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Vicenza si è fatta bella oppure no? Lo decidono sempre i cittadini

Di Video servizio di Enrico Zolla Sabato 13 Gennaio alle 10:14 | 0 commenti

Da qualche anno a Vicenza sono comparsi cartelli che invitavano i cittadini ad avere pazienza la città si fa bella sorge ora la domanda. Vicenza, si è poi fatta bella? Possiamo anche oggi ripetere senza retorica e usi strumentali l'affermazione che Vicenza è bella. Certo nel ricordo, nei libri che la celebrano, nei visitatori illustri da de Montaigne a Goethe e ai tanti ignoti che l'hanno ammirata la città è bella ma nella quotidianità appare ancora tale? Il degrado la fa da padrone. In centro non vengono cancellate le scritte sul parapetto di una scala della basilica, in periferia a rimanere sono le bestemmie scritte sui tronchi degli alberi.

Due esempi che però accompagnano tanti troppi altri e denunciano lìincapacità di operare di una amministrazione che si è fatta bella a parole ma incapace nei fatti perfino a conservare la bellezza come attesta la situazione di Santa Maria Nova del Palladio abbandonata all'incuria. E di questo gli elettori, quelli della parte politica del sindaco uscente, se ne sono già accorti bocciando il suo candidato.

Per fortuna nostra, questo è il bello della politica: decidono i cittadini cosa è bello e cosa no, cosa è vero e cosa no.

Testo in collaborazione con Italo Francesco Baldo

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A CAMMILLO CAVOUR


nel 1867.

___


O nell’ora del nembo e del periglio
Sempre invocato, che più grande appari
Quanto più gonfi il trepido naviglio
4Battono i mari;

Chiuse son l’Alpi allo stranier: clemente
Rise una volta a’ popoli fortuna:
Tutte al suo desco le città redente
8Italia aduna.

Più non cercar. Delle battaglie il nome
Oh non chiedere a’ tuoi: sovra qual onda,
Sovra qual campo; e se le nostre chiome
12Lauro circonda.

A’ vincenti terribile il vessillo
Parve d’Italia: i giovani guerrieri
Volâr sull’ erta, ma con noi, Cammillo,
16Tu più non eri.

[p. 180 modifica]

Invan crebber le file: invan da’ porti
Più possente navil sciolse il nocchiero;
Non valser tante prue, tante coorti
20Il tuo pensiero.

In picciol nido l’aure interrogando,
Con poco stame a lunga tela assiso,
E l’ovra della mente ardua velando
24Di facil riso,

Gli occhi alzasti; e di fanti e di cavalli
Alla muta parola obbedïenti
Dal Cenisio sull’itale convalli
28Sceser torrenti.

E pria sul lido del remoto Eusino
Fra le pugne agitata e fra le nevi
La morta face del valor latino
32Raccesa avevi.

A’ cupi genî del Tirren custodi
Serti offrivi non visto, e taciturna
La partenza pregavi e fida ai prodi
36L’aura notturna,

Quando dell’Etna alla fremente riva
I Mille veleggiavano; portavi,
Celando sotto il mar la man furtiva,
40Le balde navi.
[p. 181 modifica]


Sparver gli avversi troni; e del tuo spiro
Che percorrea de’ novi abissi il seno,
La possa irresistibile sentiro
44Adria e Tirreno.

Itali fummo. Ed esultavi allato
Del Re più degno in Campidoglio atteso,
Quando cadevi, e dell’Italia il fato
48Parve sospeso.

Ansio cadevi dell’Olimpo al piede,
Indomato Titano. Orfana ancora
Sull’orma tua, cui pari altra non vede,
52Italia plora.

Ode di pugne inauspicate il foro
Risonar tempestoso; ed ella intanto
A’ suoi mali non trova altro ristoro
56Che sdegno e pianto.

Dell’indugio si sdegna e de’ consigli
Con gioco assiduo sul fiorir recisi;
D’altre barriere, che di monti, i figli
60Piange divisi.

O nata a non perir, stirpe fatale!
O risorgente dalle tue ruine
Popolo, che ricigni or l’immortale
64Infula al crine;
[p. 182 modifica]


De’ secoli più grande e de’ tuoi guai,
Se come in altro dì non ti è concesso
Reggere il mondo, mostra almen che sai
68Regger te stesso.
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