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Veneto da gustare. Villa Barbarigo a Noventa Vicentina, detta la "Villa dei Dogi". E i profumi di un'antica ricetta della Serenissima: risi e bisi con oca in onto

Di Attilio Marco Dorello Domenica 26 Febbraio 2017 alle 12:05 | 0 commenti

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Breve storia della Villa

Villa Barbarigo viene progettata nel 1588 da un mastro muraro ,probabilmente allievo di Andrea Palladio,e vede la sua prima luce nel 1590. La nobile famiglia veneziana Barbarigo in questo pregiato edificio identifica la sua volontà di celebrare la grandezza del Casato, che ha consegnato alla storia due fratelli divenuti Dogi della Serenissima: Marco ed Agostino Barbarigo. Nel XVII secolo Franceschina Barbarigo, ultima erede della nobile famiglia, sposa un Lorendan, che acquisisce la proprietà della Villa. A metà del Settecento la Famiglia Rezzonico diventa l'ultima titolare del prestigioso sito. Nel medesimo periodo i Rezzonico commissionano a Giambattista Tiepolo la celeberrima Pala di S. Rocco e S. Sebastiano, posta nel Duomo di Noventa. Solo nel 1891 la villa viene acquistata dal Comune di Noventa Vicentina.

Il doge Agostino BarbarigoLe caratteristiche architettoniche
La villa risulta essere suddivisa in quattro piani e si compone di un corpo centrale, sormontato da un frontone con al centro due logge e che si sviluppa con due ali laterali simmetriche tra loro.
Il primo piano, quello terreno, era adibito ad uso cucine e stanze di servizio, e sostiene il piano nobile destinato alla vita pubblica, dove venivano conclusi affari e trattative di vario genere.
Il secondo piano era riservato alla vita privata: sul grande salone principale - Sala Paradiso- si aprono gli studi e le camere dei signori. Infine l'ultimo piano è il solaio, uno dei pochi abitabili nelle ville di questo periodo con funzione presumibilmente anch'esso di servizio. Antistante alla villa e al suo giardino, si trova la grande piazza granaria in cui dopo il raccolto venivano depositate le messi che, una volta registrate, venivano stipate nelle barchesse che la delimitano. Le barchesse non fungevano solamente da magazzino ma anche da alloggio per la servitù. Chiudevano il complesso nella parte posteriore un altro piccolo giardino, le due colombare e l'edificio delle stalle, oggi andato perso e sostituito da uno moderno.
Il vastissimo ciclo di affreschi della Villa è riconducibile ad uno scopo ben preciso: celebrare e glorificare la grande famiglia dei Barbarigo,
Ben nove sale, in due piani, narrano fasti e gesta della nobile famiglia Serenissima
La sala CrocieraLa prima, la Sala Crociera, è annunciata, all'ingresso, dallo stemma dei Barbarigo: uno scudo attraversato da una fascia azzurra, indicante il titolo nobiliare conseguito successivamente, e con le famose "sei barbe".
Secondo la tradizione si racconta, infatti, che il nome della casata deriverebbe dal soprannome di un suo membro, Arrigo, che alla fine del IX secolo sconfisse i pirati che imperversavano lungo le coste adriatiche cingendosi poi la testa con una sorta di corona ricavata dalle barbe degli sconfitti. Da qui Barbariccia poi traslato in Barbarigo.
Proprio i temi narrativi e celebrativi degli affreschi e la presenza dei ritratti dei dogi Marco e Agostino Barbarigo valgono a questa villa il nome di Villa dei Dogi.

Il doge Agostino ferito a morte nella battaglia di LepantoLe vicende narrate si rincorrono sulle pareti come in un libro: ogni scena sul lato principale ha il proprio seguito sul braccio laterale connesso.
Le vicende che vi si trovano rappresentate sono volte a celebrare scontri militari (battaglia di Motta di Livenza del 1411 ) ed imprese eroiche (Lepanto nel 1578), che videro protagonisti alcuni illustri membri della famiglia Barbarigo, oltre al Cardinale Gregorio Barbarigo, santificato nel 1960 da Giovanni XXIII.
Gli artisti che misero mano alla decorazione pittorica dell'edificio a partire dalla fine del XVI secolo furono diversi e stilisticamente abbastanza riconoscibili. Il primo fu Antonio de Ferrari detto Foler (1536 -1616), veneziano e molto probabilmente primo responsabile della decorazione della villa.
Artista di esperienza, risulta iscritto alla Fraglia pittorica veneziana dal 1590 al 1612 e a lui furono affidate le scene storiche imponenti e più importanti e celebrative della Sala Crociera al primo piano.
Il tempo che scopre la I particolari più brillanti e curati stilisticamente si attribuiscono invece al secondo artista principale: Antonio Vassillacchi detto l'Aliense. Di origine greca (nasce nell'isola di Milo nel 1556) si sposta con la famiglia ancora bambino a Venezia. Dato il suo spiccato talento artistico, giovanissimo entra a far parte della bottega di Paolo Veronese e ben presto ne diviene il pupillo.
Al secondo piano, quello privato, si nota un'ulteriore mano pittorica, quella di Luca Ferrari detto Luca da Reggio. Egli nasce a Reggio Emilia il 16 febbraio 1605 e dall'età di 22 anni lavora nella bottega di Ludovico Tiarini a Modena. Si trasferisce in seguito a Padova e dal 1637 risulta iscritto alla Fraglia pittorica padovana, periodo in cui si accosta all'opera di Paolo Veronese e Francesco Maffei, restando però legato fortemente al gusto narrativo e al naturalismo attento e preciso della pittura emiliana. Abile decoratore dalla forte vena narrativa e dalla tavolozza quasi veneziana, egli è considerato il più significativo testimone dei rapporti che nel Seicento sono intercorsi fra la pittura veneta e quella emiliana, nonché rappresentate dello stile barocco nell'arte di affrescare.
Lo stemma con la Lupa di Roma e il Leone di S. MarcoIn questo piano cambia anche la natura degli affreschi che vanno a rappresentare scene classiche della mitologia con una finezza e un gusto delicato proprio di questo artista.
L'ultimo lavoro decorativo viene eseguito nell'Ottocento da Lorenzo Giacomelli che pone la sua opera al centro della maestosa tela "Il tempo che scopre la Verità" (1891-1893) che funge da soffitto in Sala.
Non si può concludere la visita senza notare nella parete ovest lo stemma che vede affiancati la Lupa di Roma e il Leone di San Marco. Anche questa raffigurazione è attribuibile al periodo in cui la villa passa sotto la proprietà della famiglia Rezzonico e, in particolare, si riferisce al cardinale Carlo Rezzonico eletto Pontefice nel 1758 con il nome di Clemente XIII.
E' doveroso ricordare che la villa custodisce il salottino appartenuto allo scrittore vicentino Antonio Fogazzaro. e donato dalla figlia Maria al comune di Noventa.

 

Le ricette della tradizione: oca in ontoDopo la visita, un momento di relax gastronomico, con la tradizione basso vicentina della "carne d'oco nella pegnata"

L'uso di mangiare carne ricavata da volatili di grosse dimensioni si diffuse in tutto il Veneto a partire dal 1500, in particolare nel Basso Vicentino e nella Bassa Padovana.
L'oca in "onto", di probabile origine ebraica significa "conservare la carne a lungo", fino a due anni. La troviamo nella formula a cotto e crudo. Oggi è una PAT (prodotto agroalimentare tradizionale italiano). Nel libro "Itinerari Gastronomici Vicentini" del 1962 si legge: "Anche la più modesta, la meno provvista delle cucine vicentine, ha le sue riserve" "in ogni occasione, perché non una famiglia rimane, d'inverno, senza l'oco onto" ... "La carne si conserva perfettamente per tutti i mesi dell'inverno e fornisce la mensa nei giorni in cui non si abbia altro da portare in tavola. Ottima è la compagnia dell'oco onto che si cuoce in svariate maniere, con una buona minestra di risi e bisi, specie se i piselli sono quelli di Lumignano".

Le ricette della tradizione

Risi e bisi e oca in onto
Ingredienti per 4 persone:
1 kg di piselli freschi, meglio se di Lumignano
200 gr di riso vialone nano
40 gr di burro
40 gr di prosciutto crudo tagliato a listarelle
½ cipolla affettata
1 cucchiaio di prezzemolo finemente tritato
1 litro di brodo vegetale
4 pezzetti (circa 200 gr.) di oca in onto già pronta in vaso
40 gr di Grana Padano
sale e pepe
Esecuzione

Sgranate, lavate e scolate i piselli. Ponete in una casseruola 20 gr di burro, il prosciutto a listarelle, la cipolla e il prezzemolo. Fate rosolare a fuoco moderato, poi aggiungete i piselli. Mescolate, lasciate insaporire, bagnate con metà del brodo a disposizione, versato a poco a poco, e portate i piselli a metà cottura. Versate nella casseruola il brodo rimasto, portate a bollore e fate scendere a pioggia il riso. Qualche minuto prima di fine cottura, togliete i pezzetti d'oca dal vaso, togliete il grasso in eccesso e versateli nella casseruola. Portate a cottura il riso, mescolando con delicatezza; regolate il sale, aggiungete il burro rimasto, spolverizzate con un po' di pepe macinato al momento e con il grana grattugiato, quindi servite. La consistenza dovrà essere quella di un risotto molto liquido, quasi una minestra. Questo antichissimo piatto della Serenissima deve essere assolutamente affiancato da un colli berici cabernet doc .Buon appetito...con San Marco.

PER INFO :
www.noventavicentina.gov.it
www.consorzio.bevidoc.it
www.provincia.vicenza.it/ente/la-struttura-della-provincia/servizi/agriturismo/guida-agli-agriturismi/Guida%20Agriturismi.pdf

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