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Ugo De Grandis racconta Antonio Trenti, l'antifascista dimenticato

Di Alessandro Pagano Dritto Domenica 8 Dicembre 2013 alle 02:01 | 0 commenti

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Il magrediense Antonio Trenti vide forse il suo nome sul giornale un’ultima volta nell’anno della morte, quando già era ricoverato all’ospedale di via Baratto, Schio: era il 1979. Ironia della sorte, il libro in cui si annunciava il racconto delle sue gesta e di quelle di altri brigatisti nella guerra di Spagna non fu poi mai realizzato e così il suo nome ritornò, dopo un breve ultimo fulmineo lampo di notorietà, a essere dimenticato. 

Quando anni dopo lo storico suo compaesano Ugo De Grandis – di cui esce in questi giorni Da Magrè alla Spagna, passando per Francia, Belgio e URSS. La straordinaria biografia di Antonio Trenti, militante internazionale - cercò di ricostruire le linee delle sue vicende, constatò che erano in molti a non sapere nulla di lui: solo un vecchio dirigente del PCI locale, Carlo Piva, riuscì a fornire qualche vago ricordo dei suoi ultimi tempi dopo il ritorno a Schio.

Eppure ci furono giorni lontani in cui l’attenzione della stampa, e non solo di quella, su Trenti era stata fortissima e gli aveva causato non pochi problemi.

Antonio Trenti nasce nel 1902 da Giuseppe Trenti e Luigia Grendene. Sin da giovane avvicina le idee socialiste e nel 1921 parteciperà coi locali Arditi del Popolo agli scontri con le nascenti formazioni fasciste. Tra il gennaio 1922 e l’aprile 1923 è militare nel 2° Reggimento alpini di Gorizia e anche qui potrebbe aver partecipato ad alcuni scontri: l’ipotesi – avanzata da De Grandis – è data da un allontanamento ingiustificato dalla caserma che gli fruttò una denuncia e che coincide con i primi scontri conosciuti nella zona.

Conclusa la leva, Trenti decide di espatriare con alcuni familiari prima in Francia, poi per un breve periodo in Belgio – dove viene espulso per resistenza a pubblico ufficiale - e poi di nuovo in Francia. In questo secondo soggiorno francese si trasferisce a Parigi, in Rue de Crimèe 229, nel quartiere di La Villette.

La sera del 14 aprile 1930 due fascisti italiani, Giovanni Alberto Verrecchia e Pietro Forcari, muoiono in uno scontro a fuoco nelle strade della capitale francese. Verranno subito accusati due italiani trovati nelle vicinanze del luogo teatro dei fatti: uno è appunto Antonio Trenti. Il processo, iniziato nel gennaio del 1931, è seguito con attenzione non solo dalla stampa francese, ma anche da quella vicentina e quindi dalle autorità italiane. In difesa di Trenti e dell’altro accusato presente in aula, Antonio Ongaro, intervengono importanti esponenti della sinistra nazionale e italiana, tra cui il dirigente comunista Ruggero Grieco (1893-1955). L’esito finale è una condanna per i due accusati in aula; un terzo, Gino Scaramucci, si è rifugiato in Unione Sovietica, altri due nomi verranno rivelati solo da successive indagini. Ma gli anni di prigione – i due ritorneranno liberi il 30 aprile 1933 – non accontentano nessuno: né gli antifascisti, che speravano nell’assoluzione, ne i fascisti, che invece speravano in una pena maggiore. Il nome di Antonio Trenti è comunque da quel momento nei registri della polizia politica italiana, gli stessi che permettono oggi a Ugo De Grandis di ricostruirne i movimenti. Dopo un breve secondo periodo belga – questa volta l’espulsione è dovuta alla partecipazione a una riunione tra comunisti – nel 1935 Trenti parte anche lui per l’Unione Sovietica, dove si sposa con una donna russa, rivoluzionaria bolscevica d’ottobre, di nome Frosja: dei due ci rimane una fotografia color seppia datata 1937: sono in posa, aria seria, seduti l’uno accanto all’altro guardano entrambi alla loro sinistra. Anni dopo, in piena guerra fredda, si sarebbero scritti in un vano tentativo di superare, almeno così, la cortina di ferro che divideva in due il mondo. Ma la cortina sarebbe stata più forte anche di loro e dopo un po’ l’inchiostro sbiadì.

Non si sa bene perché alla fine Trenti facesse domanda di lasciare l’Unione Sovietica. Lo fece in un modo anomalo, quasi sfacciato, come a complicarsi la vita: non solo rivelò la sua presenza all’ambasciata italiana permettendo quindi alla polizia fascista di tornare, dopo qualche tempo di smarrimento, sulle sue tracce, ma motivò pure la sua volontà dicendo di avere un lavoro troppo pesante e un reddito insufficiente: c’era il rischio che le autorità sovietiche non gradissero. De Grandis ipotizza che Trenti avesse avuto sentore del periodo che le comunità straniere avrebbero passato da lì a poco con la repressione staliniana, e con queste anche quella dei comunisti italiani. Trenti riuscì comunque a fuggire evitando il peggio, Antonio Ongaro, suo compagno di prigionia in Francia e anche lui emigrato in Unione Sovietica, invece no: arrestato nel febbraio del 1938, fu fucilato a Butovo, sud di Mosca, il successivo 20 agosto.

Fallito un primo tentativo di farsi mandare in Francia, dove si sarebbe ricongiunto coi suoi, Trenti riuscì a farsi inviare in Spagna, dove nel frattempo era scoppiata la guerra tra i lealisti repubblicani e i ribelli franchisti sorretti dalla Germania di Hitler e dall’Italia di Mussolini. Approdato nel porto di Alicante nell’ottobre del 1937, raggiunge il campo di addestramento di Quintanar de la Republica e si unisce poi alla XII Brigata internazionale, allora impiegata a Fuentes de Ebro a sud di Saragozza. Solo nel settembre 1938 la polizia politica italiana riuscirà a recuperare le tracce del ricercato, proprio mentre la guerra per gli antifranchisti era quasi persa. Smobilitate le brigate, anche Trenti, come molti altri, conosce le dure condizioni dei campi francesi, ma a differenza di altri per lui la strada è più difficile: non può ritornare in Italia per via della polizia, è indesiderato in Francia.

Il 21 agosto 1943, un’ultima traccia burocratica: una richiesta di informazioni. L’8 settembre e gli eventi successivi storneranno poi per sempre dall’antifascista l’attenzione delle autorità.

Chiuso il fascicolo Trenti, quanto seguì lo dicono a De Grandis i suoi familiari. Si sa che l’uomo visse per un periodo a Besançon con la sorella Emma, fino a che una banale infrazione stradale non rispolverò il suo passato di cittadino indesiderato. Fece allora ritorno in Italia nel 1957, prima a Magrè e poi a Schio, con un breve intervallo di lavoro in Svizzera: lì fece lo stradino, a casa custodì biciclette. Le custodì al parcheggio dell’ospedale in cui poi concluse la sua vita e nel quale seppe, forse, di quel volume che avrebbe dovuto raccogliere, promessa vana, anche le sue vicende spagnole.

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