Quotidiano | Categorie: Fatti, Giudiziaria, giornalismo

L'ex BPVi Gianni Zonin vuole un milione dal direttore di VicenzaPiù, ed è subito udienza il 25 ottobre. Giovanni Coviello che ha difeso dal suo ex presidente la Fondazione Roi "cita" Il Fatto: la liberta di stampa costa, ma ripaga

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile) Lunedi 24 Ottobre 2016 alle 20:14 | 0 commenti

ArticleImage

Dopo il disastro della Banca Popolare di Vicenza parte il 25 ottobre il primo processo: contro Gianni Zonin? No, inizia subito quello da lui chiesto contro di me, direttore di  VicenzaPiù, che ho rivelato e documentato recentemente la verità anche sui buchi della Fondazione Roi dopo aver iniziato con la mia redazione a raccontare quella sulla BPVi fin dal 13 agosto 2010, poi raccolta in "Vicenza. La città sbancata" arrivata ora alla sua seconda edizione arricchita di sezioni e che in 368 pagine dice tutto quello che a Vicenza nessuno ha raccontato mentre avveniva. Si terrà, quindi, a partire da domani, 25 ottobre, dalle 9 al "vecchio tribunale" di Vicenza, sezione civile, giudice la dottoressa Elena Sollazzo, la prima udienza conseguente alla mia citazione da parte dell'ex presidente della Fondazione Roi.

Il tristemente noto Cav. Lav. Dott. (così si firma Gianni Zonin) chiede, a favore della Roi, danni milionari credibili e gonfiati come il valore delle azioni della BPVi piazzate a decine di migliaia di risparmiatori ignari a 62,50 euro durante la gestione sua e del suo Cda per poi rivelarsi pezzi di carta da 10 centesimi e forse meno

Il primo processo legato al disastro epocale delle imprese di Gianni Zonin, W la giustizia italiana e vicentina, non si terrà contro il sistema di potere, denunciato "per una sola volta" dopo il suo silenziamento immediato successivo, anche da Jacopo Bulgarini d'Elci vice di Achille Variati (tutti nella foto con Zonin), sistema che ruotava intorno a chi ha tolto dalle tasche di 118.000 soci ben 6.3 miliardi di euro e che ancora non è stato né rinviato a giudizio né tantomeno limitato nelle sue libertà o privato dei suoi beni come avvenuto, invece, per Vincenzo Consoli, il suo "omologo" in Veneto Banca.

Ma, in attesa, chissà se e quando, di quel processo, da subito lavorerà la giudice Elena Sollazzo per valutare le accuse da "lite temeraria" del re di Vicenza, "le Roi de Vicence", che pretenderebbe un milione di euro di danni che sarebbero stati arrecati alla Fondazione Roi dal sottoscritto.
La mia colpa secondo il Cav. Lav. Dott. di Gambellara?

Aver denunciato e documentato proprio la mala gestio della Fondazione da parte del suo Cda con in testa tre rappresentanti maggioritari della BPVi, che, dimessosi il presidente Zonin a furor di "verità", rimangono in due, Marino Breganze e Annalisa Lombardo, ancora seduti su quelle poltrone tarlate per le quali non ci sono soldi per "restaurarle" dopo che decine di milioni di euro sono stati bruciati da investimenti azzardati in azioni, guarda caso, della Popolare di Vicenza e nell'acquisto dell'altrettanto mal ridotto ex Cinema Corso, tutti fatti da me denunciati con documenti e ora sanciti dal bilancio della Roi che evidenzia un rosso di almeno 24 milioni di euro che sottoporrò alle valutazioni non solo della giudice ma della pubblica opinione.

Non è la prima volta che io come direttore, tutti come redazione di VicenzaPiù, siamo minacciati, denunciati, censurati, "taccheggiati" al contrario da aziende anche pubbliche che finanziano i media amici e lavorano perché la nostra voce viva dal 25 febbario 2006 sia zittita. 

Se a breve vi racconteremo tutto questo, esibiamo fin da oggi come "medaglie" al valore (per la difesa della libertà di stampa) l'inchiesta nata contro di me dieci anni fa per "uccidere" sul nascere questo mezzo e le uniche due condanne finora subite e neanche "opposte" (tanto non ne valeva la... pena essendo una da 800 euro, l'altra da 750 euro) su querela, la prima, dell'ex pm Paolo Pecori e, la seconda, dell'attuale assessore regionale Elena Donazzan, due "nomi" che fanno capire chi siano gli accusatori e chi sia l'accusato e quali potessero essere le loro accuse e quali le nostre azioni a tutela dei lettori..., accuse che rigettiamo, azioni che rivendichiamo.

E siccome a noi piace, se ne accorgerà il nostro nuovo accusatore di "sistema", basare la nostra informazione quotidiana sui fatti, oggi citiamo, noi, Il Fatto quotidiano e il suo primo direttore nonché fondatore, Antonio Padellaro, che inizia il suo ultimo libro, "Il Fatto Personale", con la pagine che vi proponiamo di seguito.

Se sapessimo scrivere come lui, per rappresentare il nostro modo di intendere la libertà di stampa le avremmo scritte noi le pagine di Padellaro solo riducendo proporzionalmente alla diffusione dei due mezzi, nazionale il suo, locale il nostro, la quantità delle querele e minacce subite e l'ammontare dei danni richiestici (ad oggi circa 1,3 milioni di euro, di cui i primi 300.000 già bocciati...).

Non le abbiamo sapute scrivere, ma le sottoscriviamo...

Eccole

 

Io finirò in galera

Il prezzo della libertà di stampa

Di Antonio Padellaro

Con una certa serenità e rassegnazione non escludo che finirò dietro le sbarre. Non si tratta di esorcizzare l'idea, è solo che il nostro quotidiano web nasce con un atto di fede: siamo un giornale libero, non abbiamo padroni e lo dimostriamo in tutti i modi, forse anche oltre il dovuto. E una linea così costante e determinata ci ha creato nel tempo un esercito di nemici. E di querele e minacce: in poco più di dieci verrà chiesto all'autorità giudiziaria di procedere per ben 471 volte contro il quotidiano in sede penale e civile. Ma, soprattutto, ci verranno richiesti risarcimenti per un totale di 141 milioni di euro. Una cifra tale che, se per ipotesi i giudici italiani si coalizzassero per farci pagare fino all'ultimo euro, il nostro quotidiano chiuderebbe per debiti. Fortunatamente la maggior parte di queste azioni sono destinate a finire nel nulla e molti processi si sono già conclusi a nostro favore. Certo, qualche causa l'abbiamo persa e ci è costata cara!
Insomma, in questo mestiere farsi odiare comporta certamente rischi ma produce anche ebbrezza. Sentirsi alla pari con il potere, e non sui gradini sottostanti dove stanno tutti gli altri, è la molla della professione. Ricordo che quando stiamo per lanciare il nostro quotidiano web Quotidiano, una delle nostre prime riunioni viene dedicata proprio al problema delle cause, soprattutto quelle civili con le relative richieste di risarcimento danni. A metterci in guardia è Bruno Tinti, azionista del giornale ed ex magistrato esperto di leggi sulla diffamazione. «Attenti, uno dei problemi più gravi sarà difendervi dalle maledette citazioni. da noi qualsiasi giudice ha la discrezionalità di autorizzare richieste milionarie di risarcimento. Vuol dire che nel bilancio del giornale c'è una voce con un enorme punto interrogativo, soprattutto se vogliamo fare un giornale di attacco, che non faccia sconti a nessuno». Prendiamo in considerazione perfino l'ipotesi di una testata pirata, con sede in una delle isole della Manica, dove l'extraterritorialità ci permetterebbe di scrivere quel che ci pare, senza essere inseguiti dalla magistratura italiana. Ovviamente, non è possibile e ben presto scopriamo che, purtroppo, Tinti aveva ragione. Ci ritroviamo sommersi dalle querele e io come direttore responsabile - nel caso di condanna - rispondo in solido. Ecco perché rischio costantemente di finire in galera. E se dovessi scegliere tra il carcere o mandare sul lastrico decine di famiglie a causa della chiusura del giornale non avrei dubbi: opterei per la prima evenienza. Magari per un periodo non troppo lungo, sperando nella clemenza della corte!
Una condizione con cui noi del Fatto ci dobbiamo sempre scontrare è che in Italia non è prevista la possibilità di rivalsa sulle cosiddette "querele temerarie": chiunque può chiedere milioni di euro per una presunta imprecisione senza rischiare nulla. Se l'autorità giudiziaria riconosce l'inconsistenza delle accuse (otto casi su dieci), il querelante non paga alcunché per lo spreco di tempo e di denaro pubblico, oltre che per i falsi addebiti. Anche se, per essere precisi, 1,articolo 96 del Codice di procedura civile, punisce l'autore della querela infondata imponendogli un risarcimento, ma si tratta di una norma blanda e raramente applicata, anche perché il danno deve essere concretamente provato. Se a sbagliare sono i giornalisti è giusto che questi paghino. All'epoca del caso di Alessandro Sallusti, finito ai domiciliari proprio perché dichiarato colpevole di diffamazione, sempre Bruno Tinti è il primo a sostenere che chi vìola le leggi deve essere punito secondo le stesse. È inutile girarci attorno: se veniamo condannati in via definitiva o se preferiamo transare con il querelante, vuole dire una sola cosa: abbiamo lavorato male. Noi giornalisti siamo tutt'altro che infallibili: commettiamo errori anche noi, spesso per ragioni legate all'urgenza del nostro mestiere ma, principalmente, per superficialità.

Commenti

Ancora nessun commento.
Aggiungi commento

Accedi per inserire un commento

Se sei registrato effettua l'accesso prima di scrivere il tuo commento. Se non sei ancora registrato puoi farlo subito qui, è gratis.

ViPiù Top News
Commenti degli utenti

Mercoledi 16 Agosto alle 18:04 da kairos
In Edilizia residenziale pubblica, Isabella Sala: avviso per l'acquisto di alloggi da parte del Comune di Vicenza

Mercoledi 16 Agosto alle 14:58 da jobtwodott
In Polizze anti catastrofi, Luca Zaia: sono la soluzione

Lunedi 14 Agosto alle 20:25 da kairos
In Canone tv, stavolta Renzi ci ha preso: nel 2016 emersi oltre 5,6 milioni di "evasori", in Veneto quasi 700 mila con saldo a +38,1%
Gli altri siti del nostro network