Covid, Bankitalia ‘salva’…le misure del governo: “senza, 600 mila licenziamenti”

Banca d'Italia
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“Senza le msiure del governo ci sarebbero stati 600 mila licenziamenti a causa delle chiusure da Covid”.  Lo afferma uno studio della ricercatrice della Banca d’Italia Eliana Viviano pubblicata nell’ultima edizione della serie ‘Note Covid-19‘. “Si calcola che in condizioni normali, in assenza dello shock collegato al Covid-19, nel 2020 in Italia si sarebbero avuti circa 500 mila licenziamenti per motivi economici, come nel 2019, quando vi avevano corrisposto circa 1,3 milioni di nuove assunzioni e trasformazioni. Tenuto conto che lo shock ha colpito in modo più intenso comparti nei quali la quota di lavoratori a tempo indeterminato è relativamente contenuta, si può stimare che, in assenza delle misure introdotte, nel 2020 lo shock pandemico avrebbe potuto causare ulteriori 200 mila licenziamenti, portando quindi il totale a circa 700 mila unità. Si può valutare che le misure di estensione della CIG, il sostegno alla liquidità delle imprese e il blocco dei licenziamenti – prosegue la nota – abbiano impedito circa 600 mila licenziamenti nell’anno in corso; di questi, circa un terzo non si sarebbe probabilmente verificato, anche in assenza del blocco, grazie alle altre misure”.

“In Italia circa il 60 per cento dei licenziamenti riguarda lavoratori in imprese con meno di 5
dipendenti – si legge ancora nello studio –  in larga parte non coperte da strumenti di integrazione salariale; tale quota sfiora il 70 per cento per le imprese con meno di 15 addetti, per i quali i costi di licenziamento giudicato illegittimo sono inferiori”.

Altre annotazioni importanti riguardano le assunzioni e le misure da adottare nel 2021

“Nel valutare l’impatto complessivo del blocco dei licenziamenti sull’occupazione va però considerato anche quello sulla dinamica delle assunzioni, che può risentire di una forte riduzione del turnover:questa, oltre ad avere effetti sui lavoratori a tempo indeterminato, può limitare le possibilità di impiego di coloro che devono ritornare nel mercato del lavoro (in primis i lavoratori temporanei il cui contratto di lavoro è scaduto) e di coloro che vi si affacciano per la prima volta”.

“L’analisi dei dati e delle correlazioni storiche conferma alcuni limiti del sistema di protezione italiano ed evidenzia alcuni rischi. In primo luogo, la maggiore concentrazione dei licenziamenti presso le imprese più piccole richiama la necessità di avere uno strumento di integrazione salariale anche per queste: è ragionevole ritenere che una parte significativa dell’efficacia della CIG-Covid derivi proprio dall’elevata copertura garantita da questo strumento a tutte le classi dimensionali (senza costi aggiuntivi). I dati suggeriscono anche che la CIG sia efficace nel limitare i licenziamenti nel breve termine”.

“Le stime presentate segnalano tuttavia una correlazione positiva tra il flusso di licenziati in un dato anno e i livelli passati della CIG. Simili risultati sono confermati anche da Lo Bello (2020) che considera le variazioni dell’occupazione media delle imprese in periodi successivi agli episodi di CIG e la probabilità delle stesse di uscita dal mercato. Sebbene non si abbiano ancora indicazioni per valutare la dinamica presumibile dei licenziamenti nel 2021 e le novità recentemente introdotte dal decreto “Ristori” e annunciate dal governo, le stime suggeriscono che un’interruzione simultanea sia della CIG-Covid sia del blocco dei licenziamenti dovrebbe essere valutata con estrema cautela al fine di evitare possibili brusche cadute (cliff effects)”.

“In prospettiva, quando il migliorare delle condizioni congiunturali lo consentirà, una rimozione
graduale del blocco dei licenziamenti potrebbe accompagnarsi al mantenimento di un accesso ampio alla CIG-Covid”.

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