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Una storia, una scelta, una vita. Il Quaderno di Ugo De Grandis su Renzo Ghisi "Scapaccino".

Di Alessandro Pagano Dritto Lunedi 14 Ottobre 2013 alle 22:50 | 0 commenti

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Esce in questi giorni di ottobre il Quaderno di Storia e di Cultura Scledense Nei secoli fedele, in cui lo storico Ugo De Grandis racconta la vicenda umana e resistenziale del partigiano mantovano Renzo Ghisi «Scapaccino», morto a Valli del Pasubio, nell’Alto Vicentino, il 17 giugno 1944. 

Erano passati appena cinque giorni dal suo ventiquattresimo compleanno, quando un gruppo di rastrellatori «russi» - ex uomini dell'Armata Rossa arruolati nell'esercito del Reich - intercettava lui e l'amico Guido Vigoni «Mantovan» mentre, disarmati, andavano a prendere il latte per la colazione dei partigiani compagni di pattuglia.

L'opera di De Grandis si propone di raccontare e dare la giusta importanza alla vicenda del giovane, fino a tempi recenti oggetto di alcuni fraintendimenti che lo storico si è sentito in dovere di correggere.

 

Mantovano di Ostiglia, Renzo Ghisi viene sorpreso dall’8 settembre 1943 a Verona, dove sta trascorrendo un periodo di riposo prima di rientrare in servizio. Il clima da subito percepibile di grande incertezza seguito alla lettura del testo dell’armistizio lo convince a raggiungere la casa di famiglia a Ostiglia, dove lo aspettano i genitori, le sorelle e i fratelli. Lo stesso giorno, ma in altro luogo, l’amico Guido Vigoni ingaggia col suo reparto uno scontro a fuoco coi tedeschi, viene messo al muro, ma fingendosi morto riesce a sopravvivere alla fucilazione e si rimette anche lui sulla via di casa.

È il gennaio 1944 quando la Guardia Nazionale Repubblicana viene a cercare Renzo perché si presenti ai bandi di chiamata di Rodolfo Graziani, ma il ragazzo, che ha allora ventitre anni, dopo un breve periodo preferisce comunque disertare: è carabiniere e sa bene che i carabinieri non sono ben visti nelle formazioni della Repubblica Sociale di Mussolini, anche perché è loro attribuita la responsabilità della morte dell’ex segretario del Partito Nazionale Fascista Ettore Muti, avvenuta in agosto. Il suo ruolino matricolare lo dà «sbandato a Schio» per il 30 maggio 1944.

E lì, infatti, a Schio, Renzo sembra avere un contatto: non è ancora chiaro di chi si sia trattato, ma tanto basta perché il ragazzo si incammini. Lo segue a breve distanza di tempo, o più probabilmente viaggia insieme a lui, l’amico Guido.

Arrivati a Schio, i due ragazzi vengono arruolati in una pattuglia di stanza a Santa Caterina, frazione del paese altovicentino. È la pattuglia comandata da Primo Reghele «Bixio», partigiano e, anche lui, carabiniere. Ancora poco esperti di vita partigiana, durante l’operazione di sabotaggio su grande scala che verrà ricordata come prima notte dei fuochi, 15-16 giugno 1944, i due vengono lasciati a custodia della base. Avendo svolto tutto sommato un lavoro tranquillo, la mattina del 17 giugno Renzo e Guido si propongono di scendere loro stessi in paese per prendere il latte della colazione, disarmati per evitare rappresaglie sui civili nel caso fossero incappati in un controllo.

Alla vista dei «russi», i due si dividono, allora e per sempre, e scappano in direzioni diverse, forse nella speranza di raggiungere entrambi i boschi del vicino monte Enna e lì trovare poi riparo.

Guido Vigoni, che aveva deciso di chiamarsi «Mantovan» in omaggio alla sua terra, viene visto vivo un’ultima volta, catturato, da una staffetta. Poi più nulla. Non si sa cosa gli sia successo, non c’è un cadavere che ne testimoni con certezza la morte. Nel 1949 sarà stilato un definitivo verbale di irreperibilità.

Il destino di Renzo è invece ben noto, ed è atroce. Legato a un carretto per il collo con un nodo non scorrevole, è costretto a seguire il mezzo chinato, perché è alto circa un metro e ottanta. A un certo punto dalla colonna dei rastrellatori ormai sulla strada del ritorno si stacca «un sergente, che parla anche lui un ottimo italiano» - così lo descrive una fonte - e si avvicina al partigiano. I due scambiano alcune parole, poi il sergente estrae una pistola e spara a entrambi i piedi del ragazzo, che cade per terra. Qualcuno sprona l’animale al traino del carretto a muoversi più velocemente, ogni volta che Renzo allunga una mano per aggrapparsi al mezzo, il calcio di un fucile lo respinge. Poi, dopo undici chilometri, alla curva de la Crose poco prima di Valli del Pasubio, qualcuno decide che è abbastanza e spara una raffica di mitra contro il partigiano, che viene lasciato lì. Soccorso da due staffette che ne colgono gli ultimi momenti di vita, stringe in mano la foto di una ragazza mora con gli occhi sognanti: è Bruna Ratti, la sua fidanzata, che il 16 gennaio del 1942 aveva scritto dietro quella foto una semplice dedica: «al mio Renzo».

Questa è la vicenda del carabiniere e partigiano Renzo Ghisi «Scapaccino». Ci sarebbe altro da aggiungere, su come si sia evoluta la vicenda fino ai giorni nostri, su alcuni personaggi di contorno, ma lasciamo al libro di De Grandis di raccontarlo.

Scrive lo storico che questa vicenda può essere considerata «paradigma di quella generazione di italiani che […] scelsero, a rischio della propria vita, di schierarsi dalla parte degli oppressi»  (p. 4); chi scrive ritiene possa essere considerata un esempio anche dal punto di vista narrativo, con gli elementi del viaggio, della ribellione, della morte, dell’odio e degli echi di un amore lontano che le sono propri. L’augurio è che la curiosità per una bella e triste lontana vicenda umana come quella di Renzo Ghisi «Scapaccino» possa avvicinare molte persone di oggi allo studio e alla conoscenza di quel tempo antico e attuale che fu la Resistenza. 


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