schiavon

Magistrato, già presidente dei tribunali di Belluno e Treviso


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Giovanni Schiavon
Nato a Treviso nel 1940 è stato magistrato dal 1967, svolgendo funzioni di giudice presso il Tribunale di Venezia , di consigliere presso la Corte di Appello di Venezia, di presidente di sezione del Tribunale di Treviso, di presidente del Tribunale di Belluno, di Capo dell’Ispettorato del Ministero della Giustizia, di Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, di presidente del Tribunale di Treviso. A partire dall’anno accademico 1989-1990, ha assunto l’incarico di docente presso la Cattedra di Diritto Fallimentare della Facoltà di Scienze Economiche e Bancarie dell’Università di Udine. E’ stato nominato componente della commissione ministeriale per l’elaborazione dei principi di riforma del diritto concorsuale e in seguito, membro della ristrettissima Commissione per la redazione della stessa legge di riforma. E’ stato componente della commissione Disciplinare della Federazione Ciclistica Italiana, componente della Commissione Nazionale Antidoping del CONI, presidente di una società professionistica ciclistica.