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Tangenti Eni, Il Fatto: l'attuale ad Claudio Descalzi compiaceva Bisignani "perché era uomo di Scaroni". Il manager vicentino ora presiede l'Istituto di Storia che cerca fondi

Di Rassegna Stampa Domenica 22 Gennaio 2017 alle 12:02 | 0 commenti

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"Eni, compiacevo Bisignani perché era uomo di Scaroni". Il verbale - ecco la versione che l'ad Claudio Descalzi a giugno ha dato ai pm di Milano che indagano sulla presunta maxi-corruzione

di Stefano Feltri e Carlo Tecce, da Il Fatto Quotidiano

Claudio Descalzi aveva capito che dietro il giro di intermediari intorno al grande affare del giacimento nigeriano Opl 245 acquistato nel 2011 per 1,3 miliardi c'era odore di tangenti, ma non sapeva come arginare il suo capo di allora, Paolo Scaroni (notissimo manager vicentino già coinvolto in altre vicende e dal 10 ottobre nominato presidente dell'Istituto per le ricerche di storia sociale e religiosa di Vicenza soprattutto, come scriveva la nota ufficiale, per "la necessità di ricercare un'adeguata continuità di sovvenzioni economiche"..., ndr), e il mediatore Luigi Bisignani.

Nega però di aver saputo che tutto il miliardo pagato dall'Eni era destinato a finire a politici nigeriani, invece che allo Stato, trasformandosi in una colossale tangente. È questa la versione che mette a verbale l'attuale amministratore delegato dell'Eni il 27 giugno 2016, interrogato a Milano dai pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, assistito dal suo avvocato, l'ex ministro Paola Severino.

Descalzi, insieme ad altre 10 persone, è indagato per corruzione internazionale, reato che scatta quando sono stati corrotti funzionari di Stati esteri, a prescindere che poi una parte dei soldi sia tornata ai corruttori (cosa di cui i pm di Milano sono comunque convinti). I pm vogliono capire due cose: Descalzi sapeva che c'era un possibile schema corruttivo dietro l'acquisto del giacimento Opl245 che passava per il mediatore nigeriano Emeka Obi e per Luigi Bisignani? E sapeva a chi sarebbero finiti i soldi che poi sono stati pagati al governo nigeriano, dopo l'esclusione di Obi?

IL RUOLO DI SCARONI. Descalzi racconta: "Nell'estate del 2009, Scaroni mi telefonò e mi chiese se eravamo interessati a un blocco petrolifero in Nigeria denominato 245. Io gli dissi che questo blocco aveva una lunga storia, che si trattava di una concessione che aveva delle criticità legate a un contenzioso molto risalente nel tempo tra Shell e la società Malabu che era la formale titolare della licenza di esplorazione. (...) Lui mi disse che c'era una società riconducibile a un uomo d'affari nigeriano, Obi, che aveva un rapporto con Malabu e che ci poteva aiutare in un eventuale acquisto del blocco e quindi mi invitava a prendere contatto con Obi. (...) Scaroni mi disse che il nome Obi gli era stato fatto da ‘ambienti della Nunziatura".

Descalzi incontra questo misterioso Obi spinto da Scaroni, un capo a cui era difficile dire di no, il 4 febbraio 2010, in una cena all'hotel Principe di Savoia di Milano, organizzata dallo stesso Obi: "A un certo punto arrivò un signore nigeriano che mi fu presentato come Chief Dan Etete. Io ero un po' a disagio per l'arrivo di Etete e sono andato via dopo poco tempo. Prima di andare via ho saldato il conto per tutti", dice a verbale Descalzi.

Che sa benissimo chi sia Etete: da ministro del Petrolio della Nigeria, nel 1998, ha assegnato la concessione per il giacimento Opl245 alla società Malabu, di cui è il proprietario occulto. Nel 2007 Etete è stato condannato per riciclaggio da un tribunale francese.

I pm chiedono se alla cena si sia parlato della "titolarità del blocco", cioè se Etete negoziasse da vero proprietario del giacimento. "Con Etete ci fu una discussione informale sulla situazione della Nigeria e sulle passate vicende di quel Paese. Ma non si entrò nel merito delle questioni riguardanti il blocco". I pm non sembrano credere che si sia parlato del più e del meno. E chiedono di nuovo di chi è la Malabu, secondo Descalzi. "Nella mia percezione dietro Malabu continuava a esserci Etete", dice il manager, che omette però di citare il fatto che l'Eni aveva indagato sui legami tra l'ex ministro Etete e la Malabu già dal 2007, quando si era interessata al giacimento Opl245 per la prima volta.

L'indagine commissionata da Eni al Risk Advisory Group aveva concluso: "Fonti ben inserite nel settore petrolifero nigeriano osservano che anche se la Malabu ha cambiato molti proprietari negli anni, il controllo e l'azionista di maggioranza, nonostante prestanome e intermediari, era Etete". I pm chiedono a Descalzi se avesse letto quella due diligence. Risposta: "Non mi ricordo di averla letta, sicuramente me ne è stata fatta una sintesi, credo dall'avvocato Mantovani". Il senso doveva averlo colto visto che con Scaroni "abbiamo parlato più volte in ufficio della titolarità di Malabu e del fatto che c'era il problema di Etete. Io non ero contento di avere a che fare con Etete, perché c'erano dei rischi reputazionali fortissimi e credo che i documenti e le email da me inviate comprovino la mia contrarietà".

Ma Descalzi è un uomo-azienda, se gli dicono di trattare con Etete, lui tratta con Etete. Quello che però non riesce proprio a capire è perché in un affare nigeriano debba essere coinvolto Luigi Bisignani.

I BENEFICIARI

"Intorno alla primavera/estate 2010, Scaroni mi disse che voleva farmi incontrare un suo caro amico di nome Luigi Bisignani. Io ne avevo sentito parlare ma non conoscevo la sua storia nei dettagli, anche perché ho vissuto molti anni all'estero. Scaroni mi disse che Bisignani era una persona saggia, con un grande network ed esperto in geopolitica. Mi disse anche che Bisignani era la persona che ci aveva messo in contatto con Obi e ci aveva consentito di cominciare le trattative per Opl245. L'incontro fu poco tempo dopo a casa di Scaroni a Roma. Eravamo solo io, Scaroni e Bisignani. Bisignani mi raccontò la sua storia, i suoi importanti contatti politici del passato e quelli attuali. Parlò di Andreotti, di Letta ecc. Quanto al blocco 245 sottolineò che aveva trovato il sistema giusto per sbloccare l'affare. (...) Disse che Obi era l'unica persona che poteva fare questo deal in modo ‘giusto'".

Le pressioni. Obi è assai meno inserito ed efficace di quanto Bisignani diceva, tanto che poi verrà messo da parte quando il governo nigeriano si offrirà di fare direttamente da mediatore tra Eni e Malabu in quello schema che il mediatore russo Ednan Agaev ha definito "sesso sicuro in Nigeria", con il presidente Goodluck Jonathan nel ruolo di barriera protettiva e ben remunerata. Quando Bisignani inizia a capire che lo schema sta saltando, si allarma. Descalzi è sotto pressione, "Bisignani ai miei occhi rappresentava Scaroni, volevo in qualche modo compiacerlo", ma si cautela davanti ai pm dicendo che "ognuna delle comunicazioni che io ho avuto con Bisignani è stata da me riferita a Scaroni".

Perché lei voleva tirarsi fuori da questa operazione, gli chiedono i magistrati? "Le telefonate con Bisignani e la preoccupazione di quest'ultimo per il buon andamento del deal mi avevano fatto pensare che Bisignani avesse un interesse economico e questo mi preoccupava. Anche la continua insistenza di Obi mi creava disagio e preoccupazione: troppe persone estranee alla società erano troppo interessate a quell'operazione".

L'AMICO BISIGNANI. Vincenzo Armanna, un ex dirigente Eni coinvolto nell'affare, anche lui indagato, il 24 aprile 2016 aveva dichiarato a verbale che dopo l'estate 2010 "Descalzi mi disse: ‘Il comportamento che stiamo tenendo con Obi non lo possiamo più tenere. Sto andando in rottura con Paolo e con Bisignani e mi preoccupa molto il fatto di rompere con Bisignani, mi preoccupa di più che rompere con Paolo'. Io gli dissi: ‘Claudio se teniamo Obi a bordo finiremo come minimo in galera, o in Italia o in Nigeria'. Lui replicò: ‘Come facciamo a gestire Bisignani?', credo che fosse preoccupato di possibili aggressioni mediatiche orchestrate da Bisignani. Io gli dissi: ‘Claudio, sicuramente i 200 milioni non sono tutti per Luigi, credo che Luigi neanche sappia che si parli di una commissione del genere. Possiamo fare fuori Obi e accontentare Luigi con una cifra minore".

Quando i pm gli chiedono di commentare quelle dichiarazioni di Armanna, Descalzi non smentisce: "Certamente abbiamo parlato insieme della difficile situazione in cui ci trovavamo perché Obi, e il suo sponsor Bisignani, erano chiaramente ben visti dal nostro capo Scaroni e quindi era difficile interrompere un rapporto con loro. Onestamente non mi pare di ricordare il riferimento a una cifra così esagerata come 200 milioni. (...) È vero che io ho chiesto ad Armanna di risolvere il problema cercando di escludere Obi dal deal".

I BENEFICIARI. Poi l'accordo viene chiuso con il governo nigeriano. I soldi, secondo quanto ricostruito dalle autorità finanziarie di Stati Uniti, Gran Bretagna e dalla Banca d'Italia, finiranno a un prestanome del presidente nigeriano (523 milioni) e a una pletora di soggetti a lui vicini, oltre che a società riconducibili a Etete. Non un centesimo è andato allo Stato della Nigeria.

A verbale Descalzi dichiara: "Non ero assolutamente al corrente della destinazione finale del denaro". L'indagine interna condotta dallo studio legale Pepper Hamilton per conto della stessa Eni è però arrivata alla conclusione che almeno l'azienda "sapeva che il governo federale della Nigeria aveva un accordo separato per versare l'intero ammontare (tutto il miliardo pagato per il giacimento Opl 245) alla Malabu".


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