Agorà, Michele Lucivero e Andrea Petracca: “Scuola città aperta, l’educazione sotto attacco… anche in tempo di Covid”

Lucia Azzolina e la politica della scuola
Lucia Azzolina e la politica della scuola
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Finirà, Pina, finirà,  e tornerà pure la primavera e sarà più bella delle altre,  perché saremo liberi. Rossellini, Roma città aperta.

Agorà
Agorà

L’atmosfera nelle scuole è surreale, le lezioni procedono, si svolgono le verifiche, addirittura se ne programmano altre, provando ad esorcizzare l’ansia dell’attesa per come dovrà essere strutturata la giornata scolastica. Da oggi, dopo poco più di un mese dalla riapertura e fino al 24 novembre, le scuole secondarie di secondo grado tornano in didattica a distanza per il 75% delle attività.

La scuola è ancora aperta, è ferita, certo, più di quanto il chiacchiericcio mediatico o le prese di posizioni politiche possano mostrare, ma tiene ancora la testa alta, consapevole degli enormi sforzi fatti per difendere un principio chiave della vita democratica, il diritto all’istruzione.

Prof. Michele Lucivero
Prof. Michele Lucivero

Il pensiero che guida il nostro ragionare è che la scuola rappresenti davvero uno dei pochi baluardi della libertà, dei diritti e dei doveri, rimasti vitali in un mondo rivoltato dalla pandemia. A volte fa tenerezza, la scuola, quando cerca di proporre valori quali la legalità, il rispetto per le differenze, l’inclusione, la solidarietà: quasi un’isola che non c’è rispetto a un fuori estremamente competitivo, fino a diventare brutale con gli ultimi della fila…perché nella scuola, invece, gli ultimi si proteggono e si rispettano sempre.

E così, lo spettro che si aggira nelle aule, svuotate dall’ultimo decreto, rischia seriamente di essere quello dell’istruzione negata, camuffata dietro il ripiego ipertecnologico della didattica digitale integrata, che rimane sempre “a distanza”.

Ragionando sulla drammaticità di questo pericolo ci è venuto alla mente un episodio storico cui vorremmo rifarci: nel 1943, con il secondo conflitto mondiale ancora in pieno svolgimento, Roma, già provata dagli attacchi aerei americani, fu dichiarata dalle autorità italiane “città aperta”, ossia indifesa e pronta alla resa. Con tale definizione si intendeva preservare il patrimonio storico, artistico e culturale della capitale, che tutti erano disposti a riconoscere, dalla distruttività della guerra. La dichiarazione non venne ratificata dai tedeschi e Roma subì altri bombardamenti.

Siamo del parere che non servano tanti giri di parole per renderci conto che al giorno d’oggi, con l’emergenza sanitaria in corso, la scuola si trovi in una situazione analoga a quella occorsa alla città di Roma durante la Seconda Guerra mondiale. Proprio come Roma, la scuola è al centro di un intenso dibattito, con conseguenze immediate sul piano pratico sulla pelle delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, tra promesse di presa in carico da parte delle istituzioni politiche e attacchi indiscriminati da parte della società civile.

Prof. Andrea Petracca
Prof. Andrea Petracca

Siamo anche fermamente convinti che tutti siano disposti a riconoscere che l’educazione e la formazione delle giovani generazioni siano momenti importanti, tanto quanto la nostra salute, per il futuro della società, per cui, in questa circostanza di totale incertezza, dettata dall’emergenza sanitaria, è giusto che la scuola si attrezzi – e che la politica faccia l’impossibile – per consentire di andare avanti in presenza, prendendosi cura e coltivando le menti dei nostri figli, così come va avanti il personale sanitario, continuando a prendersi cura dei corpi di coloro i quali si ammalano.

E, di fatto, la scuola si è attrezzata all’emergenza. Per tutta l’estate docenti, collaboratori scolastici e dirigenti si sono adoperati per conformare la scuola alle misure di sicurezza previste dal protocollo stabilito dal Governo e dal Comitato Tecnico-Scientifico, come hanno fatto, del resto, migliaia di operatori economici ai quali è stato detto investire in dispositivi e attrezzature per continuare a lavorare.

I banchi distanziati, i distributori del gel sanificante, gli ingressi scaglionati, la distribuzione quotidiana di milioni di mascherine sono stati solo l’epifenomeno dell’impegno del personale scolastico nel riconoscere la necessità di attrezzarsi per reinventarsi una scuola nell’epoca della distanza fisica e sociale, pur consapevoli che, così impostata, la scuola non poteva che rivelare il suo lato paradossale: un vero ossimoro.

Il segnale che si voleva inviare alla società civile, ma anche a quella incivile, già profondamente provata da mesi di incertezza sanitaria, economica e psicologica, era chiaro: bisognava ricominciare nel rispetto delle regole, come sempre, a prenderci cura del futuro dei giovani e dare, se non altro soprattutto a loro, un segno di speranza nel futuro.

Eppure, dopo appena un mese dalla ripresa dell’attività didattica, la scuola è la prima a finire sotto i bombardamenti congiunti delle istituzioni regionali, nonostante la comprensibile opposizione del Ministro della Pubblica Istruzione, rivelatasi, però, piuttosto disarmata e accondiscendente davanti alle decisioni di un Comitato Tecnico-Scientifico che, nei fatti, smentisce se stesso e decide che tutto lo sforzo per distanziare, in fondo, è stato inutile.

di Michele Lucivero e Andrea Petracca


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a cura di Michele Lucivero

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