Apologia del tempo perso. Agorà. La filosofia in piazza: in difesa della lentezza e dell’inutile

Difesa della lentezza e dell'inutile
Difesa della lentezza e dell'inutile
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Il concetto di tempo sembra ultimamente essere oggetto di molte attenzioni: la stessa crisi di governo ha portato ad un accordo, richiesto, sollecitato, ma chissà quanto duraturo, tra i diversi partiti così diversi tra loro, ma pronti a sacrificare le rispettive divergenze (?) perché l’Italia non ha tempo da perdere! e, ancora, perché le lancette dell’orologio della crisi non si fermano!

Seguendo la stessa ratio, rispetto al dibattito sul tempo scuola perduto per colpa della didattica a distanza, c’è chi ha quantificato che occorreranno ben cinque anni per recuperare gli apprendimenti smarriti: l’ottimismo di chi riesce a fare questi calcoli lascia esterrefatti e mi fa venire in mente la storia di quel tale che, per non arrivare in ritardo, si ferma lungo la strada a cercare il tempo perduto, finendo così per accumularne dell’altro.

Chi di tempo ne ha perso tantissimo studiando l’inutile filosofia sa che il tempo perso non è possibile quantificarlo e continua, in più, a sostenere che esso abbia, in effetti, un valore enorme per l’uomo, essendo indissolubilmente connesso alla riflessione, alla crescita personale, non ai ritardi ma all’attardarsi; il tempo perso è quello della strada più lunga, delle deviazioni non funzionali che, nell’apparente improduttività, aprono a soluzioni non previste e a profondità inaspettate.

Per intenderci, è esso il tempo degli smarrimenti esistenziali, dei pomeriggi oziosi in cui inconsapevolmente ogni ragazzo e ogni ragazza costruisce in silenzio il proprio mondo; il tempo perso è il tempo lento dell’indugiare su poche parole del libro che stiamo leggendo o scrivendo. È il tempo perso a cercare la parola giusta… il dilungarsi nel dettaglio per ancorare un momento alla memoria e al ricordo.

Nel suo romanzo, comparso in Francia nel 1995, Milan Kundera collega esplicitamente la lentezza alla memoria e la velocità all’oblio: «Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un certo punto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura (…): il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio»[1].

Non è in gioco una cosa da poco: la memoria è la struttura della nostra personalità e, quando è condivisa, crea il legame tra le comunità, ma oggi somigliamo un po’ tutti a coloro i quali accelerano l’andatura pur di non vedere, pur di non ricordare. Dileguato il tempo della riflessione e della memoria, si dilegua anche il noi all’altare di un io impegnato in un frenetico fare (im)produttivo, sempre e nuovo.

L’uomo flessibile, abitante inconsapevole del postmoderno, prodotto dall’incertezza e dall’ansia da prestazione – con associata frustrazione permanente – ha bandito il noi dal suo orizzonte sociale. L’idea di non aver tempo è divenuta un’ossessione, trasformata in compulsione nell’uso invasivo delle nuove tecnologie, e sembra aver dato il colpo di grazia alle possibilità di stabilire una continuità tra la nostra storia e quella di chi ci sta accanto.

A dominare è la frammentazione: nell’ansia di dover fare più cose nello stesso tempo, è il tempo ad essersi trasformato in merce, da consumare, da distruggere, da comprare e da vendere; l’effetto più dirompente di ciò è la compressione di azioni, che sgretola la continuità con cui colleghiamo le esperienze fra loro producendo una narrazione coerente della nostra vita.

Il piacere di assaporare, ruminare, ciò che ci accade è ridotto a rarità: o è semplicemente scomparso o, tuttalpiù, è relegato a brevi – e perciò intensi, faticosi, agonistici – periodi di “vacanza” dalla quotidianità irreggimentata da incombenze spacciate come improcrastinabili.

Così, la narrazione dell’uomo che lavora e perciò non ha tempo da perdere, in una rincorsa folle ad obiettivi di produzione impossibili da raggiungere, in quanto continuamente aggiornati al rialzo, si è trasformata in una variazione su tema drammatica, quella dell’uomo che deve recuperare il tempo perduto!

L’ansia si percepisce in tutto ciò?

…ho perso tempo, devo recuperare, devo correre, gli altri sono già avanti e chi è avanti prenderà i posti migliori…

[1] Milan Kundera, La lentezza, Adelphi edizioni, Milano 1995, p. 45.


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a cura di Michele Lucivero

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È laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Catania con una tesi sull’ermeneutica di Hans Georg Gadamer. Abilitato in Filosofia e Storia presso la SISSIS dello stesso Ateneo, si è poi specializzato nelle attività di sostegno presso l’Università degli Studi di Padova. Ha conseguito un master di II livello in Politiche sociali, pari opportunità e culture mediterranee (Università degli Studi di Catania). Attualmente vive a Vicenza insieme alla sua famiglia e lavora come insegnante nella scuola pubblica.