Agorà, la filosofia in piazza. Matteo Losapio: il ClimateClock “Anche la Terra ha una scadenza”, il countdown di un’epoca del tempo stringente

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Da pochi giorni è attivo il ClimateClock, un’installazione artistica che, paradossalmente, tira dentro tutti noi. Non è un’opera d’arte che possiamo scegliere di guardare o di non guardare, ma è un’opera che costringe ad essere guardata. ClimateClock, infatti, non è altro che un grande orologio presente sulla facciata di un palazzo di Manhattan che ha iniziato un conto alla rovescia con scritto: Anche la Terra ha una scadenza.

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Il conto alla rovescia indica gli anni, i giorni, le ore e i minuti che mancano al punto di non ritorno per quanto riguarda il cambiamento climatico. Infatti, fra sette anni e una manciata di mesi, il clima del nostro pianeta non sarà più lo stesso, aprendo scenari inaspettati e inediti dall’agricoltura al lavoro, passando per la disponibilità delle risorse. Per questo ClimateClock è una delle opere che non si guardano per un gusto o un senso estetico, ma perché ritraggono uno dei fondamenti del nostro stesso essere e del filosofare: il tempo.

Un tempo che oggi, più che mai, cambia di segno, un tempo che scorre al contrario. La rapidità dei mutamenti, la complessificazione dei processi, la globalizzazione del pianeta ha cambiato la nostra stessa percezione del tempo.

Nell’epoca classica, i Greci consideravano il tempo in maniera circolare, la grande rivoluzione del cristianesimo è stata quella di aprire il circolo e indirizzare il tempo verso un fine, verso l’escatologia e la fine dei tempi. Oggi, dinanzi al ClimateClock ci accorgiamo di quanto il tempo stesso ci sia sfuggito di mano. La rappresentazione al contrario del tempo ci rende consapevoli che siamo in un mondo in cui non riusciamo più a gestire il nostro tempo. Orari che si incastrano, relazioni, incontri, lavoro o lavori, tempo libero, tempo per lo sport, tempo per la dieta, tempo per prendere un treno, tempo da perdere facendo slittare tutti gli appuntamenti, tempo da perdere che sembra di star perdendo tutta la vita, tempo e tempi che si incrociano e che spesso ci costringono a prendere delle decisioni. Questa è l’epoca del tempo stringente, il tempo che scorre sempre al contrario, in un countdown continuo e circolare. Questo non vale solo per il clima, ma per ogni nostra attività, anche per la nostra personale realizzazione. Tutto è dentro un tempo che va al contrario, che inizia la sua corsa a tappe nel momento in cui nasciamo, negli anni dell’infanzia, poi della scuola, poi dell’università, poi della ricerca di un compagno o di una compagna, poi ricerca del lavoro fino alla pensione, l’ultimo conto alla rovescia che teniamo sott’occhio.

Ma per non cedere il passo alla disperazione di una esistenza passata fra un conto alla rovescia e un altro, cosa possiamo fare? Come poterne uscire? Ne possiamo uscire? Da dove partire?

Se ci soffermiamo un secondo a guardare il tempo che scorre al contrario, così come ci mostra il ClimateClock, ciò che davvero manca e che risulta spontanea è la domanda stessa. Dinanzi ad un conto alla rovescia che riguarda il clima siamo pro-vocati alla domanda, siamo spinti a porci almeno una domanda su che cosa vogliamo farne di questo pianeta e se davvero pensiamo che sia un luogo dove continuare ad abitare e da lasciare alle future generazioni.

Ma la domanda è pervasiva dinanzi a qualsiasi conto alla rovescia. Anche dinanzi alla data di scadenza di un prodotto al supermercato ci chiediamo se convenga comprarlo o meno. Ogni domanda fatta dinanzi ad un conto alla rovescia ha la sua gravità e il suo peso, più o meno consistente, ma ciò che non viene meno è la domanda stessa, il domandarsi dinanzi al tempo e sul tempo.

Ed è qui che entriamo nella sfera della filosofia, in questo porsi domande che hanno bisogno del loro tempo. Ed è qui che il bisogno impellente di domandarci cosa fare della nostra vita rompe il circolo vizioso dei conti alla rovescia, sia perché le domande hanno bisogno del loro tempo, sia perché le risposte che diamo a noi stessi possono indirizzare il nostro tempo in una o nell’altra direzione.

In questo modo il tempo non sarà più la metafora di un’onda travolgente in cui annaspiamo per sopravvivere, ma un’onda su cui fare surf. Ecco, allora, che domandare e domandarci è la sola cosa che possiamo fare dinanzi ad un tempo che cambia di segno, che non è più tanto come quello che ci stiamo lasciando alle spalle. È dinanzi ad un futuro così vicino che l’oggi ha bisogno di una risposta.


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a cura di Michele Lucivero

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Matteo Salòs Losapio (Bisceglie, 21 giugno 1991), originario della comunità parrocchiale di san Pietro in Bisceglie. Laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari e in Teologia presso la Facoltà Teologica Pugliese. È membro della redazione della rivista di filosofia “Logoi.ph” e della redazione del giornale «Cercasi un fine». Socio fondatore di Associazione 21 e del progetto PoliSofia, per la divulgazione del sapere filosofico, in questi anni si è occupato prevalentemente di filosofia russa del Novecento. Da qualche anno si occupa anche di filosofia della città, di urbanistica e di architettura attraverso il suo sito ww.makovec.it. Da un anno è collaboratore parrocchiale presso la comunità della SS. Trinità in Barletta.