Agorà, la filosofia in piazza. Andrea Petracca: la lezione – inascoltata – sul virus, la complessità bandita e l’individuo isolato

Agorà
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«Il primo lo ammazzarono a bastonate perché aveva citato Spinoza in un talk show»[1]. Il romanzo di Giacomo Papi, Il censimento dei radical chic, descrive un’Italia in cui l’opinione pubblica, abilmente manipolata dalla classe politica che ne sfrutta ansie e paure, riversa la propria rabbia contro gli intellettuali, nuovi capri espiatori, ritenuti responsabili di praticare un uso contorto e sconsiderato delle parole volto ad ingannare i cittadini. In base alla ratio per cui la complessità impedisce la verità ed umilia il popolo – «la complessità è noiosa, quindi inutile»[2] – gli intellettuali saranno schedati dal governo, che finirà così per controllarli col pretesto di offrir loro protezione dai possibili atti di violenza popolare.

Andrea Petracca
Andrea Petrarca

Fin qui – seppur tremendamente familiare – la finzione distopica del romanzo di Papi che dovrebbe condurci a riconoscere come necessarie le posizioni opposte: la semplicità è noiosa, ma soprattutto dannosa, e la complessità, del dibattito pubblico, è il segno più evidente di ogni democrazia in salute. Dovrebbe.

Nell’ultimo periodo, la curva dei contagi è tornata a salire. Tra meccanismi di negazione e rimozione di quanto accaduto, nella ricerca delle responsabilità per la recrudescenza della diffusione del virus, parte della pubblica piazza pare aver trovato sfogo e soddisfazione nell’adesione a narrazioni tanto grossolane e semplicistiche – quelle dell’immigrato untore o dei giovani danzanti e incoscienti – quanto capaci di appiattire la discussione politica orientandola in senso puramente strumentale.

Rispetto a queste dinamiche, quindi, dal post lock-down ad oggi non possiamo rilevare alcuna rinnovata presa di coscienza collettiva, anzi: il dibattito quasi mai riesce a sollevarsi dall’analisi dei fatti di cronaca e la cosiddetta società civile, appare ancora stordita, forse delusa, perché, troppo ingenuamente, aveva collegato lo scoppio della pandemia all’affermarsi di una improvvisa rifondazione culturale e politica – come se il virus (proprio Lui, nei panni del salvatore!) potesse cancellare decenni di mistificazioni su scellerate scelte politiche.

A tal proposito, Bernard-Henri Lévy nel suo recente il virus che rende folli ha provato a smascherare come assurdità il racconto retorico con cui si procede, nelle analisi di intellettuali e giornalisti, ad una personalizzazione del virus, attribuendo ad esso responsabilità che in verità sono umane, troppo umane. Tale personalizzazione si è spinta al punto da investire il virus di una missione pedagogica: «far apparire, come in inchiostro simpatico, i disturbi e le ingiustizie di questo famoso “mondo di prima” che tutti, improvvisamente, si sono trovati d’accordo a trovare assolutamente detestabile. Come se un virus pensasse! Come se un virus volesse!» [3].

Così, non devono sorprenderci né le mistificazioni e strumentalizzazioni politiche, né l’accoglienza calorosa che ad esse continuiamo a riservare, sempre ansiosi di allontanare il peso delle responsabilità cercando spiegazioni semplici a fenomeni complessi.

Infatti, per superare lo sgomento e continuare a vivere con la coscienza pacificata, non è inusuale fare ricorso a razionalizzazioni – giustificazioni a posteriori – che non devono necessariamente essere razionali.

Un esempio di razionalizzazione irrazionale lo offre, in modo ironico, Eric Fromm attraverso il racconto di una barzelletta: «Una persona che si era fatta prestare un barattolo di vetro da un vicino, e che l’aveva rotto, invitata a restituirlo, ha così risposto: “in primo luogo, te l’ho già restituito; in secondo luogo non te l’ho mai chiesto in prestito; e in terzo luogo, era già rotto quando me l’hai dato”»[4].

Meccanismi del genere fanno sorridere, certo, ma non sono diversi da quelli che stiamo utilizzando (“il virus non esiste e se esiste lo portano i migranti, ma comunque io l’ho già preso, ergo balliamo!”) e individuano un grave pericolo per le società democratiche: nel bandire la complessità del pensiero, facendo ricorso o aderendo a semplificazioni irrazionali, sbrigative e pretestuose, deprimiamo le nostre possibilità di stabilire un dialogo reale con gli altri, con i fatti, le istanze e i bisogni concreti e ci auto-confiniamo, quindi, nell’isolamento, nell’irrilevanza e nell’impotenza sociale e politica.

È in tali dimensioni – di irrilevanza, di impotenza, di isolamento – che all’individuo tutto va bene: qualsiasi aggiustamento, mimetismo o giustificazione sono benvenuti, purché funzionali a ristabilire una situazione di funambolico equilibrio tra lo stare al mondo e l’esonero dalle responsabilità che crediamo, erroneamente, di poterci conferire…

… “Ci ho pensato molto sai. Non è vero che gli intellettuali non servono a niente.

Ah no? E a che cosa servirebbero?

A sentirsi meno soli. (…) La cultura non è una cosa fumosa,” disse Cesare (…) “La cultura sono le strade su cui camminiamo, le case dove abitiamo, le parole che ci girano in bocca”.[5]

 

[1] Giacomo Papi, Il censimento dei radical chic, Feltrinelli, Milano 2020, p. 9.

[2] Ibidem, p. 38.

[3] Bernard-Henri Lévy, Il virus che rende folli, La Nave di Teseo, Milano 2020, pp. 38-39.

[4] Eric Fromm, Fuga dalla Libertà, Mondadori, Milano 2015, p. 167.

[5] Giacomo Papi, op. cit., p. 138.


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a cura di Michele Lucivero

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È laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Catania con una tesi sull’ermeneutica di Hans Georg Gadamer. Abilitato in Filosofia e Storia presso la SISSIS dello stesso Ateneo, si è poi specializzato nelle attività di sostegno presso l’Università degli Studi di Padova. Ha conseguito un master di II livello in Politiche sociali, pari opportunità e culture mediterranee (Università degli Studi di Catania). Attualmente vive a Vicenza insieme alla sua famiglia e lavora come insegnante nella scuola pubblica.