Quotidiano | Categorie: Economia&Aziende, Lavoro

Spunti sulla “nuova” rivoluzione industriale

Di Giorgio Langella Mercoledi 3 Gennaio alle 21:36 | 0 commenti

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Premessa

Cosa abbiamo fatto in tutti questi anni se non aspettare le decisioni dell'avversario di classe (ed adeguarci ad esse)? Dove sono finite le nostre capacità di analisi e di interpretazione? Perché abbiamo escluso dal nostro orizzonte il progetto di edificare un sistema diverso e antitetico all'attuale, una nuova società di liberi e uguali? Cosa ce lo ha impedito se non noi stessi e l'adeguamento alle imposizioni dei vincitori della “guerra fredda”?

Abbiamo inseguito proposte altrui, abbiamo delegato altri (gli avversari vincitori) a guidare il “progresso” (che tale, poi, non è), farlo diventare loro proprietà esclusiva. Ci siamo ritirati in difesa, una resistenza affannosa, convinti che il nostro ruolo fosse soltanto quello di opporci con le parole alla forza distruttiva dell'avversario. Siamo diventati “buoni”. Così l'avversario (il nemico) è avanzato. Ha fatto piazza pulita. Ha cancellato decenni di progresso (questo sì, vero e concreto) sociale e culturale. Noi abbiamo accettato teorie a noi avversarie. Abbiamo sposato la teoria del “danno minore” con quelle del “voto utile” e del “meno peggio”. Abbiamo fatto nostra l'idea che solo la presenza nelle istituzioni ci avrebbe consentito di uscire dal torpore e, forse, ottenere qualcosa (o meglio, “limitare il danno”). Questa visione che mette al primo posto l'essere nelle stanze che contano (non importa con quale progetto o con quale rapporto di forza) è diventata una specie di ideologia della sinistra e del movimento sindacale. Ha seguito anche percorsi stravaganti e avulsi dalla nostra tradizione. Il mezzo (l'essere nelle istituzioni per cambiare lo stato di cose presente) si è trasformato nel fine a scapito di qualsiasi capacità progettuale (ma, direi, anche perdendo l'abitudine a “sognare” un futuro migliore).

Questa è stata (ed è) la sconfitta della sinistra. Con questo atteggiamento di attesa (nel migliore dei casi) e di complicità (nella stragrande maggioranza dei casi) ha fatto perdere credibilità alla sinistra in generale. Non siamo stati più in grado (il dubbio è che non lo abbiamo più voluto fare) di proporre un sistema di produzione e di libertà diverso dall'esistente. Ci siamo adeguati, siamo apparsi (e, in troppi casi, diventati) indistinguibili da tutti gli altri. La nostra inutilità (percepita e reale) è stata proprio questa: di fatto non siamo riusciti a dare speranze concrete, abbiamo proposto solo piccole modifiche a un sistema spaventoso. Modifiche che non potevano spostare a nostro favore i rapporti di forza. Abbiamo contrattato tutto, al ribasso. Ci siamo accontentati di resistere e abbiamo gioito di piccole elemosine che non costavano nulla a “lorpadroni” e che ci venivano elargite, da loro, con “benevolenza e generosità”.

È venuto il momento di riprendere la lotta, quella vera, di largo respiro che abbia come obiettivo il cambiamento radicale dello stato di cose presenti. Necessario è, innanzitutto, cambiare l'ordine dei fattori, ribaltare le priorità. Obiettivo è la conquista, da parte di chi vive del proprio lavoro, della proprietà dei mezzi di produzione (delle “istituzioni” industriali, economiche e finanziarie) e, quindi, la ricchezza alla fonte.

È importante cogliere l'occasione di costruire il progetto di un nuovo modello di sviluppo e di un sistema a partire dalle contraddizioni e dalle lacerazioni sociali (il solito conflitto capitale-lavoro risolto attualmente a favore del capitale) che saranno provocate dalla “quarta rivoluzione industriale”.

I

Sulla questione della “quarta rivoluzione industriale”, dello sviluppo tecnologico e digitale, dell'innovazione informatica, della robotica che “invaderanno” il mondo del lavoro molto si scrive e qualcosa si discute. Poco, invece, si conosce degli effetti che questa “rivoluzione” produrrà. O meglio, ci si perde in previsioni che sembrano ineludibili, in assiomi che vengono assunti come dogmi assoluti. Sembra un futuro già scritto. Si dice che, sicuramente, l'uso imponente di nuove tecnologie e di “macchine intelligenti” nei luoghi di lavoro (non solo nell'industria o nel manifatturiero, ma anche nei servizi e nel terziario più o meno avanzato) potrà garantire maggiore sicurezza a chi lavora. Ci saranno meno infortuni e meno gravi, si dice, grazie ai servomeccanismi e ai sensori di controllo che provocheranno il blocco delle macchine in caso di malfunzionamento delle stesse. Tenendo comunque conto che sarà l'uso qualitativo e quantitativo che si farà dei dispositivi di sicurezza e del loro costo (cosa sulla quale i padroni sono molto attenti e che ne determinerà precisione e diffusione) questo è un fatto plausibile e potenzialmente positivo. Ma c'è un'altra conseguenza che viene spacciata per inevitabile. È quella secondo la quale le “macchine” sostituiranno il “fattore umano”. Ci saranno, quindi, inevitabilmente più disoccupati. Dicono, quelli che affermano di “sapere”, che si alzerà la qualità del lavoro e la professionalità di chi lavora, ma che ci sarà, gioco forza, meno bisogno di lavoratori. L'aumento della disoccupazione diventa, quindi, un dogma. Del resto, come si afferma da più parti, è sempre stato così.

Una cosa dovrebbe, invece, fare sorgere almeno qualche dubbio. Facciamoci, innanzitutto, domande alle quali noi stessi dobbiamo rispondere e che devono servire da leva per costruire un progetto di sviluppo realmente alternativo.

Dov'è scritto che l'innovazione tecnologica, l'utilizzo di “nuove macchine” (più o meno intelligenti), la digitalizzazione e la velocizzazione nello scambio di informazioni dovrebbero togliere il lavoro a coloro che lorsignori chiamano “capitale umano”?

Perché non si può pensare che questa “quarta rivoluzione industriale” (come viene definita) possa e debba liberare l'uomo dal lavoro e non portare maggiori profitti a una ristretta elite di padroni?

Perché non si può operare perché le “macchine” siano utilizzate per un maggiore “profitto sociale” (cioè benessere collettivo) piuttosto che per un sempre maggiore guadagno individuale di pochi?

Questa è la sfida che dobbiamo affrontare. È una sfida di base e, anche (o, forse, soprattutto) culturale. L'innovazione tecnologica, l'informatizzazione, le “macchine intelligenti” sono nuovi e innovativi mezzi e processi di produzione che sarebbe inutile e sbagliato contrastare. Essi sono una ricchezza e producono ricchezza. Chi vive del proprio lavoro dovrebbe essere il proprietario di questa ricchezza. E, visto che oggi non la possiede, perché non dovrebbe pensare di appropriarsene e lottare per questo obiettivo?

II

Qualcuno afferma (in questo caso mi riferisco a quello che ho sentito dire da Anna Falcone) che lo sviluppo della tecnologia, della robotica e dell'informatica (ovvero il loro utilizzo e la loro “invasione” prepotente del mondo del lavoro e della produzione) impone di pensare non solo a un'istruzione migliore e alla portata di tutti (gratuita) ma di avere una formazione continua anche dopo il conseguimento del titolo di studio. Bene (una richiesta ovviamente condivisibile) ma ...

ATTENZIONE! Bisogna affrontare il problema da protagonisti e non da spettatori che ne subiscono le conseguenze in attesa delle decisioni altrui (magari pensando che “gli altri”, e cioè politicanti vari, economisti, accademici ecc., siamo migliori e più preparati di chi vive del proprio lavoro).

Se "piegheremo" la tecnologia (il suo uso e il suo sviluppo ... la ricerca) ai bisogni collettivi (se sapremo socializzarla e utilizzarla per liberare l'uomo dal lavoro e non renderlo schiavo o appendice del "robot") e non lasceremo il beneficio al profitto individuale (padronale) questo sarà più facile (se non conseguente). Dobbiamo lanciare la parola d'ordine che la proprietà della tecnologia deve essere di chi lavora (la tecnologia è un nuovo strumento di produzione che deve essere gestito e posseduto dai lavoratori, dalla collettività).

(E qua si apre anche un grande discorso su quali indirizzi si deve dare all'innovazione e alla ricerca ... quello di favorire guadagno o quello di essere un "bene comune"?)

III

 

In una intervista pubblicata su La Stampa, il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia evidenzia “l'importanza della quarta rivoluzione industriale” e afferma che, assieme ad altre associazioni consorelle europee “stiamo ponendo la questione industriale a livello europeo: un'Europa industriale con una visione economica comune”. Proseguendo a leggere le risposte di Boccia, si viene a sapere che “proprio in occasione del B7, che riunisce i principali paesi industriali del mondo, tutte le Confindustrie partecipanti, compresa quella degli Stati Uniti, si sono espresse a favore del libero scambio e contro i protezionismi” e che in Italia “abbiamo approvato la migliore riforma delle pensioni, il Jobs Act, l'impianto di Industria 4.0” e che siamo più avanti rispetto ad altri paesi.

Queste affermazioni di Boccia sono normali per un presidente di Confindustria, niente da dire. Evidenziano una politica comune tra le varie associazioni industriali europee che tende a indirizzare la politica delle nazioni verso pensioni sempre più lontane per chi lavora, aumento della precarietà, riduzione dei diritti, innovazione tecnologica al servizio del “profitto d'impresa”. Nessuno può pretendere che le associazioni padronali dicano qualcosa di diverso.

Quello che manca nello scenario che abbiamo di fronte è l'assoluta assenza, di fatto, di una strategia unitaria e progettuale da parte delle organizzazioni dei lavoratori. Sulla “quarta rivoluzione industriale” sindacati e sinistra sono alla finestra, in attesa di rispondere (timidamente) alle proposte padronali. Un ritardo molto pericoloso. Sembra l'accettazione della sconfitta senza neppure un tentativo di lotta. Eppure si potrebbe (proprio da un progetto strutturale di come risolvere i problemi posti dall'innovazione tecnologica, dalla robotica, dall'informatica nella loro crescita e affermazione nei luoghi i lavoro) costruire un conflitto di cambiamento radicale di sistema che parta proprio dalla volontà di trasformare l'attesa dei progetti confindustriali in attacco con un progetto nel quale la tecnologia sia a favore di chi lavora. Anzi sia di sua proprietà.

IV

Ecco che sarebbe non solo utile ma necessario che le organizzazioni sociali e politiche dei lavoratori assumessero una strategia comune, lasciando da parte i timori reverenziali nei confronti delle associazioni padronali e dei governi liberisti. L'azione dovrebbe essere portata avanti a livello transnazionale cercando le opportune forme e le collaborazioni con sindacati e partiti fratelli per lo meno a livello europeo. La questione della proprietà dei nuovi mezzi di produzione (tecnologia, informatica, robotica) deve essere posta a livello globale e “pensare in grande” non deve essere un ostacolo, anzi.

Il ruolo dei comunisti (dei partiti che si richiamano alla trasformazione radicale del sistema) deve essere quello di operare per questa unità di intenti e questa prospettiva rivoluzionaria. I comunisti che hanno un ruolo e operano nelle organizzazioni sindacali dovrebbero portare avanti la questione della proprietà dei nuovi mezzi di produzione in ogni istanza.

Gli effetti dello sviluppo tecnologico devono essere di proprietà di chi lavora.

Il prendere atto della debolezza attuale del movimento politico e sindacale dei lavoratori non può e non deve essere una giustificazione per non fare nulla. La conoscenza, l'interpretazione della realtà, l'analisi e il progetto devono essere strumenti per la trasformazione del sistema e della società. Possiamo riprendere le basi teoriche e ideologiche del nostro pensiero e conformarle alla situazione attuale. Con lo sviluppo tecnologico, il lavoro si è trasformato e si trasformerà, sta a noi comunisti lottare perché questa trasformazione non significhi maggiore sfruttamento ma maggiore libertà. Pensare che “non ce la possiamo fare” significa subire il pensiero unico che ci vuole imporre la prevalenza del profitto personale e del capitale su qualsiasi altra cosa.

V

Affrontare alle radici e con una visione strategica (e non di tattica difensiva) il problema della “quarta rivoluzione industriale” potrebbe anche permettere di affrontare in maniera migliore quello che considero una delle questioni che caratterizzano la debolezza del movimento dei lavoratori: l'individualismo.

Il ritorno all' individualismo si esprime in varie forme sempre più radicate e generalizzate ed è una conseguenza della distruzione della coscienza di classe. Si leggano con attenzione e si ascoltino bene le dichiarazione e gli interventi di persone vicine alla Confindustria o facenti parte di essa. In questo ultimo periodo soprattutto si danno notizie sulla incapacità per alcuni imprenditori di trovare personale adeguato per posti che richiedono formazione adeguata e della difficoltà di giovani (spesso laureati) di accedere a tali “opportunità”. Senza tenere conto della questione (che pure è fondamentale) della retribuzione quasi sempre inadeguata non tanto e non solo alla professionalità richiesta, ma in maniera assoluta alla possibilità di “poter sopravvivere”, il fatto che emerge in maniera, a mio avviso, clamorosa e preoccupante è quello che la questione occupazionale viene affrontata in maniera individuale. Un lavoratore cerca un posto, un'azienda glielo offre.  Non esiste più la “classe” dei lavoratori e quella dei padroni. Nessuna organizzazione. In definitiva non sembra esistere programmazione o strategia alcuna. La questione si risolve mettendosi d'accordo in maniera diretta, personale. E questo è il vero problema da risolvere. La forza contrattuale non può essere individuale ma collettiva. E deve esistere una prospettiva collettiva che garantisca (a chi vive del proprio lavoro) un futuro e il diritto a vivere bene. L'individualismo comporta una sudditanza verso il più forte che necessariamente è il padrone (o, meglio, un consiglio di amministrazione, un'azienda, un'impresa, un'entità – quindi – impersonale e indefinibile, senza volto). Così è sempre più necessario pensare a un progetto di ricostruzione di una coscienza collettiva. La questione della quarta rivoluzione industriale può essere un grimaldello.

Affrontare lo sviluppo tecnologico, la digitalizzazione, la robotica; il loro ingresso prepotente nei luoghi di lavoro e nei processi industriali e produttivi dal punto di vista della “proprietà” (la domanda è sempre: a chi vanno i benefici, al profitto di impresa o a quello collettivo della classe lavoratrice?) non è né utopia né qualcosa di velleitario. Significa assumere le proprie responsabilità che devono essere quelle di trasformazione radicale del sistema e direzione della nuova società. Significa non limitarsi a una lotta puramente difensiva e di contenimento del danno, ma passare all'attacco.

VI

I quesiti che dobbiamo affrontare sono sempre i soliti: di chi è la proprietà dei mezzi di produzione e a cosa (e a chi) serve l'uso della tecnologia. Sono due facce della stessa medaglia e sono strettamente legati tra loro. Non si saprebbe a quale rispondere per primo. La risposta può (e deve) essere una sola. Bisogna decidere cosa si deve sviluppare, quali apparecchiature, quali oggetti, quali processi produttivi. E in quale direzione deve andare la ricerca e l'innovazione. Se verso il bene individuale o quello collettivo. Cosa, come e per chi produrre sono questioni strettamente legate tra loro. L'innovazione e lo sviluppo tecnologico o di processo possono produrre maggiore profitto personale o, al contrario, minore fatica e alienazione per chi vive del proprio lavoro.

Questo è il punto e deve essere affrontato senza timori di parere “poco moderni”. È una questione di priorità. Viene prima l'essere umano o il denaro? Spesso si sente affermare (e si accetta come dogma inviolabile) il fatto che il progresso significa maggiore profitto e minori costi. Di fatto si attacca per primo il costo del lavoro, ovvero il guadagno di chi vive del proprio lavoro, la sua capacità di spesa e di sopravvivenza. Se il costo del lavoro cala si avranno più posti di lavoro, maggiore lavoro. Il risultato è che la fatica aumenta, così come l'alienazione. Proviamo, allora, a invertire i fattori.

Pensiamo che, con l'innovazione e lo sviluppo tecnologico, si produca lo stesso bene in minore tempo e che il bene sia non tanto un “gadget personale” ma un bene “diffuso”, “collettivo”. Di conseguenza basterà meno tempo per produrre il necessario (e quel surplus che ci fa “sentire ricchi” e appagati). Se si pensa poi a indirizzare la produzione verso beni collettivi il tempo necessario per rispondere ai bisogni delle persone potranno ulteriormente calare. E allora, perché non lavorare meno a parità di retribuzione? Perché non si può pensare di “stancarsi meno” e di avere più tempo per accumulare quell'altro tipo di ricchezza rappresentato dalla cultura, dal sapere, dal divertirsi, dal creare, dal pensare?

Smantelliamo il dogma che per guadagnare bisogna “morire di lavoro” rifiutiamo il concetto che chi lavora è una specie di “animale da soma” o un pezzo di ricambio che va sfruttato fino alla consunzione. Ribadiamo il concetto che le nuove invenzioni, le scoperte, l'innovazione devono in primo luogo servire a combattere l'insicurezza, la fatica, l'alienazione di chi vive del proprio lavoro. È utopia? Forse, ma proviamo a pensare di farla nostra. Di fare rivivere quell'ideologia per la quale non si può e non si deve sfruttare nessuna persona per poter accumulare un capitale individuale. Non si tratta di redistribuire la ricchezza intesa come denaro. Una ricchezza individuale. Si tratta di pensare alla ricchezza collettiva che non ha bisogno di essere redistribuita proprio perché è di tutti.

VII

So che quello che scrivo sulla quarta rivoluzione industriale e la proprietà dei mezzi di produzione (in questo caso la tecnologia, la robotica, l'informatica) significa il “superamento del capitalismo” e che, questo, non può essere, oggi, un obiettivo realizzabile a breve (o anche medio) periodo, ma è proprio questo il punto.

Quella della proprietà dei mezzi di produzione deve essere la nostra prospettiva e nulla ci impedisce anche oggi di divulgarla e renderla pubblica.

È una questione "troppo ideologica"? Forse, ma io sono convinto che questo sia un pregio.

Per troppo tempo abbiamo fatto anche nostra (della sinistra certamente e anche molti comunisti ne sono stati convinti o l'hanno subita) la teoria che il sistema capitalista avesse trionfato definitivamente e che fosse sostanzialmente immutabile. Al massimo "migliorabile" grazie a modifiche marginali che non dovevano intaccarne la struttura. Si è persa di vista, appunto, la prospettiva (la meta da raggiungere anche se lontanissima e anche se siamo “i reduci” di una sconfitta per noi disastrosa) e quello che abbiamo proposto non è stata la trasformazione del modello di sviluppo e della società ma un aggiustamento del sistema attuale.

Con la questione della quarta rivoluzione industriale dobbiamo, a mio avviso, cogliere una grande opportunità che è quella di rimettere al centro del dibattito non tanto la difesa dei diritti ma, appunto, la trasformazione del sistema dalle radici.

Credo che, anche per quanto riguarda la riduzione dell'orario di lavoro, questo può essere fatto in due "forme".

Una prima soluzione “filocapitalista”, cioè conguente con il sistema attuale e di fatto tendente a un “capitalismo dal volto umano”, è quella che accetta e fa propria la tesi che lega la diminuzione dell'orario di lavoro a quella della retribuzione. In questa ipotesi in definitiva a minor lavoro corrisponder minore retribuzione e il beneficio dovuto alla nuova teconologia è del padrone, del privato che ha “investito” i capitali o ha usufruito dell'intervento pubblico diretto o dovuto a sgravi fiscali o contributi di vario genere.

Una seconda soluzione “rivoluzionaria” che si può riassumere nel "lavorare meno a parità di retribuzione" (suo aumento reale e anche aumento dei diritti, del tempo libero, dei servizi ecc.) in maniera che la tecnologia produca, si, un profitto ma che questo sia "collettivo" e non individuale o “d'impresa”.

Oggi mi pare che la sinistra (che non esito a definire snob; quella “alla Falcone e Montanari”, tanto per intenderci) è sì per la diminuzione dell'orario di lavoro ma intesa sostanzialmente nell'ottica della prima soluzione che ho riassunto prima. Dallo sviluppo e dall'aumento dell'uso di tecnologia, robotica, informatica, si accetta, in definitiva, di ottenere un limitato "profitto collettivo" come conseguenza di quello d'impresa. Una, quindi, più o meno generosa (ma sarebbe più giusto definire miserrima) concessione padronale. Una vera e propria elemosina.

La proposta (il progetto) va costruita soprattutto da noi comunisti e va confrontata certamente con le organizzazioni sindacali (... FIOM, CGIL, USB ecc. ...) altrimenti resterebbe un esercizio teorico (forse importante ma faticoso e sterile).

Credo che la questione, essendo strategica, debba essere affrontata con la dovuta attenzione e capacità dal Partito e non da singole compagne e compagni.

VIII

C'è bisogno di un progetto di largo respiro. Non possiamo limitarci a lotte più o meno parziali che portino, forse, a limitare il danno e che, poi, “finiscono là” (a mio avviso un esempio è, anche e purtroppo, il risultato positivo del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 …).

Dobbiamo ricostruire una prospettiva. Ricominciare a pensare che alcuni obiettivi strategici si possano raggiungere e che si debbano individuare un percorso e mete intermedie che siano congruenti a quegli obiettivi. Dobbiamo ricominciare a “sognare” la realtà che vogliamo costruire.

È nostro compito non limitarci alla pura resistenza (che comunque va fatta) ma organizzarci e lottare perché si passi all'attacco senza aspettare di confutare tesi altrui ma imporre le nostre. E combattere.

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