Cardinale vicentino Parolin e i dubbi del Domani su scandalo finanziario vaticano con Mincione, noto nei crac BPVi e Bari, e il “misterioso” Capaldo

Luciano Capaldo, vicino al finanziere accusato di estorsione, è indicato dai pm del papa come uomo chiave dello scandalo. Ma la Segreteria di Stato lo ha confermato direttore della società che controlla il palazzo di lusso a Londra. Il cardinale Becciu non è ancora ufficialmente indagato

Il Vaticano da.. scoprire
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Il finanziere Torzi è accusato dal Vaticano di aver estorto 15 milioni di euro. Oggi il suo ex socio in affari, l’architetto Luciano Capaldo, per incarico da parte del cardinale Pietro Parolin è ancora direttore della London 60, la società inglese che controlla il palazzo dello scandalo

Per i promotori di Giustizia Capaldo era uno degli uomini chiave dell’affare londinese. Ma la Segreteria di Stato guidata dal cardinale Parolin qualche giorno fa ha firmato con Capaldo un documento finanziario per blindare l’immobile da possibili creditori

Torzi e Capaldo appaiono proprietario e amministratore di due società inglesi che nel 2018 hanno gestito un’operazione di cartolarizzazione dell’ospedale Fatebenefratelli di Roma. La procura di Roma indaga su una presunta truffa

di Emiliano Fittipaldi, da Domani

Il segretario di Stato, il cardinale vicentino Pietro Parolin, con
Il segretario di Stato, il cardinale vicentino Pietro Parolin, con

Il ruolo di Gianluigi Torzi, il finanziere molisano protagonista dello scandalo vaticano, a un anno e mezzo dall’inizio dell’inchiesta dei magistrati di papa Francesco resta oscuro. Così come misteriosi paiono tempi e modi nella sua entrata in scena nell’affaire che ha portato alle dimissioni di Angelo Becciu (risulta che i promotori di Giustizia, nonostante sospettino peculato e corruzione, ad oggi non abbiano ancora indagato il cardinale). È noto che il raider sia accusato di truffa, corruzione e riciclaggio e di aver «estorto» 15 milioni di euro agli uomini della Segreteria di Stato, una mega fee con cui il sostituto Edgar Pena Parra e i suoi funzionari (in primis Alberto Perlasca e Fabrizio Tirabassi, indagati) sono riusciti a maggio 2019 a riprendere il controllo del palazzo di Sloane Avenue. Un immobile di lusso che loro stessi avevano comprato da Raffaele Mincione (noto ai lettori di ViPiù per il coinvolgimento dei suoi fondi nei crac BPVi e della Popolare di Bari, ndr) a novembre 2018, e che contestualmente nel medesimo contratto avevano girato in gestione (chissà perché) a una holding lussemburghese di Torzi, la Gutt Sa.Domani ha ora scoperto non solo che non era la prima volta che il broker faceva affari con la Chiesa. Ma che un socio di Torzi, l’architetto Luciano Capaldo, è ancora direttore operativo della London 60 Sa, la società controllata dalla segreteria di Stato che gestisce il palazzo londinese.

LA SCELTA POLITICA

In un decreto di perquisizione di un anno fa, i pm vaticani segnalavano che Capaldo «sembrerebbe aver avuto un ruolo fondamentale nell’intera operazione». Com’è possibile che il Vaticano mantenga oggi un fedelissimo di Torzi al timone della spa inglese che gestisce l’edificio da 350 milioni di euro al centro dello tsunami giudiziario? «È una scelta politica per traghettare il vecchio corso verso quello nuovo», spiegano fonti vicino al dossier. Capaldo, che non risulta indagato, si definisce nel curriculum «un esperto di real estate». Di sicuro, è stato stato amministratore e direttore di varie società estere controllate da Torzi. Tra cui Sunset Enterprise Ltd (nel maggio 2018) e la Odikon Service. La Sunset è una delle due holding di Torzi a cui il Vaticano, a maggio dell’anno scorso, ha girato cinque milioni di euro, parte della presunta estorsione del finanziare. L’altra tranche da 10 milioni è finita alla Lighthouse Limited.

È stato Torzi a consigliare alla segreteria di Stato di nominare Capaldo nella società che controlla l’immobile nel novembre del 2018? Non lo sappiamo. Di sicuro a fine 2019, due mesi dopo le prime fughe di notizie, l’architetto si è dimesso «per motivi personali e familiari» dalla presidenza e dal cda della Imvest, una società italiana attiva nel settore immobiliare. Ma è invece riuscito a restare in sella alla spa inglese controllata al cento per cento dal Palazzo Apostolico. Un miracolo: gli altri amministratori, da don Mauro Carlino a Caterina Sansone, sono stati tutti indagati e dimessi sia dall’ufficio retto dal cardinale Pietro Parolin sia dagli incarichi nella London 60, la cui sede risulta oggi domiciliata negli studi legali di Mishcon De Reya.

«Capaldo era amico di Torzi, ma poi hanno litigato», aggiungono fonti della Segreteria di Stato. Che dell’ex socio di Torzi pare fidarsi ciecamente. L’11 settembre 2020 il direttore della London 60 ha infatti firmato e depositato presso la camera di commercio inglese un delicato “financial agreement” tra la fiduciaria di cui è amministratore e la segreteria di Stato che la controlla.Un documento di 36 pagine del tutto inedito, attraverso il quale il governo della Santa Sede sembra voler blindare il capitale e le quote della società inglese. Cosa temono Parolin e i suoi funzionari? Possibili future pretese della stessa società amministrata da Capaldo, e possibili, futuri creditori terzi che potrebbero aggredire i beni della Santa Sede. Difficile non pensare che la mossa del Vaticano sia collegata alla causa civile che Raffaele Mincione ha intentato a Londra contro la segreteria di Stato. I giudici di Sua Maestà dovranno sentenziare in merito al contratto con cui Mincione uscì dall’affare del palazzo, incassando un conguaglio da 40 milioni di euro che i promotori di Francesco considerano illegittimo. Nel caso l’Alta corte di giustizia desse ragione al proprietario dello yacht “Botta di Culo”, definendo l’operazione valida e “pulita”, il raider potrebbe chiedere danni ingenti al Palazzo Apostolico, con conseguente richiesta di sequestro preventivo della London e del palazzo da lei controllato. Ecco perché forse gli avvocati vaticani in Inghilterra tentano, con questa operazione, di proteggere i beni del governo.

I nomi di Capaldo e di Torzi riportano anche a un’altra storia poco nota. Quella di una presunta truffa compiuta ai danni dell’ospedale Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina, a Roma. Il nosocomio fa capo all’ente ecclesiastico della Casa generalizia dell’ordine ospedaliero San Giovanni di Dio, e alcune operazioni finanziarie sono finite al centro di un’inchiesta del Vaticano e di un fascicolo della procura della Capitale.

Leggendo un report dell’Unità di informazione finanziaria (l’antiriciclaggio di Bankitalia), Domani ha scoperto che Torzi nel maggio 2018 ha ottenuto parcelle da 9,7 milioni di euro dall’ospedale, come pagamento di una commissione per una serie di cartolarizzazioni di crediti. Crediti per un valore nominale di 85 milioni che l’ospedale pretende dalla Asl Roma 1 per prestazioni sanitarie che, però, l’azienda sanitaria locale considera non esigibili, perché superiori ai tetti di spesa previsti dalla convenzione con la regione Lazio.

Nel febbraio del 2018, nonostante i crediti furono completamente svalutati nel bilancio dell’ospedale, e pochi giorni prima che il Tar desse ragione alla Regione, «i crediti» dicono i detective dall’antiriciclaggio «sono ceduti a diverse società veicolo che li acquistano». Tra i sottoscrittori c’è anche la Irfis, un ente finanziario pubblico della Regione Sicilia che «potrebbe subire una perdita di oltre 3,2 milioni». Che c’entra Torzi? È sempre lui, attraverso le sue spa inglesi Odikon e Sunset, a fare da pivot all’operazione, riuscendo ad incassare dal Fatebenefratelli quasi 10 milioni di mediazioni. Capaldo risulta, dice l’antiriciclaggio, direttore della Odikon dal maggio al novembre 2018. I promotori lo sanno da tempo, visto che in un decreto di perquisizione di un anno fa segnalarono proprio i rapporti economici tra Torzi e l’architetto. Perché Parolin e Pena Parra si fidano ancora dell’ex braccio destro di Torzi, resta un mistero glorioso

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