6 dicembre, Langella (Pci) ricorda i morti della ThyssenKrupp

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Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 – scrive in una nota Giorgio Langella (PCI – federazione regionale del Veneto) – sette operai dello stabilimento ThyssenKrupp di Torino morirono per le ustioni riportate dopo una fuoriuscita di olio bollente che aveva preso fuoco. Una tragedia dovuta alle scarse o nulle condizioni di sicurezza nelle quali erano costretti a lavorare. Non un “incidente” ma una vera e propria strage con responsabili ben individuabili.

Per questi omicidi sono stati condannati con sentenza definitiva nel 2016 l?ex ad Harald Espenhahn a nove anni e otto mesi; i dirigenti Marco Pucci e Gerald Priegnitz a sei anni e dieci mesi, il membro del comitato esecutivo dell?azienda Daniele Moroni a sette anni e sei mesi, l?ex direttore dello stabilimento Raffaele Salerno a otto anni e sei mesi e il responsabile della sicurezza Cosimo Cafuer a sei anni e otto mesi. Ma è doveroso e necessario ricordare che Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz che dovrebbero scontare la pena in Germania sono a piede libero. E, probabilmente, non sconteranno neppure un giorno di carcere.

Come si può definire questa impunità se non assenza di giustizia. Dov’è la certezza della pena tanto sbandierata quando a delinquere è qualche poveraccio? E dove sono le pressioni del governo italiano perché sia resa giustizia e questi personaggi, che sono stati diìchiarati colpevoli, scontino la condanna? Forse nel sistema capitalista nel quale siamo costretti a vivere e che viene definito “democratico e civile”, il carcere è riservato solo per chi non è ricco e famoso. La realtà, infatti è confermata da troppi episodi di impunità: i ricchi sono più garantiti dei poveri e i padroni godono di sempre maggiori privilegi mentre i lavoratori hanno sempre minori diritti.
A distanza di 11 anni noi vogliamo almeno ricordare i nomi degli operai uccisi: Antonio Schiavone, Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo, Bruno Santino. E vogliamo anche ribadire che poco o nulla è stato fatto per garantire sicurezza nei posti di lavoro. Che la sicurezza è considerata da “lorpadroni” un costo, che chi vive del proprio lavoro è soltato (sempre per “lorpadroni”) un pezzo di ricambio che deve costare poco. Se non fosse così non ci sarebbero tanti morti nei luoghi di lavoro. 

Bisogna riflettere: da inizio anno al 5 dicembre 2018 i morti nei luoghi di lavoro sono 670. Sono già 36 in più rispetto al totale dei morti in tutto il 2017. Una crescita spaventosa che si giustifica solo con l’indifferenza dei “dirigenti” del nostro povero paese, siano al governo o alla confindustria o altre associazioni padronali, verso quegli omicidi veri e propri che vengono definiti “morti bianche” (chissà poi perché, forse per farle apparire più accettabili) e che non sono mai (o quasi mai) dovuti a fatalità. Alziamo la testa e lottiamo perché lavorare non significhi più morire, ammalarsi, diventare invalidi. Nessuno ci regalerà mai niente, tanto meno la sicurezza di tornare a casa vivi e sani dai luoghi di lavoro. Questo è un diritto che ci dobbiamo conquistare lottando.

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