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Telefonate commerciali, la legge che le regolamenta è ferma in Parlamento

Di Rassegna Stampa Lunedi 28 Novembre 2016 alle 09:45 | 0 commenti

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Telefonate a raffica, di giorno e di notte per promuovere offerte imperdibili o per vendere diavolerie varie. Tutto nel nome del risparmio, anche se il più delle volte la promozione finisce per rivelarsi una fregatura. Ma se si pensa di non rispondere al call center si fa anche peggio: il numero del telefono di casa o del cellulare continuerà a comparire in automatico nel database degli operatori che si accaniranno in quel telemarketing da cui è impossibile uscire. E questo nonostante anni di reclami e denunce (dal 2011 a oggi sono state effettuate 25mila segnalazioni e oltre 6mila contestazioni contro le telefonate selvagge, pari a un valore di 7,8 milioni di euro) con una raffica di multe, abbastanza irrisorie, inflitte dai vari garanti ma che hanno fatto il solletico ai big di telefonia, luce e gas al cospetto di un fatturato miliardario. Le aziende possono comprare elenchi completi per appena 5 cent a recapito.

Del resto l’unico strumento che c’è in Italia per difendersi dalle chiamate indesiderate è il Registro Pubblico delle Opposizioni, gestito dalla Fondazione Ugo Bordoni, che dovrebbe tutelare i cittadini che non vogliono più ricevere telefonate commerciali. Ma il condizionale è d’obbligo: al registro, nato nel 2011, sono iscritti 1.519.216 di numeri, circa l’1% delle 13 milioni di linee fisse presenti negli elenchi pubblici. Mentre sono esclusi gli oltre 90 milioni di numeri dei cellulari. Insomma, un flop. Il motivo? Né la gestione né la modalità di iscrizione, che risulta facile e gratuita. “È sbagliata la normativa”, spiega al Fatto Giuseppe Busia, segretario generale del garante della Privacy. Che aggiunge: “È solo a vantaggio di chi chiama”. Vale a dire le aziende di call center che con appena 5 centesimi a recapito comprano elenchi completi di nome, cognome e numero di telefono da contattare. “Prima dell’istituzione del Registro - prosegue Brusia - per poter chiamare a casa era necessario avere un espresso consenso, mentre ora è come se si dicesse ‘se vuoi evitare che ti chiamino, sei tu a doverti iscrivere’”. Ma è nei dettagli che il diavolo nasconde la coda: chi può registrarsi è solo il cittadino, il cui numero telefonico è presente negli elenchi telefonici pubblici. In altre parole chi ha acconsentito a ricevere queste telefonate. Tutti gli altri, cioè la stragrande maggioranza degli italiani esclusi, si ritrovano invece inseriti illegalmente nelle liste dopo aver, magari, compilato un modulo per partecipare a un concorso online o aver attivato una carta fedeltà al supermercato. Come mettere fine a questo incubo? “Bastano un registro unico per numeri fissi e cellulari e - sottolinea il segretario generale del garante della Privacy - l’introduzione della responsabilità solidale fra call center e gestori dei servizi, in modo da consentire all’utente di rivalersi indifferentemente sull’uno o sull’altro per i danni. Solo così - aggiunge - si svilupperà un circolo virtuoso che metterà fine a questo scaricabarile così da essere informati sulle offerte commerciali migliori solo quando ne abbiamo voglia”. Operazione che dovrebbe rimodulare anche il ruolo dei call center. “Se non fossero all’estero - dice Brusia - ci sarebbe più possibilità di controllo e di sanzione che, ad oggi, sono quasi inesistenti”. Una delocalizzazione, quella dei centralini telefonici che, tra l’altro, consente anche il fenomeno delle chiamate “da privato” che rendono irrintracciabile l’azienda, che quindi non sarà mai chiamata a rispondere a un reclamo. Tali chiamate inoltre non garantiscono agli operatori di aver un inquadramento contrattuale regolare. Senza sottovalutare l’altro fenomeno illegale delle telefonate mute: non si riceve una risposta e non si viene messi in contatto con l’operatore a causa dei sistemi automatizzati che, per eliminare i tempi morti dei call center, generano un numero di telefonate superiore agli addetti disponibili. La riforma del Registro delle Opposizioni e il telemarketing sono arrivate in Parlamento negli scorsi mesi con diverse proposte di legge (Cor, M5s, Pd e Sel) che hanno anche avuto la benedizione dell’Agcom. Il presidente Cardani, nel corso dell’audizione in Commissione Lavori Pubblici a inizio novembre, ha apprezzato soprattutto l’inasprimento dell’impianto sanzionatorio in caso di violazioni e di recidiva, con multe che potrebbero arrivare fino al 4% del fatturato annuo delle aziende. È la fine delle telefonate moleste? Non proprio. La battaglia politica per limitare l’aggressività dei call center è partita con una serie di emendamenti al ddl Concorrenza, è poi proseguita con il ddl Bonfrisco che è stato incardinato nel ddl precedente. Peccato che la legge annuale sulla Concorrenza sia ferma da mesi in Senato. Si pensava di concludere l’esame in Aula prima del referendum. Ma così non sarà. Ad oggi non si sa se il ddl Concorrenza verrà mai approvato.
Di Patrizia De Rubertis, da Il Fatto Quotidiano


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