Caso Assange, Il Fatto Quotidiano: raccontare la verità a qualsiasi prezzo

Julian Assange
Julian Assange
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Di  Non verrà estradato negli Stati Uniti perché dichiarato “a rischio suicidio” dai giudici di Londra, ma chiuso nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh – quella che in Gran Bretagna chiamano “la Guantanamo inglese” –, rimane in cella e in pericolo di vita l’uomo che ha svelato la verità sulle atrocità delle ultime grandi guerre americane: Julian Assange. Con 18 capi di imputazione e l’accusa di violazione dell’Espionage act, l’attivista rischia 175 anni di carcere in Usa per aver reso pubblici i crimini di guerra delle truppe di Washington in Afghanistan e in Iraq. Chi invece quelle atrocità le ha compiute, non è sotto processo, ma rimane impune: lo hanno ricordato ieri al Senato italiano durante il convegno “Il diritto alla conoscenza”, promosso dall’associazione nata in memoria del reporter di guerra Mimmo Candito.

La persecuzione giudiziaria di Assange, iniziata undici anni fa, “è un esempio iconico di disperazione dello Stato, della sua illegalità e cinismo, un profluvio di malvagità”. In aula ieri sono risuonate dure le parole di John Shipton, padre del whistleblower, intervenuto per ricordare “diritti umani calpestati e derisi”, maltrattamenti e torture subiti da suo figlio. “Il prezzo che paga Assange per aver esercitato la libertà di parola è la persecuzione”.

Greg Barnes, avvocato dell’attivista, ha tuonato contro il silenzio di Canberra: i governi susseguitesi “non hanno mai fatto niente per proteggere un cittadino australiano che rischia la pena di morte, solo la pressione pubblica è la chiave per garantire la sua sicurezza”. A organizzare il dibattito “per contribuire a un’azione internazionale in un momento critico per la salute di Assange” è stato l’accademico e politico Gian Giacomo Migone, affinché si solleciti “il nuovo presidente americano a una rottura rispetto alla tradizione del Paese, che esibisce impegno per i diritti umani all’interno delle realtà avversarie, ma non applica a se medesimo gli stessi valori, che pure sono contenuti nella Costituzione Usa”. Il coraggio dimostrato da Assange, ha ricordato Migone, è lo stesso di Edward Snowden, “costretto a rifugiarsi in Russia per evitare il suo stesso destino”, e di Daniel Ellsberg, il whistleblower 90enne dei Pentagon Papers, documenti che hanno svelato i segreti di più presidenze Usa durante la guerra del Vietnam.

“Nelle nostre democrazie deve essere possibile rivelare la verità e uscirne vivi”. Che la vita e salute di Assange rimangano in bilico lo conferma Stefania Maurizi, unica giornalista a lavorare con il team dei reporter di Wikileaks sin dal principio. Non solo crimini di guerra e sangue di civili innocenti ammazzati dai droni. Maurizi, che dal 2009 a oggi non ha mai smesso di investigare i cablogrammi, ha ricordato che grazie al lavoro dell’ex militare Chelsea Manning, “l’attivista che in otto anni di prigionia ha provato a suicidarsi tre volte”, sono emerse anche le prove delle pressioni dei politici italiani sulla magistratura affinché non procedesse nelle indagini del caso Abu Omar.

Bucare l’oscurità è compito dei reporter. Ricordando “le volgari polemiche su Peppino Impastato e Giancarlo Siani” definiti non giornalisti, durante “campagne di depistaggio che ricordano quella a cui stiamo assistendo oggi su Regeni”. Giuseppe Giulietti, presidente Federazione Stampa italiana, ha dichiarato che “chi dice che Assange e Snowden non sono giornalisti, sta segando l’albero dove siede: giornalista non è chi ha un tesserino, ma chi si avvicina alla verità”.

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